Un romanzo di ribellione e libertà, la storia di un sogno di giustizia e di una donna coraggiosa che sfida le convenzioni del suo tempo.
Autunno 1652. Un pugno di uomini, stanchi di subire le angherie dei nobili e dei soldati che razziano i paesi della brughiera lombarda tra una battaglia e l’altra, si raccoglie intorno a Bonaventura Mangiaterra, un capopopolo che affascina i suoi compagni con la Bella Parola, una versione personale e ribelle delle storie della Bibbia. Bonaventura diventa presto una leggenda tra i contadini e i poveri: ha carisma, saggezza e una lingua sciolta con cui predica la libertà, in breve la sua banda cresce di numero e forza, minacciando il potere costituito. Per fermare la rivolta, l’Inquisizione e i nobili della zona schierano infide spie e un esercito poderoso, ma quando riusciranno ad arrivare a Bonaventura, una sorpresa metterà in discussione tutte le loro certezze. Vent’anni dopo, la cantastorie Pùlvara ripercorre le stesse brughiere che hanno vissuto l’epopea di Bonaventura e della sua banda. La donna si era unita in gioventù a quegli uomini valorosi travestendosi da maschio e ora, in cambio di ospitalità, racconta ai contadini le loro imprese. Mano a mano che quelle gesta eroiche rivivono nelle sue parole, Pùlvara si avvicina sempre di più, come in un gioco che diventa reale, al mistero della vita di Bonaventura Mangiaterra.
Laura Pariani è nata a Busto Arsizio nel 1951. Ha esordito nel 1993 con la raccolta di racconti Di corno o d'oro (Sellerio, Premio Grinzane Cavour). Ha poi pubblicato, per Sellerio, Il pettine (1995) e La spada e la luna (1996). Presso Rizzoli sono usciti La perfezione degli elastici (e del cinema) (1997, Premio Selezione Campiello), La signora dei porci (1999, Premio Grinzane Cavour), La foto di Orta (2001, Premio Vittorini), Quando Dio ballava il tango (2002), L'uovo di Gertrudina (2003, Premio Selezione Campiello), La straduzione (2004). Ha inoltre pubblicato per Effigie Il paese dei sogni perduti. Anni e storie argentine (2004) e Patagonia blues (2006), per Casagrande Il paese delle vocali (2000) e Tango per una rosa (2005), per Alet I pesci nel letto (2006). Per Einaudi ha pubblicato Dio non ama i bambini (2007), Milano è una selva oscura (2010), La valle delle donne lupo (2011), Questo viaggio chiamavamo amore (2015) e «Domani è un altro giorno» disse Rossella O'Hara (2017).
Atmosfera e scenari, per capirci, come in un film di Olmi. O come in Novecento di Bertolucci. La questione sociale riportata alla preistoria contadina, tra miseria e ribellione; tra superstizioni e un cristianesimo para-rivoluzionario usato per tentare di difendersi dalle due oppressioni secolari della storia d’Italia: quella degli invasori e quella della Chiesa (siamo in piena età dell'Inquisizione). Proiettata sull’oggi, fa ritornare a galla il tema della giustizia, che è nel suo scheletro portante, oggi come allora, prima di tutto giustizia sociale.
Protagonisti i vecchi poveri, i contadini del nord che solo nei vestiti e nelle abitudini, oltre che nella lingua e nel colore della pelle, sono diversi da quelli del sud e dai nuovi poveri di oggi. Allo stesso modo, la questione femminile viene riproposta nella sua embrionale, preistorica sostanza. E nella sua centralità. Un allargamento degli orizzonti storici verso un passato così lontano da rendere impressionante l’evidenza di come, appunto, la sostanza dei problemi non sia poi così tanto cambiata.
Quella che è cambiata piuttosto e non è poca cosa è la vita quotidiana e il progresso delle conoscenze e delle tecniche al servizio della vita quotidiana: dall’igiene, all’alimentazione, alla sanità, all’istruzione. Facile pensare, leggendolo, che nonostante tutti i problemi che abbiamo, viviamo di gran lunga, almeno da questo punto di vista e in questo pezzo di mondo, nella migliore delle epoche, da qualche migliaio di anni a questa parte.
Letterariamente due cose di pregio: la prima è la lingua impastata nei dialetti padani, tra Lombardia e Piemonte, e poi condita di neologismi e trovate. La leggibilità non ne perde. Anzi, il libro ne acquista in vivacità. E il realismo vien fuori colorato di suggestioni. La seconda è la struttura a mosaico, con un alternarsi degli scenari narrativi attraverso il racconto della storia della banda dei ribelli “pitocchi” e una ricostruzione a posteriori di una sopravvissuta. Il finale è tra i migliori letti negli ultimi tempi.
A Busto Grande (Busto Arsizio) nelle terre del Milanesado (Lombardia, ducato di Milano durante il periodo spagnolo), fra la brughiera e le paludi delimitate dal Tesìn (il Ticino), si forma nel 1652, per aggregazione spontanea dopo anni, decenni, forse secoli di soprusi, la banda di Bonaventura Mangiaterra, che predicando una Bibbia tutta sua, ma più vera di quella predicata dal curato e dal vescovo, mira a sollevare il giogo che schiaccia i contadini e popolani del circondario per liberarli dalle angherie degli invasori, dei nobili e dell’Inquisizione. Vent’anni dopo la strìa (la strega) Pùlvara, che della banda ha fatto parte travestendosi da uomo, e si aggira fra nebbie, i boschi e le paludi, ne ripercorre di cassina (cascina) in cassina, di bettola in bettola, le gesta, narrandone e ricostruendone la storia alle persone che incontra per il suo peregrinare e che la interrogano su quanto accaduto vent’anni prima.
La narrazione di Pariani, per mezzo di un abile pastiche letterario che unisce dialetti lombardo padani, termini onomatopeici, invenzioni e neologismi dell’autrice, si svolge così, rievocando a capitoli alterni le vicende dell’uno e dell’altro periodo - del 1652, quando Bonaventura e la sua banda imperversavano nel Milanesado, e del 1672, seguendo Pùlvara, quasi braccandola, di casella in casella come in un Gioco dell’Oca - fino alla rivelazione finale (!), quando ogni casella, ogni tessera della storia, troverà la sua giusta collocazione.
Ho faticato molto a leggerlo, devo ammetterlo, i primi cinque o sei capitoli non ho letteralmente capito di cosa la storia narrasse: poi, all’improvviso, il clic, come avessi trovato la password per decodificare il testo; a quel punto ho deciso di ricominciare da capo e da lì sono andata dritta fino alla fine, ma con uno sforzo che mi ha impedito di godere appieno della bellezza della storia (tanto ero impegnata a non perdere il senso delle parole e di un linguaggio che mi era del tutto estraneo) e rallentato e affaticato la lettura.
“È questo il senso della casella cinquantotto, dice il Gioco di Santa Oca: il destino avverso colpisce quando non ce l’aspettiamo, anzi quando i nostri piani sembrano sul punto di riuscire. Ciclo di Saturno, il Malefico. Così è stato, per Bonaventura: poteva fuggire, ma si è sacrificata per dare tempo a Pùlvara di allontanarsi nuotando. Ciclo di Saturno, ma anno del Sole. Ché, quando arrivi a cinquantotto, non puoi più andare avanti, sei obbligato a tornare al punto di partenza e ricominciare da capo. Messa così, la faccenda non sembra tragica, pare perfino un’occasione in più. Ché il Sole sembra dirci qualcosa di importante: in fondo alla scurità di Saturno risplende la luce. Speranza finale, pur nella sciagura. Chi non è riuscito a raggiungere il Giardino dell’Oca deve rinascere, ricominciare dal principio a ripercorrere pazientemente il cammino della spirale. Ma nella realtà chissà se sarà vero che ogni morte è semplicemente il passaggio a un’altra vita? Pùlvara si guarda intorno, sfinita. Tre cornacchie appollaiate sulle siepi. Un monticello umidiccio di terra cavata. Tre più uno fa quattro: Ciclo della Luna, anno del Sole. Non è un brutto numero per cominciare da capo.”
Chiara Fenoglio, responsabile della sezione narrativa del premio Pavese, ha scelto quest'anno Laura Pariani. Confesso che non la conoscevo ed era un gran peccato. L'ho approcciata partendo dal suo ultimo romanzo, uscito per La nave di Teseo nel febbraio 2019. Che meravigliosa scoperta!! Ha nella sua bisaccia di autrice tutto ciò che occorre: stile, abilità narrativa di alto livello e belle storie da raccontare (perché anche gli altri titoli sono intriganti). Nel suo discorso di accettazione del premio, fatto a braccio, stringato e spontaneo (evviva) ha parlato dell'importanza del saper captare le storie che ci circondano, senza per forza avvitarsi su se stessi (doppio evviva). Qui siamo in una pianura lombarda seicentesca, fatta di lande paludose, di popolazioni affamate, rabbiose di soprusi e pestilenze. L'anziana Pulvara cammina con occasionali compagni di viaggio, umani e ferini. Scambia storie con tozzi di pane secco, dorme sotto le stelle, diretta verso un'epilogo sorprendente. Il linguaggio sembra venire dal passato in perfetta sincronia con la storia, non so se attinto da vecchi scritti polverosi vergati da amanuensi o sapientemente ricreato sulla falsariga delle nostre lingue madri. È una storia di violenze, vita dura e riscatti, ma è anche un tributo all'emancipazione della donna in anni in cui le possibilità in tal senso erano nulle. Ne sono rimasta ammaliata, quindi 4 stelle sconfinando un pochino verso la quinta.
Siamo in una Lombardia Manzoniana le cui cicatrici lasciate dalla conquista spagnola turbano la quotidianità dei cittadini. Un nuovo ordine, capeggiato da un autoproclamatosi profeta, assolda masse di reietti tra le propria fila e si muove contro i signorotti locali mettendosi alla testa di un nuovo ordine nato da una sorta di reinterpretazione della Bibbia che prevede il prevaricare dei poveri sui ricchi come volere divino.
La scrittura dialettale, simulando una trasposizione scritta della figura del cantastorie, si basa su un italiano dantesco differenziandosi per terminologie, cadenze e modi di parlare diversi a seconda del contesto sociale attribuito ad ognuno dei personaggi.
"Il gioco di Santa Oca" potrebbe essere definito un romanzo di denuncia sociale come tanti altri lavori di Laura Pariani in cui vengono messi al centro della trama figure spesso bistrattate dalla storia (le donne, i bambini, le persone meno abbienti) e di cui vengono narrate le gesta di rivalsa attraverso un piglio allegorico di matrice classica.
I contorni fiabeschi uniti all'ironia della penna dell'autrice contribuiscono a creare una storia pregna di significato ma non eccessivamente pesante dal punto di vista narrativo che ripaga il lettore una volta entrati nel meccanismo del racconti e del "gioco".
Il gioco di Santa Oca di Laura Pariani, (La Nave di Teseo) tra i cinque finalisti del Premio Campiello 2019, è la mappatura di un determinato periodo storico di una precisa porzione d'Italia. Siamo tra la metà e la fine del 1600, in Lombardia. L'alternanza passato-presente tra un capitolo e l'altro tiene viva la fiamma della curiosità e la sete di conoscenza del lettore nei confronti di una storia che esce dagli schemi sia sul piano narrativo-stilistico sia sul piano linguistico.
"Lombardy, Autumn 1652. Weary of being abused by the nobility and the soldiers that keep pillaging the land, a group of men join the mysterious Bonaventura Mangiaterra, a charismatic leader with his very own interpretation of the Bible as a message of freedom and equality. Feeling threatened, the secular powers and the Inquisition plot to find him and for that they need the perfect spy." [from: https://www.eurolitnetwork.com/the-it... ]
Siamo nella brughiera a metà del 600. Con una parlata che assomiglia a quella che Dario Fo ha inventato con Mistero Buffo, si raccontano le vicissitudini di Bonaventura Mangiaterra che si comporta come Robin Hood ma è molto di più. Bella lettura...soprattutto nel finale.
Piacevole per chi è della zona di busto grande ritrovare dei luoghi con i nomi con cui i miei nonni li chiamavano. Poi la storia è un po’ lenta. A tratti quasi come la brughiera... difficile.
Nell'ombra della superstizione, delle streghe e della peste, attraversiamo le terre paludose della Lombardia del '600. Le percorriamo in compagnia di due personaggi - una donna e un brigante...
Incipit Sopra la torre sventola lo stendardo del Sant’Uffizio che in questa piccola città ha una sede distaccata nel palazzo di Giustizia..... Il gioco di Santa Oca Incipitmania