«Mexico City Blues è un grande classico. È un'opera originale, con un discorso molto personale, di una musicalità notevole. Un'opera di genio continuato, una suite di 242 poeie, come i Sonetti di Shakespeare, in cui Kerouac "jezza" la lingua americana» (Allen Ginsberg)
Kerouac. Un autore che mi ha affascinato da subito al nostro primo incontro, avvenuto nell'ottobre del 2013 quando lessi il suo romanzo "Sulla strada", di cui spero di potervi raccontare del mio incontro con questo libro al più presto.
Arriviamo a Mexico City Blues: una mattina, appena sceso dal tram mi avviavo verso Piazza Castello a Sassari per incontrarmi con un amico, a due passi dalla fermata, attraverso e passo per via Torre Tonda, dove si trova una bancarella di libri usati. Mentre camminavo il mio occhio si posò su questo libro, mi fermai e cominciai a sfogliare alcune pagine... Avevo conosciuto il Kerouac narratore, ma volevo conoscere anche il Kerouac poeta, così senza indugiare oltre acquisto il libro.
Son riuscito a leggerlo solo di recente.
Mexico City Blues venne pubblicato nel 1959, ma scritto nel 1955, ed è la sua prima opera poetica pubblicata. Un continuum poetico dal quale si viene condotti dal ritmo della sua Jam Session, ben 242 strofe, nei quali emerge il suo stile definito "prosodia bop" o "prosa spontanea" che rappresenta il testamento e il manifesto della Beat Generation.
Mexico City oltreché essere un luogo fisico rappresenta anche un luogo di "libertà", in certo senso rappresentata dalla droga lì facilmente reperibile e a basso prezzo, elemento che ritorna più volte all'interno della raccolta e che contribuisce in certa misura alla nascita della scrittura e dello stile di Kerouac. Da Mexico city si parte verso altre mete, verso altri mondi, in viaggio per non restare intrappolato nella sua stessa lirica. Il "blues", come elemento "malinconico" in un senso nostalgico di un America contraddittoria.
Pagine che raccolgono la sua anima e talvolta pagine visionarie, Kerouac in questa raccolta si a volte si presenta come un maestro della tradizione orientale, altre volte come un musicista che dà vita ad una danza tribale, quasi sciamanica. I temi delle 242 strofe sono vari: infanzia, vita, morte, spiritualità e misticismo che si susseguono nelle pagine una dietro l'altra dove i ritmi lenti, veloci certe volte psichedelici e metafisici, e ci si ritrova a danzare insieme al questo cantante bop, si riesce persino a vederlo. La band che suona un lungo blues dai temi variabili, e lui al centro che canta tutta la sua vita, la sua "malinconia", la sua trascendenza, sudato con una sigaretta in mano, e la folla che davanti a lui balla, rapita dalla sua voce.
Un battuto e beato, come egli stesso si definì dando una definizione della Beat Generation e questa raccolta racchiude tutti questi elementi, un opera complessa nei temi e non sempre di facile lettura, e in tutto questo la traduzione non aiuta, nonostante il lavoro dei traduttori, molte cose inevitabilmente si perdono nella riscrittura in una lingua "altra", diversa da quella originale. Il mio consiglio è, per chi conosce l'inglese di leggere le poesie prima in lingua madre e successivamente in italiano.
Detto questo, è un libro del quale ne consiglio la lettura, a tutti e non solo a chi già apprezza l'autore, specie in questa raccolta, Kerouac è una miniera inesauribile di spunti di storie vissute.
Prima di lasciarvi, vi trascrivo una poesia scelta da questa raccolta.
119a strofa
Il tuo Sé sia il mio lume,
Il tuo Sé sia la tua guida -
Così parlò Tathagata
Mettendo in guardia dalle radio
Che sarebbero venute
Un giorno
E avrebbero costretto la gente
Ad ascoltare automatiche
Parole altrui
e il generico flash dei rumori,
dimenticando il Sé, il non-Sé -
Dimenticando il segreto...
Lassù sulle montagne così alte
i sommi sacerdoti stregoni stanno
a ramazzare il ponte
di torsi dalle costole rotte
rotte sulla ruota di tortura
di
Kallaquack
cercando di capire in che modo uscir
fuor dalla calamità di polvere e
eternità, buz, è meglio
che tu torni alla barca
g e n t i l e
Jack Kerouac, Mexico City Blues