"Made in Italy? Il lato oscuro della moda" è il coraggioso report di un'esperienza lavorativa trentennale nel mondo della moda e dell'industria tessile. C'è la storia di Irina, che seleziona a mano le piume per le giacche; quella di Daria, costretta a prostituirsi per mangiare. I "buoni", le piccole lealtà dei laboratori rimasti in Italia, veri rappresentanti del "made in Italv', e i "cattivi", fra cui molti big della moda che con la complicità di imprenditori senza scrupoli - italiani e stranieri - delocalizzano selvaggiamente distruggendo vite e l'economia del nostro Paese e di quelli in cui realizzano, a costi da fame, le loro produzioni. Nessuno, dopo aver letto questo saggio, potrà guardare le grandi firme con gli stessi occhi.
Premessa: mi aspettavo un breve saggio, o almeno un pamphlet con solidi contenuti. In più avevo, già prima di leggerlo, una conoscenza di base delle catene del valore nel settore della moda.
È un libro estremamente ripetitivo, con pochi dati e poche informazioni sparse qua e là. Mai veramente sistematizzate e inserite in un discorso completo. Ogni capitolo è uno sfogo, con note sensazionalistiche, di un uomo che ha accumulato tanto rancore verso un mondo ingiusto. C'è tantissima retorica (colpa mia, che mi aspettavo da Report?), poca sostanza.
Ho trovato fastidioso il fatto che siano stata fatti i nomi di tutti (o quasi) i marchi deprecabili, ma non siamo mai esplicitati quello virtuosi.
Tornando indietro non lo comprerei e leggerei al massimo il penultimo capitolo, che riassume bene tutto il contenuto. Consigliato a chi non ne sa proprio nulla sull'impatto umano (e ambientale) del settore della moda.