Non mi ha preso per niente, questo racconto autobiografico.
Perché forse una verità fatta di giornate vuote fatte di discorsi vuoti non ha una forte risonanza con me.
Perché il registro visivo, deformato e “artistico” usato dall’autrice l’ho trovato davvero attraente solo nelle splash page, negli intermezzi fra i racconti che costituiscono questo collage di episodi. E quindi mi è sembrato di leggere un fumetto con disegni volutamente scabri e anti realistici, accompagnato da una serie di affascinanti tavole piene di corpi deturpati e fusi con il loro contenuto. Troppo slegate le due cose, ben poche le sequenze in cui si trovano punti di contatto (forse una, quando lei vomita?).
Nelle tavole di fumetto tradizionale la verità è che la scansione è molto tradizionale, e quindi il tratto incerto, le linee sottili, le fisionomie distorte, ne soffrono, ne risultano drammaticamente depotenziate.
Si aggiunga un’altra cosa: ho trovato spesso i dialoghi un po’ troppo didascalici e di maniera, come se la piena coscienza della narratrice fosse di rappresentare una generazione piuttosto che riferirsi alla propria esperienza diretta.
Ultima cosa: di recente mi è capitato di leggere Estate di Tota, opera che ritrae tre giovani perdigiorno alle prese con la propria vita poco regolata. Insomma: una macro trama che sembra molto simile a Cheese. Ma lì le componenti narrativa, grafica e magari autobiografica apparivano molto più coese, con un risultato che mi ha convinto al 100%. Ecco, il confronto ravvicinato fra queste due graphic novel mi ha lasciato ancora più perplesso nei confronti di Zuzu.