Revolutionary and guerrilla combatant, founder of the Partido Revolucionario de los Trabajadores (Workers' Revolutionary Party, PRT) and leader of Argentina's largest Marxist guerrilla group, the Ejército Revolucionario del Pueblo (People's Revolutionary Army, ERP).
Santucho was killed by the Argentine Armed Forces in a shootout in Villa Martelli (Buenos Aires Province).
Santucho reconstruye la historia de un miembro del ERP de un modo entretenido e interesante, con varios puntos donde la historia se vuelve nebulosa y nos deja pensando. Una lectura muy dinámica que se hace difícil interrumpir, dan ganas de leerlo todo de un tirón.
“Reaparecido” è un termine che colpisce, stranamente opposto al termine sinistro che spesso associamo ad Argentina e Cile degli anni ’70. E Santucho, il cognome dell’autore, è un cognome che ha fatto storia in quegli anni. In preparazione a un viaggio in Argentina, ho studiato la storia di quegli anni: questi accenni non potevano che attivare il mio interesse, poi definitivamente agganciato dalla storia pirandelliana. Mario Roberto Santucho, appartenente a una famiglia dove i suoi dieci fratelli erano tutti impegnati in politica (dall’estrema sinistra all’estrema destra, passando per il centro cattolico) fu membro dirigente del Partido Revolucionario de los Trabajadores, e tra i fondatori del suo braccio armato, l’Ejercito Revolucionario del Pueblo: la formazione guerrigliera più importante di quegli anni (o terrorista e sovversiva, secondo i punti di vista), insieme ai Montoneros che praticavano la guerriglia urbana; l’ERP invece, formatosi nei monti della provincia di Tucumàn, si ispirava alla guerriglia guevarista in Bolivia (e finì allo stesso modo, per gli stessi motivi: come vedremo più in basso). Per gli italiani: come le nostre Brigate Rosse, ma ben più agguerriti anche della “fase Moretti”, e senza nessuna più pacifica “fase Curcio” iniziale. Quando nell’estate 1975 M.R.Santucho e la sua compagna furono definitivamente catturati e uccisi (non c’era ancora la dittatura, ma il governo di Isabelita Peròn era ormai democratico solo in apparenza), il loro figlio Mario aveva pochi mesi. Cresciuto poi a Cuba, è sociologo e studia quegli anni. Qui racconta un caso di cronaca che lo lascia perplesso: uno dei più arditi “guerriglieri contadini” della selva tucumana, in seguito rifugiatosi in città e lì, in un ambiente non congeniale, fattosi ingenuamente catturare per essere poi torturato con particolare ferocia, poi dato varie volte per morto, sarebbe ricomparso dopo 40 anni nel suo villaggio natale. Il tema del guerriero che torna dopo anni, irriconoscibile per il tempo passsato e le vicissitudini subite, è antico: lo troviamo nel finale dell’Odissea e nel ”Ritorno di Martin Guerre” (racconto di Balzac, film con Dépardieu, rifatto in USA come”Somersby”). Per l’autore è anche un pretesto per riflettere sull’operato di suo padre, scrivendo una cronaca che è soprattutto un’indagine pensosa, come in un racconto di Sciascia. Consiglio questo saggio a chiunque sia interessato alla storia di quegli anni. Sul piano storico, non posso che trarre due conclusioni: una, che questi rivoluzionari non riuscirono mai a compiere una seria e organizzata azione militare; l’altra, che non ebbero mai l’appoggio popolare che credevano: ogni loro operazione significativa fu vanificata da delazioni (o denunce, secondo i punti di vista) di contadini locali. Incapaci di capire che quella guerra l’avrebbe vinta il più temuto, non il più amato (ammesso poi che lo fossero). Ma non voglio nemmeno dimenticare che fra loro era quel soldato boliviano, catturato da Guevara e convinto di essere fucilato, che invece fu curato e decise di passare dalla parte dei ribelli. L’amore serve. Ma è un peccato che i suoi frutti vengano sperperati così.