Miraggi e incontri, scorci di storia e storie minime si compongono in un grande affresco che attraversa un secolo e un romanzo intriso di nostalgia e umorismo, delusioni e speranze per una famiglia di ebrei di Baghdad che affronta a testa alta un destino collettivo di viaggio, sradicamento e – forse – riconciliazione. La memoria è fatta di dettagli, parole, piccoli cortocircuiti. Il ricordo più bizzarro e remoto riaffiora in un certo cibo, in un taglio di luce londinese che pure nulla ha a che vedere con il bagliore abbacinante del deserto, oppure mentre si risponde al telefono, che anche senza più fili continua a unire chi ha scelto di andare lontano e chi si è fatto portare lontano da qualcun altro. Tutto è cominciato lì, a Baghdad, all’inizio del Novecento, o forse qualche millennio prima; a Baghdad, dove Flora, Ameer e Violette sono rimasti giovanissimi e soli quando Norma, madre inquieta destinata a mutarsi in matriarca senza età, è partita, prima di tutti gli altri, per inventarsi un’altra vita oltreoceano. New York, Milano, Gerusalemme, Londra, Haifa, Teheran, il mondo è piccolo per chi ha la diaspora nel sangue e sa già, sa da sempre che ci sono viaggi senza ritorno.
Ero partita carichissima con questo romanzo, scovato per caso nella classifica di qualità de L'Indiscreto. Una storia famigliare a più voci che parte da Baghdad e si srotola ai 4 angoli del globo ... gli elementi per piacermi c'erano tutti. Peccato, però, che lo stile di scrittura della Loewenthal, che in un primo momento mi aveva rapita, si è rivelato un pessimo compagno di viaggio. Troppo rarefatto (e a tratti artefatto), costruito, sognante. Un pò me lo aspettavo, ricercavo lo stile "lento" e delicato tipico dei racconti orientali ... ma qui siamo andati oltre. Ad un certo punto ho proprio perso interesse per la storia, non sapevo più dove si voleva arrivare (e il finale mi ha anche lasciata abbastanza perplessa). Sono molto dispiaciuta: sulla carta questo era un romanzo da 5 stelle, al quale mi ritrovo a darne, sentendomi anche di manica larga, 3...
Ho iniziato a leggere questo libro, convinta che sarebbe stato uno di quelli che finiscono subito, dal quale non ci si stacca (e, devo dire, lo centellinavo per paura di rimanere senza libri in questo periodo di isolamento domiciliare). Non è stato così, purtroppo. Il racconto non è particolarmente fluido e questo rende la lettura un po'singhiozzante.
Mi sono lasciata trasportare nel tempo e nello spazio da questo racconto corale di una famiglia ebrea di Baghdad. Un costante guardare avanti per poter continuare a vivere senza nostalgia, ma la nostalgia è nel DNA di chi sa che non si torna mai indietro. Una bella saga familiare, a volte un po’ stancante l’andate avanti e indietro nel tempo
Inaspettato, così è questo libro. Bello ed evocativo, ironico ma mai comico, pesante e leggero al tempo stesso. La storia di una famiglia, sullo sfondo quella di una città e di un popolo. Bello, davvero.
I primi capitoli interessati e promettenti, poi a mio parere la trama perde di efficacia e la fine è stentata. Alcune ripetizioni fanno perdere spessore alla caratterizzazione dei personaggi, che è sempre raccontata uguale dall'inizio alla conclusione della saga famigliare.