“Dopo l’omicidio della figlia un uomo trascorre le giornate alla stazione di Roma Termini distribuendo monete ai mendicanti: tutti lo chiamano Gesù. La sua storia incontra quella di Jungla, quindicenne afasica e goffa seguita dai servizi sociali. La ragazza, giocatrice compulsiva di Red Jungle, un macabro gioco online, alterna momenti di apatia a esplosioni di rabbia, ed è fuggita di casa. Sulle sue tracce si muove Duca, una giovane educatrice a cui la ragazza era stata affidata, mentre, in uno spazio virtuale, un uomo e una donna duellano a colpi di storie nere, incitando il pubblico a votare quella che suscita la loro pietà. Un romanzo sinfonico, che apre il sipario su un’umanità denudata, sporca, talvolta ignobile, per cui ogni cosa è sola.”
Tu che eri ogni ragazza è un libro che doveva venir pubblicato da Wojtek Edizioni. E' il terzo che leggo di questa casa editrice e non posso che riportare un commento positivo quando sento queste voci poco conosciute che hanno coraggio e osano con contenuti e stili diversi.
Emanuela Cocco in questo libro cerca di raccontare un po' Roma, un po' la società, un po' la cattiveria del mondo e forse un po' troppo in generale. La narrazione si muove su più strade contemporaneamente e sebbene questo sia lo stratagemma giusto per gli intenti che si pone il romanzo è facile confondersi, specialmente all'inizio. Ho avuto l'impressione che l'autrice parlasse più a sé stessa che a me lettore, creandomi una lieve fastidio che si è dissolto con lo scorrere delle pagine. L'autrice ha un talento evidentissimo, incostante, ma innegabile. Ci sono dei punti in cui la sperimentazione riesce a guidare le situazioni e la loro assurdità alla maniera di Sarah Kane o Isabella Santacroce in Destroy.
Credo che Cocco sia più abile nella poesia che nella prosa, si vede dall'attenzione al dettaglio, dalla composizione che riesce perfettamente quando viaggia a briglia sciolta e dalle immagini personalissime che riesce a creare tramite la sperimentazione. Non mi ha fatto impazzire, ma sono felice che esista e sicuramente qualcuno lo apprezzerà più di quanto ho fatto io.
"Tu vedi il volto di nostra figlia, io quello dell'uomo che l'ha uccisa. Adesso sta' a sentire la grande scoperta che ho fatto, ascolta bene, è importante che tu lo capisca: noi non verremo risparmiati".
Una lettura molto più particolare e sperimentale del previsto che credo di non aver capito fino in fondo. L'originalità della storia è soprattutto nel suo impianto strutturale: tre binari narrativi attraversano le pagine sfiorandosi ripetutamente, ai quali si aggiunge un livello metanarrativo che vede due personaggi A e B sfidarsi in un macabro duello a colpi di storie tragiche per le quali invitano il lettore a "votare pietà". Le tre voci corrispondono a tre registri e stili diversi con i quali l'autrice abilmente gioca, creando un romanzo polifonico capace di indagare i sentimenti di un'umanità di disperati e derelitti. Scopriamo così la voce di un padre che dopo l'omicidio della figlia, divorato dal senso di colpa per non averla saputa proteggere, si trasforma in una sorta di "buon samaritano", un "Gesù" che distribuisce monetine alla stazione Termini di Roma, cercando nella beneficenza l'espiazione della sua colpa. Il dramma di quest'uomo si consuma nel passaggio tra un "dentro", uno spazio che lui credeva sicuro e un "fuori" minaccioso che la morte di sua figlia ha spalancato. Abbiamo poi la storia di Maria Concetta detta Jungla, una ragazza silenziosa, dal fisico possente, che ha sempre vissuto tra solitudine e servizi sociali in una costante incapacità di esprimere i suoi sentimenti e di creare qualsiasi tipo di legame, il che fa di lei una reietta, un'eterna emarginata. Tra le due storie si inserisce quella di Duca, educatrice che alle persone "difficili" è abituata, eppure soffre per la sua incapacità di provare empatia, un interesse vero per coloro che deve aiutare. Ho fatto molta fatica nei punti in cui la narrazione era estremamente frammentaria e mi faceva perdere il filo del discorso e credo sia una storia alla quale bisogna dare il tempo di attecchire dentro di noi, una lettura per molti aspetti interessante che però mi ha creato qualche difficoltà e che sento di non aver capito fino in fondo.
Un libro che è una scudisciata, un linguaggio preciso e controllato, mai slabbrato ai bordi, di una potenza rocambolesca e una violenza vertiginosa che non esonda mai nel tragico o nel patetico. Un racconto puntuale e all'apparenza senza speranza, ma ricco di quella pietas mai scontata, mai banale, mai autocelebrativa, sempre chirurgica nel vivisezionare se stesso, i suoi personaggi e la retorica che e un pericolo imminente dietro ogni angolo, e che Cocco non solo evita, ma distende per noi in un romanzo potente e roboante che si legge come il conto alla rovescia di un'Apocalisse, come un atto di inevitabile deflagrazione, ma allo stesso tempo come un gesto impercettibile di contatto e vicinanza che restituisce umanità alle ombre.
Un romanzo di relazioni, esistenti, immaginate, riflesse, potenziali. Se la trama - credo - sia volutamente impalpabile, le sensazioni che riaffiorano in ogni scena sono la polpa. L'autrice ci mostra cioè che è nascosto, la sua scrittura è libera, analizza la verità da far male. Un romanzo che materializza l'animo umano al solo fine di mostrarlo, poi lo riporta indietro nello stato di evanescenza al solo fine di respirarlo. Ogni cosa in questo romanzo è personaggio: ad abitare le scene non sono solo i protagonisti, ma anche le cose. E se mancano le cose ci sono le atmosfere.
Tutte le miserie della nostra epoca racchiuse in Jungla, in Duca, in Lady Haze, in Adele e in Gesù, protagonisti e comprimari di un viaggio che è stato bello intraprendere come lettore.