La panchina è un luogo di sosta, un'utopia realizzata. È l'ultimo simbolo di qualcosa che non si compra, di un modo gratuito di trascorrere il tempo e di mostrarsi in pubblico, di abitare la città e lo spazio. È il margine sopraelevato della realtà, il posto ideale per osservare quello che accade, la gente che si muove, che vive, l'autobus che passa, i piccioni, le nuvole sopra la testa.
Per molti, che a stare seduti su una panchina provano imbarazzo, è l'immagine della provvisorietà, della precarietà, forse del declino. Stare in panchina, nel lessico attuale, è il contrario dello scendere in campo. Eppure una buona panchina fa sentire al riparo chi vi siede e fa apparire il suo ozio come un'attività di qualità superiore, da intenditore – un po' come quando al ristorante uno ordina un piatto molto semplice e il cuoco gli fa capire di considerarlo un buongustaio. Una panchina perfetta è come una piega del mondo, una zona franca, liberata o salvata, dove il semplice sedersi è già in sé una meditazione. Non è necessario che sia sullo Stelvio o sulla Promenade des Anglais o davanti allo skyline di è la panchina che definisce il centro dell'universo.
Piccolo libro prezioso, che mi fa riscoprire l'affinità con una pratica del distacco, della lentezza (e ovviamente della lettura) che solo sulle panchine può compiersi. Che per altro rappresentano anche uno dei pochi modi rimasti (e non a caso osteggiati) di vivere davvero lo spazio urbano. In più è scritto benissimo ed è pieno di riferimenti letterari (e perfino filmici) in cui mi ritrovo perfettamente.
Mi è piaciuto questo spostarsi tra le panchine, attraversando ricordi e racconti, punti di osservazione privilegiati. E mi sono piaciuti i ricordi che evoca, condividendo racconti, paesaggi, arte e scrittura. Ed è stato bello perdersi nella rimembranza de L’infinito di Leopardi, Aspettando Godot di Beckett e Il maestro e Margherita di Bulgakov…. Leggere come atto anarchico, su una panchina…..
Però questo susseguirsi di pensieri e racconti non è sempre al servizio del lettore, a volte rimane sospeso…
“So sempre di meno che cosa sia abitare, anche se nel frattempo ho cambiato già troppe abitazioni, ogni volta illudendomi di essere arrivato “a casa”. Itaca è un luogo di sosta come un altro, prima di un nuovo viaggio, e il mistero dell’abitare è tutt’uno col mio vizio di raccontare delle storie, se non un sinonimo. Nel frattempo sono arrivato alla conclusione che siamo tutti, più o meno consapevolmente, dei rifugiati politici.” - estr. pag. 50
Ogni riflessione un capitolo. Ogni capitolo una riflessione. Quasi un diario, un po' frammentato in cui si mischiano vissuto ed osservato. Frammentato anche il narrato. Zoppicante lo stile. Le riflessioni scorrono via come acqua nello sciacquone. Il titolo è bellissimo, però.
Le panchine mi hanno sempre affascinata, sin da piccola, facendomi pensare, così come all'autore, che siano uno dei mezzi per "uscire fuori dal mondo senza uscirne". Seduta su una panchina ad assistere, come dietro le quinte di un palcoscenico, allo scorrere del mondo attorno a noi...o a leggere, mentre i raggi del sole ci riscaldano...o a chiacchierare con un'amica...o anche a stare in silenzio astraendoci da tutto il resto. Sono le nostre piccole isole felici e, purtroppo se ne vedono in giro sempre di meno, semplicemente cancellate senza essere sostituite, perchè ci viene inculcato il falso principio che bisogna essere sempre in movimento, senza fermarsi mai. "Chi si ferma è perduto, ma si perde tutto chi non si ferma mai" (Niccolò Fabi) Un grazie a quest'autore che con la sua descrizione minuziosa, mi ha dato la possibilità di sedere su panchine bellissime, senza mai esserci stata...
Le mie aspettative erano alte perché avevo ascoltato alcuni brani tratti da questo libro che mi avevano entusiasmato . I primi capitoli sono stati interessanti e ricchi di fascino. Gli ultimi per me sono troppo auto referenziali e mi hanno un po’ annoiata .