A quanto pare, questo libro sta riscotendo un enorme successo; un certo successo, è vero, altresì pare arridere all’analogo (ma non affine) saggio in lode del latino, scritto da Nicola Gardini, ma il clamore riguarda soprattutto il volume della Marcolongo: sicché vien fatto di domandarsi se i lettori italiani non preferiscano il greco al latino, o le greciste bionde ai latinisti bruni, non riuscendo io a capire come mai goda di maggior fama quest’assai brutto libro rispetto a quello assai bello dello studioso milanese; mi consolo pensando che, dantescamente, la nostra nominanza ha color d’erba, compresa la nominanza della Marcolongo.
Un’analisi puntuale del saggio (che immagino altri abbiano già condotto, con miglior puntualità, dottrina e acribia di quelle di cui sia capace il sottoscritto) meriterebbe ampio spazio, e riuscirebbe anche tediosa per chi non abbia letto il libro. Poiché tuttavia esso, accanto a pagine graziose, sensibili e informative, pullula di pasticcetti poco simpatici, rifarne le bucce en abregé non mi sembra inopportuno; vi saranno poi ulteriori considerazione da fare dal punto di vista dell’impianto concettuale dell’opera.
L’impressione generale è che l’autrice, innamorata del greco a prescindere da tutto, e bramosa di cantarne i meriti, metta in evidenza i soli aspetti di tale idioma che le permettono di elogiarlo ricamandovi sopra; il suo concetto fondamentale ad esempio è che il greco possedeva una finezza, una complessità e una ricchezza ignote ad altre lingue moderne o antiche, sicché ne pesca gli elementi grazie ai quali in effetti sono possibili con mezzi sobrî alcuni tipi di sfumature espressive per raggiungere le quali, viceversa, per esempio l’italiano è obbligato a ricorrere a costruzioni più complesse. Ma si tratta d’un ragionamento fallace: se il greco possiede un sistema verbale capace di esprimere con estrema precisione l’aspetto dell’azione, si mostra nettamente inferiore al latino nell’esprimere il tempo e il rapporto reciproco fra più azioni; questo per la Marcolongo è un pregio perché ritiene “più bella” una concezione del verbo che ne metta in evidenza in prevalenza l’aspetto continuativo, puntuale o perfettivo, ma ovviamente si tratta d’un suo gusto personale e sentimentale: senza dire che poi l’autrice accortamente sorvola sul fatto che invece la declinazione del greco è più povera rispetto al latino (manca dell’ablativo) e viepiù rispetto al sanscrito, alle lingue slave, al lituano. La sua tecnica tipica consiste anzi nel presentare questi supposti pregi come peculiarità assolute del greco; poi, di straforo, a mo’ di escatocollo buttato lì distrattamente, spesso dà l’informazione completa: ma il lettore si ricorda la paginata di elogi alla peculiarità, non la mezza riga di precisazione che arriva più tardi. Tali precisazioni però non sono precise tutte le volte. Ad esempio, dopo un panegirico all’ottativo, la Marcolongo ricorda che esiste anche in sanscrito; le lingue moderne invece hanno perduto questa ricchezza: peccato che una lingua moderna, e parlata sulla porta di casa nostra, cioè l’albanese, non solo possieda l’ottativo, ma abbia un sistema verbale molto più ricco ed espressivo anche del greco. Se la bellezza del greco stesse soltanto nei verbi, con maggior ragione la Marcolongo dovrebbe scrivere un panegirico dell’albanese, che oltretutto è più elaborato anche nella declinazione del sostantivo.
Ma nella lingua di Omero esisterebbe un’altra ricchezza sconosciuta alle altre lingue indeuropee: il duale. Peccato che neanche il duale, come alla fine deve ammettere l’autrice stessa, costituisca una peculiarità del greco: se in effetti nel latino ne rimangono pochi casi fossili (ambo, uter, uterque, neuter, alter), il duale esiste per esempio in sanscrito, in antico bulgaro, in gotico, e perfino in lingue tuttora usate come il sorabo, lo sloveno, parzialmente in lituano, e in molte lingue non indoeuropee, a cominciare dall’arabo e dall’ebraico; la Marcolongo tira in ballo l’hawaiano, per alludere a una stranezza e rarità del fenomeno: ma l’hawaiano è solo una delle tante lingue austronesiane in cui esso è presente. Per giunta, la presenza del duale le dà il destro per indulgere a considerazioni sulla coppia e l’amore; meno male che in greco non esistono il triale come in certe lingue dell’Oceania, o il paucale come in qualche dialetto curdo, in arabo, in certe lingue cuscitiche, in hopi e in altri idiomi ancora (a conti fatti, qualche volta vien da pensare che il professore di glottologia dell’autrice fosse particolarmente soporifero, sicché i suoi scolari si saranno appisolati di frequente durante le lezioni: e il risultato si nota): m’immagino quali chiose assai meno romantiche tali particolarità desterebbero in una linguista emotiva come la Marcolongo. Proprio in questi giorni, peraltro, leggendo l’Andromaca di Euripide, ho avuto modo di trovare per puro caso duali che indurrebbero comunque a tutt’altre considerazioni, rispetto a quelle ch’esprime la studiosa italiana. Ecco ad esempio i vv.476-477, dove il Coro deplora le divisioni e le contese: “τεκόντοιν θ’ὓμνον ἐργάταιν δυοῖν/ ἔριν Μοῦσαι φιλοῦσι κραίνειν”; qui è evidente che fra i poeti rivali le Muse instillano lo spirito di gara e di lotta; e poco dopo Menelao (vv.516-17), minacciando di morte Andromaca e il figlioletto, le grida in faccia "…δύο δέ δισσαῖν/ θνῄσκετ’ ἀνάγκαιν”: da un lato, precisa subito dopo, è lui a decretare la morte della principessa troiana, mentre quella di Molosso sarà decisa dalla figlia di Menelao stesso, Ermione; anche qui, dunque, non unità ma divisione o perlomeno distinzione. E sono, ripeto, due casi capitatimi sotto gli occhi per puro accidente, analoghi a chissà quante altre centinaia che si potrebbero squadernare. Il duale, insomma, esprime tutto ciò che può esprimere il numero due: la coppia unita, ma anche la divisione, la στάσις; ed è proprio quest’ultimo l’aspetto del numero due che assume rilevanza filosofica nel platonismo, col concetto di Diade in(de)finita in rapporto dialettico con l’Uno. Insistere sulla coppia, l’amore, l’unione e via dicendo significa immiserire la bellezza del duale greco; altro che valorizzarla! Sarebbe interessante oltretutto sapere quanto il duale sopravvivesse nella lingua parlata: con ogni probabilità, poco o punto; quelli che leggiamo noi sono tutti testi letterarî, nei quali, come ricorda l’autrice stessa, l’uso è affatto personale e oscillante: il che induce a pensare che, per quanto bello, il duale già nell’Atene classica fosse in via di scomparsa o almeno di forte regresso.
Tra tante generalizzazioni e sviste le si può far grazia, tutt’al più, dello strafalcione di p.1, dove ricorda i tabù linguistici: cita quello che citano tutti, ossia il caso dell’orso, effettivamente rinominato con termini allusivi da molte lingue indeuropee, come quelle germaniche o slave; ma l’orso in russo non è il “mangia-mele”, come scrive l’autrice, bensì il “mangia-miele”: questo però potrebbe essere uno sfortunato refuso.
Altra ricchezza del nome, il neutro. Qui il tentativo di gabellarlo come specialità ellenica manca: perfino la Marcolongo sa che parecchi italiani conoscono il tedesco, e molti di più il latino; ma la sciocchezzuola riesce a infilarla egualmente, quando afferma che nelle moderne lingue neolatine il neutro manca: detto da una laureata in lettere mi pare grave, ché se il neutro italiano rimane vestigiale e improduttivo, sebbene operante in alcuni sostantivi come uovo/uova, vivo e produttivo è invece quello del romeno.
Quanto al verbo, a suo avviso i grecofoni antichi non si rendevano conto che i tre gradi apofonici del verbo λείπω, donde i tre temi λειπ- (del presente), λοιπ- (del perfetto) e λιπ- appartenevano al medesimo verbo; ora, che i greci antichi non possedessero nozioni di linguistica storica (anche perché, superbi del proprio idioma, non si curavano di studiar quelli altrui) e costruissero le etimologie a orecchio, è cosa che per esempio a chi abbia solo sfogliato gli Aetia Graeca e gli Aetia Romana di Plutarco è ben presente: ma che non un dotto alessandrino, bensì un qualsiasi pescatore del Pireo fosse del tutto ignaro che λέλοιπα, ἔλιπον e λείπω erano parenti stretti significa poter affermare che un italiano attuale anche senza studio di grammatica non si renda minimamente conto che faccio e feci sono forme dello stesso verbo. Ma il richiamo ai verbi con apofonia, e ancor più a quelli politematici, è una gherminella di cui la Marcolongo si serve allo scopo di elogiare un’altra presunta peculiarità del greco: l’aspetto del verbo; poi, si capisce, di straforo, in un angolo, sottovoce, ricorda che l’aspetto ce l’hanno anche le lingue slave. E va bene. Potremmo altresì obiettare che privo non è neppure l’italiano: andavo, andai e sono andato sono tutti passati, ma non sono intercambiabili; ma lasciamo stare. Ad ogni modo, che ciò che racconta sull’aspetto nel greco (a proposito: perché invece non parla mai della diatesi media?) è in qualche caso inesatto, e in qualche caso perfino sbagliato.
Basta vedere che cosa dice dell’aoristo; e qui, come in altri casi, la giovane grecista più o meno spaccia quale specialità ellenica quello che invero è un retaggio indeuropeo; quel ch’è peggio, tuttavia, rimprovera i poveri professori di ginnasio, che a suo dire imporrebbero ai loro scolari di tradurre sempre l’aoristo col passato remoto: e, a dimostrare quanto hanno torto, sbandiera qualche sua traduzione di aoristi al presente. Ora, che secondo i professori di liceo l’aoristo vada “sempre” tradotto “col passato remoto” è un’invenzione della Marcolongo: nessun insegnante fa tradurre automaticamente con tempi passati gli aoristi participî, infiniti o imperativi (che in molti casi vanno resi con presenti, o addirittura con futuri), e semmai suggerirà di tradurre, all’occorrenza, coi tempi storici del congiuntivo certi ottativi o congiuntivi aoristi, secondo le regole della consecutio temporum italiana; l’unico che si traduce di solito col passato remoto è in realtà l’aoristo indicativo, e non a caso: presenta infatti l’aumento! - e i greci stessi se ne servivano come modo e tempo narrativo per eccellenza, grazie appunto alla sua natura puntuativa. Un professore di ginnasio deve dare a ragazzini principianti regole semplici e chiare, non ingolfarne la testa con inutili sfumature, coglibili e valutabili solo da chi possieda già dimestichezza col greco. Da notare che in latino addirittura l’aoristo, usato evidentemente con valore di passato già in epoca preistorica, s’è mischiato in modo inestricabile col perfetto, tant’è che molti perfetti non sono altro che antichi aoristi; e anche in sanscrito l’aoristo indicativo tende a indicare azioni passate. Ad ogni modo, le traduzioni che fornisce l’autrice sono concettualmente sbagliate: senz’avvedersene, se rende, senza specificare il contesto, con “amo” ἐπεθύμησα, con “olezzo” ὤζησα e con “sono felice” ἐχαίρησα per odio religioso verso il dogma del passato remoto instillato da professori grossolani, finisce per prendere la cantonata di tradurre tre aoristi come se fossero altrettanti perfetti: tantum religio potuit suadere malorum. Certo, in sede di traduzione si possono incontrare diversi casi di aoristo indicativo da non tradurre col passato remoto (e almeno alcune ipotesi, quelle dell’aoristo gnomico o dell’aoristo con valore di trapassato, s’insegnano anche al liceo): ma è davvero utile parlarne in un libro destinato a gente che il greco non lo sa o non lo ricorda più, che magari nemmeno ha l’idea di che cosa sia un aoristo, e che neanche può essere capace di decifrare i verbi scritti dalla Marcolongo, la quale per l’intero volume, come hanno fatto notare molti lettori a disagio, non traslittera mai i vocaboli greci in lettere latine? E intanto ella dà addosso ai poveri professori di greco, sua testa di turco che bersaglia di accuse ingiuste, e ingiuste proprio perché li tratta come grecisti che insegnano a grecisti, non da maestri costretti, con poco tempo a disposizione, a impartire nozioni spesso difficili da capire prima ancora che da memorizzare, a scolari sovente distratti, disinteressati o riottosi.
In effetti, viene spontaneo chiedersi quale sia il destinatario ideale del presente saggio. Dubito che chi non abbia cognizione di greco antico riesca ad apprezzarlo più di tanto, mentre senza dubbio può capire e apprezzare il saggio di Gardini sul latino: immagino viceversa che piacerà a quegli ex-studenti del Classico che, avendo preso poi strade diverse dalla laurea in Lettere, sappiano seguire il discorso, siano capaci di decifrare qualche parola, e si possano sentire contenti di far parte del circolo degli happy few della Marcolongo, la quale intanto strizza l’occhio proprio a costoro protestando di non ricordarsi tuttora dove piazzare gli accenti, che spiriti scrivere sulle parole, dove usare l’epsilon e dove l’eta, dove l’omicron e dove l’omega, oltre a non essere mai stata capace di leggere in metrica e di capire la metrica stessa: niente male per una che però dice anche di essere capace di pensare in greco. Come grecista, non ci fa una bella figura (e nemmeno come traduttrice, dopotutto: vero che un traduttore non deve fare per forza anche edizioni critiche, tantomeno di opere in versi, ma se nel volgere in italiano capita di dovere scegliere fra più lezioni dubbie o di dover cercare un senso a un passo corrotto in un luogo metricamente discusso, per esempio di lirica corale, che fa un traduttore cui non cale della metrica?, sceglie per istinto, per sentimento, tira i dadi?), ma è lo scotto da pagare per non fare la figura dell’esperta polverosa e per sembrare una compagnona giovanile, spigliata, simpatica e un po’ scavezzacollo.
Assai sgradevoli mi suonano poi le considerazioni di storia della lingua, secondo cui il greco, trascorsa l’età classica, incontrò una decadenza e sopravvisse solo quale idioma letterario artificioso e senz’anima. Ora, ciò mi pare assai poco carino anzitutto per chi abbia speso una vita di studio e dedizione su autori alessandrini, dove ci sono giganti come Callimaco e Teocrito, su prosatori di età imperiale, sull’epigramma, o magari sull’Antologia Palatina, su Fozio, Psello o la prosa scientifica, giuridica, filosofica dall’era ellenistica in poi; suona puerile solo che si pensi alla vivacità, alla bellezza e alla grazia di Plutarco, di Eliodoro, di Longo Sofista o di Luciano; e, se posso allegare una mia poverissima e ormai lontana esperienza personale, ricordo tuttora la sorpresa e quasi la commozione che mi colsero quando, giovanissimo aspirante bizantinista, analizzando la sintassi e i procedimenti retorici d’un testo d’età giustinianea che la Marcolongo confinerebbe nella grecità decadente, infima e vitanda, vi rinvenni, a scorno dell’aridità della materia, un’ammirevole rispondenza ai dettami classici. Anziché gioire per la preservazione d’un’eredità di vocabolario e di stile che travalica i secoli e ha sfidato invasioni, dominazioni e cataclismi, la Marcolongo liquida col nasino arricciato due millennî e mezzo della storia d’un popolo cui anzi, a un certo punto, come unica ricchezza rimase proprio la sola lingua natia, mentre l’onnipotenza delle umane sorti le sottraeva tranne la memoria, tutto.
E in tutto ciò l’autrice non rammenta davvero perché ancor oggi va studiato il greco. Il greco e il latino vanno studiati perché sono belli, perché con essi furono scritte opere d’immortale valore; ma anche e soprattutto perché il greco, al pari del latino, è una delle basi della nostra civiltà, e per capire una civiltà diversa dalla nostra è necessario conoscerne la lingua, unica chiave per accedervi senza l’altrui mediazione; se perdiamo la chiave per capire da dove veniamo perdiamo anche coscienza di noi stessi.