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De senectute-De amicitia. Testo latino a fronte
Composti nel 44 a.C., un anno prima morte di Cicerone, i dialoghi "De senectute" e "De amicitia" - insieme al "De officiis" - formano la triade di opere filosofiche in cui è espressa la summa del pensiero ciceroniano, plasmata dalla consuetudine di una vita intera con le grandi correnti di età ellenistica, quali lo stoicismo, l'epicureismo e l'Accademia platonica. Vecchiaia, dunque, come "fine attiva" della vita, fase vitale dell'esistenza del cittadino repubblicano, punto di riferimento soprattutto in funzione politica. Amicizia, invece, come cardine della moralità, pilastro sul quale poggia la nobilitas, intesa come espressione di quella repubblica senatoria destinata di lì a poco a scomparire.
Paperback
Published October 21, 2016
About the author
Marcus Tullius Cicero
8,157 books2,045 followersBorn 3 January 106 BC, Arpinum, Italy
Died 7 December 43 BC (aged 63), Formia, Italy
Marcus Tullius Cicero was a Roman philosopher, statesman, lawyer, political theorist, and Roman constitutionalist. Cicero is widely considered one of Rome's greatest orators and prose stylists.
Alternate profiles:
Cicéron
Marco Tullio Cicerone
Note: All editions should have Marcus Tullius Cicero as primary author. Editions with another name on the cover should have that name added as secondary author.
Died 7 December 43 BC (aged 63), Formia, Italy
Marcus Tullius Cicero was a Roman philosopher, statesman, lawyer, political theorist, and Roman constitutionalist. Cicero is widely considered one of Rome's greatest orators and prose stylists.
Alternate profiles:
Cicéron
Marco Tullio Cicerone
Note: All editions should have Marcus Tullius Cicero as primary author. Editions with another name on the cover should have that name added as secondary author.
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Community Reviews
Displaying 1 - 6 of 6 reviews
August 19, 2023
che carino che è Lelio quando parla di Scipione, lo descrive come il migliore amico che si possa avere e se è stato oggettivo (per quanto possibile) allora lo è per davvero.
Read
August 26, 2026Non mi piace molto dare recensioni ai classici. Non perché io sia priva di pensiero critico (affatto) ma perché qualora io mi assuma la presunzione di poter esprimere un giudizio così incisivo e diretto (com'è quello con le stelle), mi assale una certa sensazione di temerarietà. Mi sembra quasi che io stia cercando di appropriarmi, con una certa disinvoltura, della credibilità e dell’autorità di Marchesi, Traiana, Paratore e compagnia, salvo poi stabilire, con la serenità di un recensore professionista, che Cicerone "non mi è piaciuto". Tuttavia, una tantum, mi concedo il simpatico lusso di condividere una mia opinione Cicerone, per quanto mi riguarda, avrebbe potuto intitolare l'opera "Bestiales Epicureos laedimus". Bando alle ciance...
Il Laelius de amicitia è, prima ancora che un trattato sull’amicizia, un lungo tentativo di stabilire che cosa l’amicizia NON debba essere. Cicerone è straordinariamente e aristocraticamente efficace quando deve mettere in guardia il lettore dalle sue degenerazioni: dalla familiarità interessata all’adulazione, dalla compagnia fondata sulla crapula e sul vizio fino a quella forma di rapporto nel quale l’altro viene frequentato non per ciò che è, ma per ciò che può procurare. "Obsequium amicos, veritas odium parit" l’ossequio genera amici, la verità genera odio. È una frase che, oltre a essere memorabile, mostra perfettamente una delle qualità migliori di Cicerone: la capacità di trasformare una considerazione morale in una formula tanto limpida da sembrare quasi proverbiale. Il problema è che, proprio quando il discorso dovrebbe compiere il movimento inverso, abbandonare la pars destruens e dirci che cosa sia, positivamente, l’amicizia, il testo diventa, almeno per me, molto meno convincente. Cicerone sa descrivere magnificamente l’amico falso; molto meno magnificamente riesce a descrivere l’amico vero.
Cicerone definisce l’amicizia come omnium divinarum humanarumque rerum cum benevolentia et caritate consensio, ovvero un accordo sulle cose divine e umane accompagnato da benevolenza e affetto. È una definizione certamente elegante, nobile e perfettamente ciceroniana, e così l’amicizia viene innalzata a una forma di concordia quasi assoluta, a una comunanza ideale nella quale l’altro sembra diventare una seconda coscienza (percezione che sembra rispecchiare le sue speranze e ideologie politiche, basti pensare alla concordia omnium bonorum). E infatti, poco dopo, Cicerone arriva a descrive una delle immagini, a mio parere, più belle dell’opera: "et absentes adsunt et egentes abundant et imbecilli valent et mortui vivunt". "Gli assenti sono presenti, i poveri sono ricchi, i deboli sono forti, i morti vivono". La serie di ossimori paradossali è splendida proprio perché riesce a rendere verbalmente ciò che è difficile definire razionalmente: l’amicizia modifica la percezione della realtà. L’amico non elimina realmente l’assenza, la povertà, la debolezza o la morte, ma ne modifica intrinsecamente il significato. Ed è forse qui che il paradosso del Laelius diventa più interessante. Cicerone tenta di razionalizzare qualcosa che, per sua stessa natura, sfugge alla razionalizzazione, ovvero rappresentare l'amicizia non come consensio perfetta, non richiede che due persone pensino allo stesso modo su ogni cosa, né che condividano una medesima concezione filosofica del mondo. Può persino nascere precisamente là dove le differenze diventano occasione di confronto. L’amico è, in fondo, qualcuno davanti al quale non abbiamo bisogno di costruire continuamente una versione presentabile di noi stessi. È colui al quale possiamo raccontare una cosa brillante e una cosa stupida con la medesima libertà, colui che può essere sinceramente felice per un nostro successo senza viverlo come una diminuzione del proprio, colui davanti al quale la conversazione non ha bisogno di uno scopo.
A tal proposito, durante la lettura, non ho potuto far a meno di ripensare a Catullo, che riesce a dire dell’amicizia qualcosa che Cicerone impiega invece pagine per spiegare. Nelcarme 50, Catullo racconta il pomeriggio trascorso con Licinio Calvo, riempito di scherzi, versi, vino, improvvisazioni poetiche, (giochi e attività intellettuali tipiche dell'ambiente greco). Tuttavia questo clima, che a un lettore può sembrare un'atmosfera leggera, è capace di produrre nel poeta un’agitazione quasi febbrile. Tornato a casa, Catullo non riesce più né a mangiare né a dormire; continua a pensare a quella conversazione, a quel lusus poetico, al desiderio di tornare a parlare con l’amico. È un’immagine dell’amicizia molto diversa da quella ciceroniana, e forse proprio per questo più immediatamente convincente. Il famoso otium (di cui ci parla tanto Sallustio) diventa uno spazio nel quale la relazione stessa produce poesia, entusiasmo, "elevazione". È significativo che ciò che resta a Catullo non sia una massima morale pronunciata dall’amico, ma una sensazione come l’eccitazione, l’insonnia, il desiderio di continuare.
E forse è proprio questo il punto nel quale Cicerone, nonostante tutta la sua straordinaria abilità, mi convince meno. Il suo amico ideale è quasi troppo ideale. È moralmente eccellente, leale, benevolo, capace di correggerci, di sostenerci e di condividere con noi ogni bene e ogni male. È, in altre parole, un ottimo cittadino romano, ovviamente. Non potevo aspettarmi diversamente da Cicerone.
Tuttavia sarebbe ingeneroso e ottuso liquidare il Laelius come una semplice predica morale sull’amicizia. Cicerone possiede intuizioni di una modernità sorprendente, soprattutto quando insiste sul valore della condivisione. "Quid dulcius quam habere quicum omnia audeas sic loqui ut tecum?": che cosa vi è di più dolce che avere qualcuno con cui osare parlare di tutto come con se stessi? E subito dopo "Qui esset tantus fructus in prosperis rebus, nisi haberes qui illis aeque ac tu ipse gauderet?", quale sarebbe il valore della prosperità se non avessi qualcuno che ne gioisse insieme a te? Forse uno dei momenti nei quali Cicerone smette di sembrare un moralista. Un vero privilegio dell’amicizia non consiste soltanto nell’avere qualcuno che ci sostenga nelle difficoltà, ma anche nell’avere qualcuno davanti al quale un successo acquista un significato maggiore e più concreto. Sono dell'opinione che la gioia, quando non può essere condivisa, rimane curiosamente incompleta.
Non è un caso che proprio questo passo abbia attirato l’attenzione di Leopardi. Nel suo Zibaldone, il 20 gennaio 1821, Leopardi trascrive le parole di Cicerone. Nei mesi successivi, tra il 1821 e il maggio del 1822, il poeta torna più volte a confrontarsi con il Laelius, chiamando familiarmente Cicerone "Tullio".
Il De amicitia diventa un deposito di pensieri dal quale un altro autore può trarre materia per interrogarsi sulla propria esperienza. Una delle qualità più belle della vitalità di un classico è quella di essere ancora capace di provocare una risposta :)
P. S. e comunque continuerò a sostenere che "Bestiales Epicureos laedimus" sarebbe stato un titolo molto più onesto.
Il Laelius de amicitia è, prima ancora che un trattato sull’amicizia, un lungo tentativo di stabilire che cosa l’amicizia NON debba essere. Cicerone è straordinariamente e aristocraticamente efficace quando deve mettere in guardia il lettore dalle sue degenerazioni: dalla familiarità interessata all’adulazione, dalla compagnia fondata sulla crapula e sul vizio fino a quella forma di rapporto nel quale l’altro viene frequentato non per ciò che è, ma per ciò che può procurare. "Obsequium amicos, veritas odium parit" l’ossequio genera amici, la verità genera odio. È una frase che, oltre a essere memorabile, mostra perfettamente una delle qualità migliori di Cicerone: la capacità di trasformare una considerazione morale in una formula tanto limpida da sembrare quasi proverbiale. Il problema è che, proprio quando il discorso dovrebbe compiere il movimento inverso, abbandonare la pars destruens e dirci che cosa sia, positivamente, l’amicizia, il testo diventa, almeno per me, molto meno convincente. Cicerone sa descrivere magnificamente l’amico falso; molto meno magnificamente riesce a descrivere l’amico vero.
Cicerone definisce l’amicizia come omnium divinarum humanarumque rerum cum benevolentia et caritate consensio, ovvero un accordo sulle cose divine e umane accompagnato da benevolenza e affetto. È una definizione certamente elegante, nobile e perfettamente ciceroniana, e così l’amicizia viene innalzata a una forma di concordia quasi assoluta, a una comunanza ideale nella quale l’altro sembra diventare una seconda coscienza (percezione che sembra rispecchiare le sue speranze e ideologie politiche, basti pensare alla concordia omnium bonorum). E infatti, poco dopo, Cicerone arriva a descrive una delle immagini, a mio parere, più belle dell’opera: "et absentes adsunt et egentes abundant et imbecilli valent et mortui vivunt". "Gli assenti sono presenti, i poveri sono ricchi, i deboli sono forti, i morti vivono". La serie di ossimori paradossali è splendida proprio perché riesce a rendere verbalmente ciò che è difficile definire razionalmente: l’amicizia modifica la percezione della realtà. L’amico non elimina realmente l’assenza, la povertà, la debolezza o la morte, ma ne modifica intrinsecamente il significato. Ed è forse qui che il paradosso del Laelius diventa più interessante. Cicerone tenta di razionalizzare qualcosa che, per sua stessa natura, sfugge alla razionalizzazione, ovvero rappresentare l'amicizia non come consensio perfetta, non richiede che due persone pensino allo stesso modo su ogni cosa, né che condividano una medesima concezione filosofica del mondo. Può persino nascere precisamente là dove le differenze diventano occasione di confronto. L’amico è, in fondo, qualcuno davanti al quale non abbiamo bisogno di costruire continuamente una versione presentabile di noi stessi. È colui al quale possiamo raccontare una cosa brillante e una cosa stupida con la medesima libertà, colui che può essere sinceramente felice per un nostro successo senza viverlo come una diminuzione del proprio, colui davanti al quale la conversazione non ha bisogno di uno scopo.
A tal proposito, durante la lettura, non ho potuto far a meno di ripensare a Catullo, che riesce a dire dell’amicizia qualcosa che Cicerone impiega invece pagine per spiegare. Nelcarme 50, Catullo racconta il pomeriggio trascorso con Licinio Calvo, riempito di scherzi, versi, vino, improvvisazioni poetiche, (giochi e attività intellettuali tipiche dell'ambiente greco). Tuttavia questo clima, che a un lettore può sembrare un'atmosfera leggera, è capace di produrre nel poeta un’agitazione quasi febbrile. Tornato a casa, Catullo non riesce più né a mangiare né a dormire; continua a pensare a quella conversazione, a quel lusus poetico, al desiderio di tornare a parlare con l’amico. È un’immagine dell’amicizia molto diversa da quella ciceroniana, e forse proprio per questo più immediatamente convincente. Il famoso otium (di cui ci parla tanto Sallustio) diventa uno spazio nel quale la relazione stessa produce poesia, entusiasmo, "elevazione". È significativo che ciò che resta a Catullo non sia una massima morale pronunciata dall’amico, ma una sensazione come l’eccitazione, l’insonnia, il desiderio di continuare.
E forse è proprio questo il punto nel quale Cicerone, nonostante tutta la sua straordinaria abilità, mi convince meno. Il suo amico ideale è quasi troppo ideale. È moralmente eccellente, leale, benevolo, capace di correggerci, di sostenerci e di condividere con noi ogni bene e ogni male. È, in altre parole, un ottimo cittadino romano, ovviamente. Non potevo aspettarmi diversamente da Cicerone.
Tuttavia sarebbe ingeneroso e ottuso liquidare il Laelius come una semplice predica morale sull’amicizia. Cicerone possiede intuizioni di una modernità sorprendente, soprattutto quando insiste sul valore della condivisione. "Quid dulcius quam habere quicum omnia audeas sic loqui ut tecum?": che cosa vi è di più dolce che avere qualcuno con cui osare parlare di tutto come con se stessi? E subito dopo "Qui esset tantus fructus in prosperis rebus, nisi haberes qui illis aeque ac tu ipse gauderet?", quale sarebbe il valore della prosperità se non avessi qualcuno che ne gioisse insieme a te? Forse uno dei momenti nei quali Cicerone smette di sembrare un moralista. Un vero privilegio dell’amicizia non consiste soltanto nell’avere qualcuno che ci sostenga nelle difficoltà, ma anche nell’avere qualcuno davanti al quale un successo acquista un significato maggiore e più concreto. Sono dell'opinione che la gioia, quando non può essere condivisa, rimane curiosamente incompleta.
Non è un caso che proprio questo passo abbia attirato l’attenzione di Leopardi. Nel suo Zibaldone, il 20 gennaio 1821, Leopardi trascrive le parole di Cicerone. Nei mesi successivi, tra il 1821 e il maggio del 1822, il poeta torna più volte a confrontarsi con il Laelius, chiamando familiarmente Cicerone "Tullio".
Il De amicitia diventa un deposito di pensieri dal quale un altro autore può trarre materia per interrogarsi sulla propria esperienza. Una delle qualità più belle della vitalità di un classico è quella di essere ancora capace di provocare una risposta :)
P. S. e comunque continuerò a sostenere che "Bestiales Epicureos laedimus" sarebbe stato un titolo molto più onesto.
January 18, 2026
La lettura dei classici antichi riesce sempre ad arricchire l'animo, specialmente in tempi come questi, dove tutto tende alla liquidità.
Il rispetto profondo verso Scipione è qualcosa di commovente e di esemplare.
Il rispetto profondo verso Scipione è qualcosa di commovente e di esemplare.
August 10, 2022
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