Le voci di centocinquanta testimoni, tra poeti, viaggiatori, filosofi, esploratori, eruditi, pellegrini, avventurieri di ogni nazionalità ed epoca, accostate come in un mosaico variegato e scintillante, compongono l'eterno "romanzo" di Costantinopoli. Da Procopio a Le Corbusier, da Paolo Silenziario a Mandel'stam, da Psello a Dos Passos, da Anna Comnena a Flaubert, da Ibn Battuta a Gide, da Gilles a Loti, da Grelot a Melville, da Andersen a Cocteau, da Chateaubriand a Fermor, da De Amicis a Mark Twain, da Byron a Yeats, da Nerval a Pamuk, narrazioni e descrizioni si snodano attraverso la Roma d'Oriente in dieci percorsi: un inconsueto itinerario topografico che è anche un viaggio nel tempo e nei segreti di un'eredità storica, artistica e culturale, quella bizantina. Ogni percorso è illustrato da una mappa-itinerario e da un'introduzione scientifico-narrativa ai monumenti e ai luoghi, che fornisce anche indicazioni precise per rintracciarli nel "labirinto" dell'antica Città. Un breve apparato di note, un'indispensabile quanto aggiornata bibliografia e un supplemento biografico con i profili di tutti gli autori convocati completano il volume, corredato inoltre da più di centocinquanta immagini tra disegni, incisioni, foto d'epoca e mappe.
Silvia Ronchey è una saggista, accademica e filologa classica italiana. Già professoressa associata all'Università di Siena, è oggi ordinaria di Civiltà bizantina nel Dipartimento di Studi Umanistici dell'Università di RomaTre.
Credo e immagino che la maggior parte dei lettori, nella parte più profonda e vanesia del proprio io, quando gli passa sotto gli occhi uno di quei capolavori della narrativa che lo fa emozionare, sbalordire riflettere e sospirare, ambirebbe scrivere qualcosa di anche solo lontamente paragonabile. La bellezza porta alla bellezza per la strada dell'emulazione.
Ecco, io dopo aver finito questo colossale monumento all'erudizione e all'anedottica, vorrei aver scritto qualcosa di simile. Il tema centrale di questa sterminata antologia di racconti, aneddoti, brani di diari, di resoconti di viaggio, che spaziano dalla fine dell'età antica fino ai nostri giorni, è ovviamente la città di Costantinopoli. Costantinopoli Roma d'Oriente, dice il sottotitolo, luogo dai molti nomi e, per tutto il nostro Medioevo, conosciuta più semplicemente come la Città, come se non servisse aggiungere altro.
Esiste solo un'altra città al mondo che può vantare lo stesso privilegio, ossia di avere un nome tanto grande da essere sinonimo di mito, ed è inevitabile che queste due città, madre e figlia, abbiano attratto nei secoli schiere infiniti di visitatori e curiosi, accecati da quel gigantesco nome e da tutto il bagaglio simbolico, culturale, politico, storico che questi si portavano dietro.
Io sono ovviamente fra questi e mentre di Roma, per vari motivi, ho avuto una discreta conoscenza, di Costantinopoli non ne ho avuto nessuna. E seppure una visita mi piacerebbe farla, della Città dei basilei greci è rimasto talmente poco da farmela solo rimpiangere, giacché la Istanbul turco-ottomana l'ha sommersa e disgregata come una devastante alluvione.
Cosa sia stata quella favolosa città, degna erede di Roma, ce lo racconta questo libro, attraverso testimonianze di tutte le epoche che descrivono ciò che era o ciò che era rimasto, con punti di vista assai diversi e analizzando secondo un itinerario ideale le aree e i monumenti principali della Costantinopoli bizantina. E' un viaggio lungo (800 pagine), con un corposo corredo di note e di biografie in coda, ma che non stanca chi è interessato a conoscere quello che è stata questa estrema propaggine di forma triangolare del continente europeo che tanto peso ha avuto sulla storia di tutta Europa. Anche se ce lo dimentichiamo, troppo spesso. Forse perché lo stereotipo illuminista e gibbsoniano dell'età bizantina come indegna e degradante conclusione della parabola romana ha inciso per lunghissimo tempo sui programmi scolastici moderni, che hanno dedicato un miserrimo spazio a quella straordinaria e complessa entità statuale dalla vita lunghissima (con buona approssimazione, 395-1453) che, fino alla fine, nonostante ormai dall'epoca di Giustiniano parlasse in greco e non comprendesse più il latino, insisterà a chiamarsi - con diritto - impero dei Romani.
E mentre Roma si riduceva a un borgo cosparso di immense rovine, Costantinopoli fioriva, padrona di tutta la metà orientale del Mediterraneo, edificandosi in una meravigliosa successione di spazi templi e palazzi capaci di non impallidire di fronte a quelli della città madre. Conoscendo cosa fosse la Roma imperiale, questo vale di per sé come il più alto dei giudizi.
Tuttavia, mentre Costantinopoli, assalita da ogni parte - e dall'avanzare inarrestabile dell'onda musulmana in particolare - lentamente arretra, ristagna e sopravvive, Roma rimane fondamentale per tutto l'Occidente come centro della Cristianità, sede dei papi, con tutto quel che ne consegue in termini di potere politico e economico, fino a rinascere, anche e soprattutto a livello edilizio e urbanistico, con il Rinascimento. Le due Città seguono due strade antitetiche, e per Costantinopoli la strada, dopo l'ultima rinascita dell'XI secolo, si fa drammaticamente ripida: c'è nel 1204 l'inopinato sacco (il primo della sua storia) da parte degli eserciti della IV crociata e poi l'inevitabile colpo di grazia del maggio 1453. I Turchi continueranno a chiamare quella città Costantinopoli, ma ormai è già altro: la chiamano Stamboul, che è una storpiatura di un nome difficilmente digeribile a livello glottologico. Diventerà Istanbul, quale è tuttora. Altro, appunto.
E del mito di Costantinopoli, davvero, alla fine è rimasto solo il nome, come recita il famoso proverbio citato anche ne Il nome della rosa di Eco; di Roma, ancora, rimane qualche cosa di più, dopotutto.
Per concludere, il libro è interessantissimo e, strano a dirsi data la tematiche e la mole, molto godibile vista anche la colloquialità della divulgazione. Il lavoro che ci sta dietro è letteralmente monumentale e, per come è stato pensato, veramente lodevole.
Un saggio straordinario che non posso che consigliare.
Se siete interessati a Costantinopoli, se già conoscete la città antica oppure la volete scoprire attraverso le parole di chi ci ha preceduto. Bello, bello.
Sono contento di avere letto questo libro da cima a fondo, come al solito ho tenuto duro e l’ho concluso nonostante la stazza e natura: si chiama Romanzo ma è in realtà un'opera di consultazione. Nessuno leggerebbe un’enciclopedia dall'inizio alla fine, pochi si leggerebbero dall'inizio alla fine un tomo di ottocento pagine con estratti di autori che descrivono Costantinopoli. Nessuno a parte gente come me con determinate fisse. Si chiama Romanzo, però, perché è costruito come tale, per quanto possibile. Leggerlo dall’inizio alla fine è stata un’avventura irresponsabile ma fruttuosa.
Il Romanzo di Costantinopoli mi ha aiutato a vedere anche controvoglia, spinto avanti dall’ostinazione nonostante la noia, degli angoli della città bizantina che non ho avuto il tempo di visitare quando ci sono stato in visita. Mi chiedevo spesso in queste ottocento pagine se davvero dovessi soffermarmi su monumenti di cui non avevo mai lontanamente sentito il bisogno di occuparmi, se davvero dovevo leggere un libro incentrato su Bisanzio essendo interessato a Istanbul. Non mi sono mai interessato al mondo bizantino prima d’ora. Puzza di polvere.
Con la memoria torno su monumenti descritti da molteplici prospettive, da differenti autori e viaggiatori di diverse epoche che si confrontano con gli stessi cumuli di pietre. Una piccola parte di questi si sovrappongono alla prospettiva che ho avuto visitandoli di persona. Ora domino la città con la mia mente, ne ho la piacevole illusione, arrogante e delirante illusione. Ignoro la vertiginosa, violenta e sconfinata profondità violenta di un conglomerato urbano di duemilacinquecento chilometri quadrati. Cosa vuol dire che “non sono riuscito a visitare la maggior parte della città”? Ignoriamo questa follia di dominio e continuiamo. Non ho avuto il tempo di visitare la maggior parte della città, una gran parte di quella raccolta nel libro non esiste più, e questo rende la lettura delle loro descrizioni doppiamente difficile e noiosa, lo so, problematico e scandaloso per l’opinione di un appassionato di storia, ma voglio scuotere un po’ di cattedre, tirare qualche gonna. Le costruzioni immaginifiche basate solo sull’ecfrasi mi fanno sussultare e mi svegliano in qualche modo, mi annoiano tanto da allarmarmi all’odore di polvere e muffa in cui certe pieghe della storia e dell’archeologia ci incastrano. Sono grato di poter sentire la claustrofobia in queste ecfrasi, mi scuotono e mi fanno distogliere lo sguardo,esco e respiro dell’aria fresca. Se non c’è nemmeno un cumulo di pietre che dia senso ad una scampagnata allora veramente si tratta di masturbazioni antiquarie. Vero solo nei giorni cattivi.
Prima di partire per Istanbul ho cercato dei libri sulla città e questa guida letteraria fatta di estratti da diversi autori sfamava la mia brama di diversità e metodicità in un colpo solo. Ho visto online la copertina, la quarta di copertina, ma non ho fatto caso al numero di pagine. Devo iniziare a farci caso ora che la pila dei libri da leggere ha raggiunto una dimensione preoccupante e un peso emotivo silenziosamente angosciante.
Sono grato al caos di immagini che questo libro mi lascia ogni volta che penso al tempo che vi ho dedicato, in totale sicuramente maggiore al tempo che ho trascorso a Istanbul in carne ed ossa. Sono grato alla confusione che ora ho tra le descrizioni, le illustrazioni del libro e i ricordi della mia visita. Le potrei separare solo a fatica.
In generale ho il dubbio o la convinzione che nelle pagine restanti di qualsiasi libro che inizio si nascondano dettagli curiosi che non incontrerei mai se mi attenessi a leggere solo alcuni capitoli o magari leggendo di qua e di là senza un ordine, come si fa sfogliando o scorrendo i titoli. Senza questa fissa non avrei finito il Ramo d'oro di Frazer (comunque versione ridotta della Oxford lol) o l’Ulisse di Joyce (anche se tradotto in italiano, mannaggia). Non avrei trovato nelle ultime pagine del Romanzo di Costantinopoli la descrizione e le illustrazioni delle mura di terra, con tutta la carica simbolica che rende Itanbul una delle citta piu interessanti che abbia mai incontrato, la tensione della conquista islamica di una capitale cristiana, lì, piantata tra i rovi e i blocchi di pietra al limitare del centro storico e lontano dalle attrazioni turistiche, dei ruderi ingombranti e impossibili da cancellare o demolire. Enormi navi di pietra incagliate nella terra su uno dei tre lati del triangolo che forma la città, delle rovine, dimenticate ma impossibili da rimuovere, pittoresche e tardo romantiche, rovine in senso pieno. Non mi sono pentito nemmeno di aver letto le biografie degli autori della raccolta, brevi, agili, avventurose, la parte migliore di questo mattone forse. In queste appendici biografiche, anfratti pubblici e pubblicati alla luce del sole ma nascosti e adombrati da strati di polvere, caratteri piccoli e centinaia di pagine, ho trovato una delle affermazioni più lucide, perverse e malsane che abbia mai letto, assieme solo a certe scorregge di Nietzsche. Sono le parole messe in bocca all’appendice biografica di Orhan Pamuk: “il passato è più plastico del presente, [...] è un luogo vuoto dove non vive più nessuno e dove si è liberi di ricreare la realtà”(p. 870). Puzzano di convinzione degli autori stessi, puzzano di ciò che ho sempre temuto pensasse chi dedica a imperi morti.
Per il paragone tra le tessere dei mosaici e i pixel degli schermi digitali invece non serve aspettare molto, lo si trova nelle prime pagine della meravigliosa introduzione. Il paragone mi ha punzecchiato per tutto il libro, mi turbava in continuazione la bellezza del rapporto di questi due elementi, la bruttezza dei mosaici che non sono mai riuscito a mandare giù e il buon fallito tentativo di rendere attuale qualcosa di morto Bisanzio. A quanto ho capito l'aggettivo “bizantino” ha col tempo assunto la sfumatura di “sotterfugio”. Ecco che questo paragone, nella sua bellezza, è bizantino.
Oltre appa puzza di polvere, muffa e scorreggia ho trovato anche della puzza di islamofobia. Non l’islamofobia stessa, intendiamoci, ma il sospetto di essa. La nostalgia del bizantino prima del turco, il continuo e imbarazzante fingere che il turco o l’islamico non esistano per contemplare meglio l’originale bizantino, nei monumenti, negli ammassi di pietre, nelle moschee una volta chiese. Sospetto anche Il finale in cui si snocciolano le profezie secondo le quali la cristianità orientale si riprenderà la città conquistata dai turchi. Nostalgia ammalata, perversione reazionaria, nostalgia dimentica che l’unico motivo che rende Istanbul e i suoi monumenti bizantini assolutamente interessanti non è la civiltà bizantina ma che questa è ora in mano ai turchi.