“Urbs! Ci fu mai una tale città, in tutti gli infiniti annali del genere umano? Più gloriosa di Ninive o Babilonia al loro apice, più splendida e varia di Roma o Bisanzio al loro culmine, più potente di Londra o New York al loro picco, più ricca di Brasilia o Tropica nei giorni della loro gloria.. Urbs! Il mondo in una Città, e una Città che è il Mondo! (detti dell’Ofide, Libro Centoundicesimo)”
Tra i grandi cicli di heroic fantasy di Lin Carter, sia originali e scritti da lui solo come Thongor, sia le forse più famose rivisitazioni scritte con De Camp, che negli anni ’60 rivitalizzarono la leggenda di Conan il Cimmero (causando la sua comparsa tra i fumetti Marvel, di conseguenza il film di John Milius, di conseguenza..) si nasconde qualche gioiellino a sé stante nemmeno tradotto in Italia, come questo “Found wanting”.
Scritto nell’85, quando Carter era ormai nella fase più triste della sua vita (sofferente le conseguenze di un tumore alla mascella che gli interventi chirurgici non fermavano, alcolizzato, ormai allontanato anche da De Camp), questo romanzo si segnala per la felicità di scrittura, la gioiosa inventiva di un mondo misterioso e coloratissimo:
“La Sala si rivelò lunga un migliaio di passi e alta cinquanta o sessanta, coperta da pannelli di vetro lucente o luminoso che permettevano a fasci di luce verticali di cadere sui Colossi luccicanti. Ce n’erano davvero molti, e nessuno era alto meno di due volte un uomo; alcuni erano scolpiti in malachite o lapislazzuli o alabastro, altri di giada o marmo o altre pietre per cui Kyon non aveva un nome. La maggior parte delle immense immagini era ignuda, ma non tutte erano umane: alcune raffiguravano esseri con numerose braccia e teste, alcuni con ali ripiegate o distese.
Quelle con numerose braccia stringevano oggetti apparentemente di importanza simbolica: ruote, torce accese, germogli, cuori umani, coppe, daghe, pomi, e molti altri che Kyon non riuscì a identificare”.
“All’interno, l’erba era tosata corta come la peluria di una pezza di velluto, attraversata qua e là a intervalli da basse siepi che improvvisamente sbocciavano in arbusti alti e foggiati con cura. Come se un miliardo di instancabili elfi, armati di minuscole cesoie, avesse agilmente faticato per generazioni, sia le siepi sia le guglie più alte della verde massa erano stati scrupolosamente potati a somiglianza di mostri favolosi: unicorni, viverne, grifoni, draghi, orchi, idre, lamassi, sfingi, kraken e miriadi di altre forme.
Così precisamente erano state potate le bizzarre figure, da sembrare piuttosto forme in pietra dipinta di verde che vegetazione vivente. Effettivamente Kyon dovette toccare la più vicina (una chimera) per assicurarsi che non lo fossero. E deglutì per la disperazione: un giardinaggio abile quale il Topiario esibiva in ogni direzione richiedeva una destrezza e una padronanza del mestiere che uno come Kyon non avrebbbe certamente mai potuto possedere”.
Un giovane si sveglia senza memoria in una fantasmagorica “Sala dei Colossi”, appartenente a una città dedicata al divertimento e all’eleganza, dove non sembra esserci la preoccupazione di guadagnarsi da vivere. I personaggi che incontra (un Paggio, un Manutentore, un Ciarlatano) dànno vita a una serie di incontri bizzarri e insensati come in “Alice nel paese delle meraviglie”: ma quando poi il protagonista finisce nei paesaggi dei Quadri Viventi, il tutto prende un aspetto più avventuroso e pericoloso..
L’inventiva verbale e paesaggistica, il tono tra il ricercato, il confidenziale e lo scanzonato, rendono la lettura piacevolissima e fanno dimenticare come la trama sembri un susseguirsi di belle scene abbastanza sconnesse; così come la leggendaria Urbs, “Città Mondo”, non appaia poi così smisurata.
Ma tutto ha un senso e gli indizi sparsi nelle prime 150 pagine troveranno il loro collocamento, diverso da quelle iniziale: quello che sembrava un fantasy disimpegnato si rivela uno science fantasy, dove i protagonisti prendono via via coscienza che la magia non è altro che tecnologia sepolta nel passato, sulle orme dell’ “Odissea verde” di Farmer e dei “Gioielli di Aptor” di Delany; senza arrivare ai livelli linguistici e narrativi del secondo, possiamo dire che questo romanzo di Carter regge bene il confronto con il primo.
Un tocco di bizzarria lo dà la trasformazione sessuale di uno dei protagonisti, elemento abbastanza insolito al tempo; i riferimenti biblici del finale sono una tentazione ricorrente nella fs made in USA..