Le Dernier Jour d’un condamné di Victor-Marie Hugo, pubblicato per la prima volta nel 1829 in forma anonima, rimane una delle sue maggiori opere minori, ammirato dai critici per la sua tecnica narrativa ed elogiato in ambito filosofico e giuridico come un attacco esemplare ed efficace alla pena capitale.
Il testo, scritto all’inizio della carriera letteraria di Hugo, rappresenta una svolta, rompe col frenetico esotismo per trattare una situazione contemporanea, narrata in prima persona e in gran parte lineare, più vicino alla rabbia di Les Misérables che a qualsiasi precedente lavoro di Hugo.
Libro il cui intento polemico è stato in qualche modo contestato. Già nel 1883, lo storico Jean-Edmond Biré, propone che tal scritto fosse essenzialmente un’opera d’arte inverosimile, di moda, ma che solo dopo la Rivoluzione di luglio, con la lunga prefazione del 1832, il suo scopo volgesse contro la pena di morte.
È necessario, tuttavia, elencare alcuni problemi critici sollevati da Le Dernier Jour d’un condamné, poiché di certa influenza su qualsiasi lettura storica o socio-critica dell’elaborato. Si ha a che fare con la genesi del testo in termini di vita dell’autore, quanto è segnato dalle sue ansie sulla decapitazione del precettore Victor Fanneau de La Horie e dalla morte di suo padre all’inizio del 1828. Il testo invita una lettura autobiografica o psicoanalitica per la sua stessa forma, una narrazione in prima persona, altamente introspettiva, che racconta sogni e impressioni senzienti, creando il suo impatto meno con argomentazioni razionali che con una rappresentazione dello stato del narratore, incluso un numero di dettagli e allusioni che possono essere ancorati alla vita di Hugo o che riecheggiano una tematica precedente nella sua scrittura.
Hugo sceglie di non rivelare quale sia il crimine commesso dal suo protagonista e prigioniero del carcere di Bicêtre, destinato al patibolo. Ciò comporta la problematica dello stabilire una lettura politica generale dello scritto. Il narratore è chiaramente borghese e d’altra parte, il testo fa fatica a scagionare il personale carcerario, i giudici e i carnefici. È davvero, come suggerisce lo studioso americano Victor Henri Brombert, azzardato leggere Le Dernier Jour d’un condamné come un testo radicale, scritto da un Hugo non ancora capace di a destreggiarsi col regime sulla censura, anche se presenti riferimenti diretti o indiretti inerenti a eventi come lo scioglimento della Guardia Nazionale, provocante il malcontento generale nell’aver annullato uno dei simboli della rivoluzione.
Soprattutto, Hugo non riporta nel testo molte delle argomentazioni comuni contro la pena capitale, a lui contemporanee. È dimostrabile come quest’opera rifletta un comprensibile malcontento, ma rimane il fatto che nel 1832, l’autore ritiene opportuno aggiungere una prefazione che sposa in modo limitato le mosse polemiche e le tecniche assenti nel testo del 1829. In termini di fonti, è interessante osservare come Hugo scrive sia in risposta che in critica della letteratura d’accusa, di come la sua apprensione derivi da valutazioni generiche e da un intento polemico che riflette un impegno politico-letterario piuttosto che qualsiasi desiderio di sposare la moda del dominio dei fantasmi e dell’immaginario.
Il dibattito abolizionista in Francia negli anni venti, si svolge in gran parte in un quadro stabilito dal saggio “Dei delitti e delle pene” di Cesare Beccaria, tradotto per la prima volta in francese nel 1766 in tre diverse edizioni. Questo, un altro esempio del modo in cui il pensiero sotto la Restaurazione borbonica rimane fortemente segnato e formato dalle tradizioni e dai testi dell’Illuminismo: Pierre – Louis Roederer, François Guizot, ed il Duca de Broglie echeggeranno e confuteranno l’italiano.
Secondo Beccaria, la pena di morte non è né utile né necessaria, non ha basi nella legge naturale né serve a prevenire il crimine. Coloro che assistono alle esecuzioni, lungi dall’essere educati moralmente, provano compassione per il criminale o ci si recano per godere dell’aberrante spettacolo. La pena di morte non è che una forma di racconto sanzionata dalla società, sopravvivenza dello stato di guerra.
Pierre – Louis Roederer, lui, a consigliare il re Luigi XVI, allo scoppio della Comune insurrezionale sanculotta dell’agosto 1792, a lasciare le Tuileries e a rifugiarsi presso l’Assemblea nazionale legislativa, respinge la teoria di Beccaria secondo cui essere a favore della pena di morte presuppone un contratto sociale nel quale l’uomo aliena il suo diritto alla vita.
Sia Beccaria che Roederer esaminano quindi il problema in base a due considerazioni: l’inefficacia della pena capitale, che negano, in gran parte in termini empirici, e le implicazioni di questa per una teoria contrattuale del governo, dove avvertono elementi contraddittori.
Non offrendo un motivo per un uso moderato dell’esecuzione, questa mossa polemica spiegherebbe sicuramente in parte perché Hugo rifiuta di dichiarare quale crimine ha commesso il suo eroe.
Nel 1822, François Guizot ha solo trentacinque anni, appena all’inizio della sua carriera politica. “De La Peine de Mort: En Matiere Politique” prefigura Hugo in due modi. Nota che molti giustificano la pena capitale per ragioni teoriche o per la propria filosofia del diritto, ma rispondono “no” quando gli viene chiesto di usare il terribile strumento, annunciando la convinzione dell’autore di Le Dernier Jour d’un condamné che l’opposizione alla pena di morte deve fare uso delle emozioni, e non del solo fatto razionale. Guizot ribadisce che la condanna ultima muta in “pitie pour il coupable l’horreur du crime” e nota anche che la Rivoluzione ha contribuito a ripristinare il regime di violenza, represso dall’Illuminismo.
Il duca de Broglie (Achille Léonce Victor Charles), in linea di principio, sostiene che l’abolizione della pena di morte può essere facilmente giustificata in termini di moralità cristiana , pur affermando che l’evidenza empirica varia da periodo a periodo, di cultura in cultura, quindi essa è interamente una questione non di filosofia ma di legislazione pratica. de Broglie evoca un problema raramente menzionato altrove, pur facendo eco a Hugo. Il criminale preferisce sempre qualsiasi altra punizione, non importa quanto orribile, all’esecuzione. Infine, domanda l’affermazione della necessità di persuadere “le bons sens des masses”, l’opinione pubblica generale, secondo cui l’accusa dovrebbe essere abolita facendo appello sia ai sentimenti che alla ragione.
La pena capitale non è uno strumento efficace per indurre il pentimento. Hugo a suo modo segue questo programma, poiché in Le Dernier Jour d’un condamné , il narratore conosce poco rimorso e le percezioni sensoriali diventano più forti e più preventive mentre si avvicina alla morte.
Le Dernier Jour d’un condamné può essere collocato in una tradizione tematica e generica? Per quanto se ne sappia, la sua originalità è innegabile. Ci sono sicuramente testi simili in seguito, tra cui “Le Rouge et le Noir” di Stendhal, che apparve poco dopo lo scritto di Hugo, il cui soggiorno in prigione di Julien Sorel può essere visto come una confutazione delle teorie del primo. Tuttavia, i trattamenti adeguatamente immaginari o poetici della pena capitale altra da Hugo sembrano cadere in due campi, quello che traspone il dibattito filosofico-empirico, fortemente indebitato, e l’altro, indulgente negli eccessi emotivi di quel romantisme noir che Hugo stesso aveva praticato negli scritti giovanili.
Le Dernier Jour d’un condamné è un romanzo nel quale prevalgono le sensazioni, ma è facile dire perché e concludere che la sua novità derivi dal desiderio di accrescere il potere polemico del testo. Se non si specifica il crimine, è perché fare ciò significherebbe porre la discussione nel dominio empirico, scrivere un attacco non sulla pena capitale ma sulla giustificazione di questa per un crimine particolare e de Broglie aveva chiarito questo problema.
Hugo determina ogni aspetto della polemica; il crimine è impertinente alla domanda, sia esso non specificato. Definire il crimine è offuscare il problema. Per ragioni analoghe, egli rifiuta il tema dell’aborto spontaneo della giustizia, che vede l’innocente condannato per un reato non commesso. Questa è in parte un’affermazione della fraternità umana come argomento fondamentale contro la pena capitale, ma anche un ulteriore sforzo per centrare l’attenzione sulla domanda principale.
Il protagonista è un borghese, e la verosimiglianza richiede che il narratore sia in grado di esprimersi efficacemente, anche sotto il regime di censura. A chi possiede il potere politico di porre fine alla pena di morte, deve essere fornita una vittima con la quale identificarsi, arricchita in ultima istanza, di sensazioni. La grandezza di Hugo come autore deriva in parte dalla sua capacità di incrementare la sua polemica e la sua filosofia con elementi provenienti dal ricco mondo del suo immaginario. Morire degnamente era ancora una delle principali preoccupazioni nel 1829. In disponibilità di solo oppio ed alcool per combattere il dolore, l’opera di Hugo presenta l’uomo nella sua forma più umile e mortale; di fronte alla ghigliottina, non ci sono palliativi, non ci sono cavilli, solo ciò che le nostre sensazioni ci dicono riguardo alla morte di un essere umano da parte della società.
Da qui l’importanza delle evocazioni nello scritto e di una tematica poco analizzata dalla letteratura critica: l’opposizione tra la meccanicità della ghigliottina nonché l’austera ritualità gestuale, in contrapposizione all’essere umano, senziente, sognante, emotivo. Anche le distinzioni di classe tra gli individui vengono cancellate: nel 1829 Hugo, insieme ad altri, confida ancora che la borghesia possa e parli per il popolo; tale convinzione diventa problematica solo nel 1831 e nel 1832.
Tuttavia, Le Dernier Jour d’un condamné rappresenta una svolta nella storia della letteratura, dove gli eccessi della soggettività romantica si trasformano e si integrano nella letteratura che finge una funzione politica e sociale , aprendo la strada ad ulteriori forme polemiche. Ma nella misura in cui la controversia passa alla letteratura, diventa non solo politica ma anche sociale e psicologica; Hugo cambia il registro del discorso sulla pena capitale sia nella tradizione letteraria che nella tradizione politica del dibattito, creando una forma che va oltre le sue fonti, innovando sia nella polemica che nella concezione della letteratura, rinnovando la tradizione dei titoli nella vena del rigido realismo tragico. Qui, la società giudice diviene l’accusato, e Victor Hugo, il poeta solido e solitario, il giurato. Eppure, la pena di morte non fu abolita in Francia fino a più di 150 anni dopo.