Antonio scompare all’improvviso. Nel nulla. Per ritrovarlo è necessario conoscere le sue radici, il suo terreno. Tra la Milano degli anni Sessanta e la Bisceglie dei giorni nostri, tra l’infanzia recisa e l’età adulta arrivata forse troppo in fretta, prende forma un racconto fatto di un’amara felicità e di sogni concreti. Sullo sfondo una grande passione: quella per la bicicletta.
Bisceglie, estate 2010. Gli agricoltori di un grande podere arroventato dalla canicola del sole di fine luglio sono preoccupati per l’improvvisa sparizione, apparentemente inspiegabile, di Antonio Di Pinto, proprietario del terreno e loro guida indiscussa. In particolare Soras, un giovane bracciante curdo rimasto orfano di padre a soli 18 anni, e Donato, amico fraterno di Antonio fin da quando erano ragazzini, non si danno pace e continuano a chiedersi se avrebbero dovuto capire qualcosa. Antonio Di Pinto è uomo ruvido e di poche parole, ma proprio pochi giorni prima ha fatto alcune strane domande sulla felicità ai suoi braccianti, dicendo poi a sua volta di essere stato felice da ragazzino, a Milano. Antonio adesso ha 64 anni, una moglie, 3 figlie e una nipote. Da ragazzo ha lavorato duramente a Milano prima di tornare nella sua amata Bisceglie dove ora coltiva i suoi terreni che riforniscono proprio il grande mercato ortofrutticolo della metropoli lombarda. La sua scomparsa non ha alcun senso e di lui non c’è la minima traccia, in paese tutti lo conoscono ma nessuno lo ha visto, quasi si fosse dissolto nel nulla. Mentre la famiglia e gli amici di Antonio sono nello sconforto, la narrazione torna indietro di oltre 50 anni, quando il piccolo Antonino, maggiore dei 5 figli di una povera famiglia di Bisceglie, viene accompagnato dalla madre a Milano per lavorare nel magazzino di ortofrutta di Giacinto e Teresa, una lontana cugina che si è trasferita a Milano quando Giacinto, molto più anziano di lei e rimasto vedovo, ha avuto bisogno di una nuova moglie che lo aiutasse a gestire la sua attività. Agli ordini della perfida Teresa, oltre ad Antonino lavorano altri ragazzini immigrati dalla Puglia, tra i quali quel Donato con cui Antonio stringerà una profonda amicizia, che vengono sfruttati, maltrattati e sono costretti a dormire in un sottoscala infestato dai topi. A Milano Antonino, il cui lavoro consiste principalmente nel consegnare frutta e verdura ai ricchi milanesi correndo per le strade della città a bordo della sua adorata bicicletta, si appassiona al ciclismo e in particolare alle gesta di Fausto Coppi: il titolo del libro, che mi ha colpito immediatamente, riprende infatti una frase pronunciata dal radiocronista Nicolò Carosio quando Coppi tagliò il traguardo della Milano-Sanremo del 1946 con un margine ampissimo sugli inseguitori. Dopo la morte di Giacinto, i ragazzi del sottoscala di via Bitonto, ormai alle soglie dell’età adulta, riescono a rilevare l’attività da Teresa, che conclude la sua misera vita in un Istituto. Nonostante le difficoltà di quegli anni Antonino ricorda la sua giovinezza come una fase felice della sua vita, il periodo in cui è cresciuto come uomo fino al suo ritorno a Bisceglie, dove prende moglie grazie a un matrimonio in un certo senso combinato. La scrittura della Kosgran, autrice di origini pugliesi, è davvero ottima ed evocativa. Ho apprezzato tantissimo sia la prima parte, ambientata nel 2010, che la parte centrale del libro incentrata sulla giovinezza del protagonista. In modo particolare ho trovato interessanti e riuscite le descrizioni delle campagne pugliesi, delle vie di Milano negli anni del boom economico e dei personaggi con le loro complessità e sfaccettature. Dopo circa 400 pagine di lettura scorrevole e decisamente avvincente, ho trovato purtroppo il finale affrettato e poco credibile, quasi come se l’autrice non sapesse più dove andare a parare... peccato! Il mio giudizio comunque è assolutamente positivo, anche se non ho forse saputo cogliere la poesia della “Favola” che porta la vicenda alla sua conclusione.