Un dj italiano, Jack Folla, rinchiuso ad Alcatraz in attesa di salire sulla sedia elettrica, diffonde nell'etere musica e parole. E dai microfoni di un carcere conduce una battaglia contro l'ipocrisia e la mediocrità, lancia un appello per il cambiamento, soprattutto ai giovani. Ha poco tempo e nulla da perdere, e questo gli consente di usare un linguaggio sincero fino alla brutalità. Nei 260 giorni che precedono l'esecuzione, Jack ci lascia la testimonianza di uno sguardo sul mondo franco e spietato, cui nulla e nessuno può sottrarsi.
Ennesima mia rilettura di questo straordinario libro scritto in prima persona da… un personaggio inesistente: Jack Folla, detenuto (e in attesa di esecuzione) nel più famoso carcere americano. La sua ultima richiesta è di poter parlare via radio e senza peli sulla lingua di qualunque argomento. Questo suo ultimo desiderio (come si dice in questi casi), quando mancano appena 228 giorni alla sua morte sulla sedia elettrica, viene realizzato… a nostre spese! Sì, perché Jack Folla non ha niente da perdere e, dal suo microfono, è libero di dire tutto ciò che pensa (anche con parole forti e brutali), tocca tanti e più disparati argomenti e tante le verità che ci vengono sbattute in piena faccia. [https://lastanzadiantonio.blogspot.co...]
Che cosa mi è rimasto di "Alcatraz"? Bella domanda. In realtà la cosa strana è che ho iniziato a farmela subito, dopo poche pagine. Premesso che visto il mio ritardo classico da "chiamatemi Rimba", ho capito DOPO che questo libro era in realtà tratto da una trasmissione radio andata in onda verso la fine degli anni '90, mi sono appunto detto "ma di questo libro cosa mi rimarrà?"
Jack Folla è il personaggio, alter ego(?), feticcio(?) che l'autore mette in pista in una di quelle che, a posteri, fatico anche io a credere possa essere stata una trasmissione fatta passare da big mother RAI, sopratutto in quel contesto là. Precisamente in quel contesto lì. Sì lo so, ho ereditato da mia madre il vizio di dare indicazioni fittizie su "lì" e "là", precise quanto un'indicazione gettata a caso su una mappa del 1.734 impregnata di acqua.
La trasmissione radio è la concessione che viene fatta a Jack per diffondere i suoi messaggi fino al resto dei suoi giorni di condannato alla sedia elettrica negli USA. Insomma un bel personaggio costruito ad arte e caratterizzato nella quantità giusta di mistero unita alla quantità giusta di presunte verità personali. E di che parla Jack? Di tutto e di più, come il famoso spot RAI. A tratti assume i contorni del paternalista in grado di lanciare benedizioni urbi et orbi alla velocità della luce, a tratti eccolo scattare sulla fascia, alzare la testa per sfornare una sciabolata morbida di accuse al sistema, alla società, a ciò che stava diventando lentamente la gente nel millenovecentonovantotto. A ciò che già era la gente nel millenovecentonovantotto.
Ecco. Fermiamoci qui su questo anno. Cazzarola. Vent'anni fa. E proprio questa considerazione mi ha intuppato un attimo la lettura, come quando sei a pranzo dai parenti e pensi sia già tutto finito e invece no, hai appena passato il cartello che segna "antipasti". Jack parla alle donne e ai ragazzi di vent'anni fa, lo fa da quarantenne con il suo passato, i suoi errori, le sue convinzioni e una bella coperta di opinioni che intende far sapere a tutti. Sono gli anni in cui i cellulari si affacciano nei palmi delle mani di ogni pischello (me compreso), gli anni in cui la TV generalista sta compiendo l'evoluzione che la porterà a diventare intrashtenimento, insomma il buon Jack non riesce a credere che i suoi connazionali siano diventati così rincretiniti da non aver capito nulla della lezione del post Tangentopoli.
Passano le pagine, le considerazioni, ed ecco che voilà, basterebbe sostituire 1998 con 2018 e "tv" con magari "smartphone-internet" ed ecco che tutto quadra perfettamente. Siamo riusciti a compiere una semi-capriola generazionale traslando la nostra stupidità diffusa di ben vent'anni. Insomma alziamoci e facciamoci un applauso convinto.
Il mio giudizio sul libro in generale si alza forse proprio per questo, alla fine. Non tanto per merito dell'autore quanto per demerito nostro, quello del non aver saputo sfatare tutte le premesse che venivano lanciate da un prodotto cultural-radiofonico di fine millennio. Una cosa però mi ha affascinato molto: il dialogo. Già perché la gente scrive al Jack Folla in radio, la gente commenta, prende parte, dice la sua e lo fa, con idee ed opinioni differenti, sottendendo un unico comune denominatore. La capacità di credere e meravigliarsi.
Tutti sanno che Jack non è un condannato vero. Tutti sanno che è un programma costruito ad arte. Eppure tutti vanno oltre questa maschera e si aggrappano all'idea e alle idee che questo DJ atipico esprime ogni sera. Non è importante quindi che Jack sia una persona vera, che davvero stia per morire, che davvero abbia una spina nel fianco di nome Greta. Importano le parole, ciò che ha da dire, le suggestioni davanti alle quali chi lo ascolta decide di indignarsi, o di sentirsi partecipe, di incazzarsi o di essere indifferente.
Ho pensato: ma i ragazzi, oggi, riuscirebbero ad assorbire un progetto come questo in quella maniera? Quella maniera che esce fuori dall'appendice di lettere inviate alla redazione? La risposta è "No" ed è anche ciò che maggiormente, oggi, ci divide forse da quella generazione un po' incazzata, un po' disperata, ma capace di ascoltare e ascoltarsi guardandosi ancora in faccia o attraverso le parole di un amico immaginario.
Nel 1998-1999, lo scrittore e programmista radiofonico Diego Cugia lanciò “Jack Folla - un DJ nel braccio della morte”: un dj italiano, condannato alla sedia elettrica non si sa bene per cosa, detenuto ad Alcatraz, teneva una trasmissione radiofonica in cui alternava ascolti musicali e monologhi durissimi. La voce, profondissima ed ispirata, era dell’attore Roberto Pedicini. La finzione era palese; al di là dell’assurdità della premessa, il penitenziario di Alcatraz è chiuso dal 1963, e nemmeno la sedia elettrica si usa più, sostituita dalla ben più “umanitaria” iniezione di veleno. Eppure la mimesi fu fortissima; moltissime persone ascoltavano la trasmissione convinte di aver veramente a che fare con un condannato a morte, e a lui come tale si rivolgevano in lettere e fax. Un’altra caratteristica era in fatto che la trasmissione, affrontando la sottocultura, la disinformazione della società dei consumi, il disagio economico e sociale, era faziosissima, non cercava di mantenere quella melensa “equidistanza” che va tanto di moda oggi; e, detto tra noi, non c’è niente di male ad essere faziosi, basta che la fazione sia quella giusta. Fu quindi ferocemente odiata ed osteggiata, tanto da destra (ed è scontato) quanto da sinistra (ed è un po’ meno scontato). Probabilmente, se sopravvisse fu proprio per il successo enorme che ebbe, e probabilmente chiuderla facendo valere le accuse di turpiloquio o di scorrettezza politica sarebbe stato uno scandalo ben peggiore. Io non l’ho mai ascoltata, beninteso - salvo qualche puntata a casa di un’amica - ma ne ricordo bene successo e fama. Peccato per un solo scivolone, aver dato credito all’orrenda leggenda metropolitana dei bambini brasiliani venduti ai mercanti di organi come merce da trapianto. Ma tutto il resto... Questo libro contiene i testi delle trasmissioni, e una selezione di lettere inviate a Jack Folla. Pur senza l’eccellente voce di Pedicini, ben poca della forza polemica ed emotiva di questi testi è andata perduta. E anche la loro attualità, tanto è vero che la trasmissione è andata in replica non molto tempo fa. I podcast possono essere scaricati qui: http://www.mediafire.com/?8p1o6u2g4l8t2 Per la cronaca, Jack Folla non venne giustiziato, perché evase la notte dell’esecuzione.
Ricordo precisamente il giorno, l'ora, la temperatura, tutto. Era il 30 luglio, il giorno prima dell'esame di Economia applicata all'Ingegneria. E non ce la facevo più. Così sono scesa a prendermi questo libro. E me lo son letta tutto prima di andare a dormire. E poi all'esame... che fu una specie di massacro. Alcatraz fu una parentesi felice e necessaria per la radio di quegli anni e poi, per un breve periodo, per la tv.
Da grande fan del programma di Jack Folla in radio (e brevemente in TV quasi vent'anni fa), non potevo non leggere Alcatraz, una serie di articoli molto intelligenti (e arrabbiati) di Diego Cugia. Si parla di tutto, dall'attualità, alla politica e alla storia.
Il pregio di questo testo è di far conoscere il programma radiofonico, facilmente raggiungibile attraverso l'archivio di Radio 2 (il programma è del 1998).
Questa è la sua trasposizione scritta, opportunamente stringata, delle varie puntate. Fa lo stesso effetto di un testo teatrale messo su carta: rende molto di meno, ma permette di concentrarsi di più su aspetti più 'filosofici' dell'opera.
L'idea è intelligente: un condannato a morte, quindi un uomo a cui viene tolta la propria libertà, nei giorni prima dell'esecuzione ha, in virtù di ciò, la massima libertà. Ha già perso tutto, quindi, non avendo più nulla da perdere, può dire tutto. Siamo negli anni Novanta: lo stile di Cugia è influenzato dal rap, dal mondo del ghetto: il ripetersi ossessivo della parola 'fratello', il cantare, per l'appunto, un rap quando si ha bisogno di esprimere concetti difficili, cercare rime facili che possano dare ritmo al testo, parolacce come 'fottuto' che vanno a tradurre l'americana 'fucking', una lingua cinica che, però, non disdegna l'uso di immagini patetiche per donare un minimo di speranza.
Tutti gli interventi criticano la società dei consumi e dell'immagine, partendo da un paradosso: un detenuto mostra come i liberi siano anch'essi costretti da gioghi non indifferenti. Il tutto, però, attraverso una voce qualunquista, che si pone di più l'obiettivo di spronare alla riflessione che di dare soluzioni. In questo sta l'onesta dell'operazione, la quale non nascondere di essere qualunquista (termine che riprendo dal testo stesso). In più, bisogna tenere conto che siamo nel 1998 e sulla RAI: molti dei suoi interventi sembrano di banalissima attualità, ma tenendo presente la data di messa in onda ci fa comprendere quanto Cugia abbia anticipato certe mode linguistiche, certi atteggiamenti, certi modi di pensare nel mondo underground italiano (anche se, parliamoci chiaro, Cugia non fa nient'altro che trasferire in ambito italiano esperienze americane). Ma a differenza dei nuovi oratori, Cugia cela una cultura di tutto rispetto: il suo chiamarsi 'albatro' ricorda Baudelaire, cita spesso gli autori della Beat Generation, ma in sostanza trasforma in insegnamento di vita le canzoni degli anni '70.
E' un prodotto pop di qualità, ma va giudicato in quanto pop. Qualsiasi tentativo di 'snaturarlo', lo ucciderebbe.
Lo consiglio a chi è nostalgico della rabbia anni '90. Tenendo conto che, anche se sarà sembrato velenoso e cinico all'epoca, oggi la sua energia apparirà sicuramente più moderata.
Alcatraz – Un dj nel braccio della morte è un libro che raccoglie le trascrizioni della prima stagione della trasmissione radiofonica andata in onda dall’Ottobre 1999 al Maggio del 2000 su Radio Rai 2, poi trasposta nel programma televisivo omonimo andato in onda su Rai Due con la partecipazione di Francesca Neri e la voce di Roberto Pedicini.
Oltre alle trascrizioni, in calce ad ogni puntata ci sono i giorni che mancano all’esecuzione del protagonista.
Jack Folla è un italiano nato da padre romano e madre statiunitense, che negli Stati Uniti è stato rinchiuso in una cella 3×2 di una prigione che viene chiamata Alcatraz come topos della prigione, in attesa dell’esecuzione sulla sedia elettrica. Non ci è dato di sapere quale fosse il reato che ha meritato la condanna a morte.
Jack Folla trasmette direttamente dal braccio della morte e oltre a promuovere la musica della sua vita ci regala aforismi che fanno riflettere sulla vita di tutti i giorni, sulla realtà sociale e sugli avvenimenti di cronaca che accadono in Italia in quel periodo.
Sono molto affezionato a questo libro, forse perché una delle cose che mi ha aperto gli occhi sulla vita e mi ha dato l’impulso a scrivere è stato proprio il programma televisivo di Rai Due quando avevo quattordici anni.
Un libro che consiglio di leggere a tutti: agli adolescenti perché aiuta a crescere, agli adulti perché apre miriadi di spunti di riflessione su cos’è il mondo e su cos’è questa nostra italietta da quattro soldi. Anche perché ancora terribilmente attuale: sono passati quasi 15 anni e nel nostro stivale non è ancora cambiato un cazzo. Forse c’è bisogno di un condannato a morte che ci insegni di cosa abbiamo bisogno per continuare a vivere.
Jack Folla é un Dj italiano. È il detenuto numero 3957 nel braccio della morte del carcere di massima sicurezza di Alcatraz. Tra 228 giorni verrà giustiziato sulla sedia elettrica. La Rai gli propone di condurre una trasmissione radiofonica dove lui, giorno dopo giorno, inizia a condividere le sue riflessioni e le canzoni che hanno segnato la sua vita. Con le sue parole cerca di andare contro la mediocrità, spinge a vivere la vita vera e ad apprezzare quelle cose che davvero contano, ma che spesso vengono date per scontate da coloro i quali non hanno impressa una “data di scadenza” certa.
Complessivamente mi è piaciuto molto. Il linguaggio è quello di una persona che non ha più nulla da perdere, diretto e senza peli sulla lingua. Il progressivo count down dei giorni che mancano all’esecuzione fa aumentare la tensione, soprattutto perché pagina dopo pagina il lettore si affeziona al protagonista e questo contribuisce ad aumentare l’intensità emotiva. I pensieri esposti fanno terribilmente riflettere, soprattutto nella parte finale del libro dove diventano più profondi e lasciano un peso sullo stomaco. Inoltre l’elenco di canzoni alla fine credo possa essere un bello spunto per chi vuol approfondire la conoscenza di brani che hanno fatto la loro figura nella scena musicale. L’unico aspetto negativo (che non riguarda fondamentalmente il libro ma è cosa più generale) è che qualche “capitolo” parla di avvenimenti che all’epoca dell’uscita del libro, 1999, erano contemporanei ma di cui io non ero a conoscenza e che quindi non ho potuto capire del tutto.
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Finalmente un libro vero. Jack è una persona di merda e figlio di buona donna, che sputa il suo pensiero crudo com'è, malgrado tutto. D'altronde, lui ha i giorni contati (o ha la data di scadenza come uno yogurt, come direbbe lui), quindi perché dovrebbe essere gentile e curarsi dei sentimenti degli altri? Jack è un uomo che insulta e giudica tutta la popolazione italiana, direttamente dal centro di prigionia di Alcatraz, giorno dopo giorno, fino alla sua esecuzione sulla sedia elettrica. Lui, l'ultimo che dovrebbe giudicare gli altri, diverrà la voce della folla e riuscirà a svegliare gli ascoltatori. Lui, uomo morto che cammina, con la data di scadenza e una fine segnata, si reputa l'unico di libero, capace di volare in cielo come un albatro. I condannati, nel suo modo di pensare, sono gli uomini liberi, schiavi della depressione e del pregiudizio, quando le vere grandi sofferenze nella vita si possono contare nelle dita di una mano; le altre sono solo ostacoli temporanei e perfettamente superabili. Jack Folla esprime il suo pensiero ogni giorno fino al 25 giugno 1999, giorno della sua esecuzione. Ovvio che alcuni interventi sono più significativi di altri, mentre in alcuni sembra di leggere a vuoto perché non ti rimane nulla, ma l'idea è originale, il libro è scritto molto bene, ha una finalità diretta e precisa e tutti i 200+ pensieri sono coerenti con il personaggio creato. Jack sembra un uomo vero, senza esagerazioni o censure. È eccezionale, un libro raro.
Jack Folla è un detenuto di Alcatraz e usa i suoi ultimi giorni per tentare di svegliare tutti coloro che si sono addormentati nella vita. Coloro che sono troppo impegnati a vivere da furbi che si dimenticano quali sono le cose per cui vale davvero vivere e combattere. Un bel libro sicuramente, giustissimo è davvero attutale. Solo mi aspettavo anche parlasse di temi più generali.