Jump to ratings and reviews
Rate this book

Il desiderio di essere come tutti

Rate this book
I funerali di Berlinguer e la scoperta del piacere di perdere, il rapimento Moro e il tradimento del padre, il coraggio intellettuale di Parise e il primo amore che muore il giorno di San Valentino, il discorso con cui Bertinotti cancellò il governo Prodi e la resa definitiva al gene della superficialità, la vita quotidiana durante i vent'anni di Berlusconi al potere, una frase di Craxi e un racconto di Carver... Se è vero che ci mettiamo una vita intera a diventare noi stessi, quando guardiamo all'indietro la strada è ben segnalata, una scia di intuizioni, attimi, folgorazioni e il filo dei nostri giorni. Francesco Piccolo ha scritto un libro che è insieme il romanzo della sinistra italiana e un racconto di formazione individuale e sarà impossibile non rispecchiarsi in queste pagine (per affinità o per opposizione), rileggendo parole e cose, rivelazioni e scacchi della nostra storia personale, e ricordando a ogni pagina che tutto ci riguarda. "Un'epoca quella in cui si vive - non si respinge, si può soltanto accoglierla".

272 pages, Paperback

First published October 29, 2013

64 people are currently reading
879 people want to read

About the author

Francesco Piccolo

50 books143 followers
Francesco Piccolo was born at Caserta, in 1964. His novels and short story collections include “Allegro occidentale”, “E se c'ero dormivo”, “Il tempo imperfetto”, “Storie di primogeniti e figli unici” (all published by Feltrinelli), “L’Italia spensierata” (Laterza) and “La separazione del maschio” (Einaudi). With “Storie di primogeniti e figli unici" he won two literary prizes: the Premio Giuseppe Berto and the Premio letterario Piero Chiara. His latest works are “Momenti di trascurabile felicità” and “Il desiderio di essere come tutti”, published by Einaudi.

In cinema, he has developed the screenplays “My Name Is Tanino, Paz!“ (based on cartoons by Andrea Pazienza), “Ovunque sei”, “Giorni e nuvole” and “Nemmeno in un sogno”, as well as “Il caimano” (for which he, Nanni Moretti and Federica Pontremoli were awarded the 2006 David di Donatello for Best Script), “Caos calmo” and “Habemus Papam” directed by Nanni Moretti.

He writes for varied newspapers and periodicals, including la Repubblica and Diario. Piccolo lives in Rome, where he runs the screenwriters’ laboratory for the DAMS course at Roma Tre.

Francesco Piccolo è nato a Caserta nel 1964. Si è laureato in Lettere con una tesi su "Le teorie comiche nel teatro del Settecento". Vive e lavora a Roma e collabora alle pagine culturali del “diario della settimana”. Nel 1993 è stato finalista del Premio Calvino con il romanzo inedito "Diario di uno scrittore senza talento". Con la casa editrice Minimum fax ha pubblicato nel 1994 "Scrivere è un tic. I metodi degli scrittori", tratto da alcune lezioni di creative writing sui metodi di scrittura.

Ha scritto romanzi e raccolte di racconti: “Allegro occidentale”, “E se c'ero dormivo”, “Il tempo imperfetto”, “Storie di primogeniti e figli unici” (tutti pubblicati da Feltrinelli), “L’Italia spensierata” (Laterza) e “La separazione del maschio” (Einaudi). Con “Storie di primogeniti e figli unici” ha vinto il Premio Giuseppe Berto e il Premio letterario Piero Chiara. Il suo penultimo libro, edito da Einaudi, si intitola “Momenti di trascurabile felicità”, una raccolta di aneddoti sulla felicità delle piccole cose quotidiane. Nel 2013, ha pubblicato “Il desiderio di essere come tutti”.

Ha lavorato anche per il cinema scrivendo sceneggiature, tra cui “My Name Is Tanino, Paz!” (tratto dai fumetti di Andrea Pazienza), “Ovunque sei”, “Giorni e nuvole” e “Nemmeno in un sogno”, oltre a “Il caimano”, “Caos calmo” e “Habemus Papam” con reggia di Nanni Moretti.

Collabora con riviste e quotidiani. Attualmente vive a Roma e cura il laboratorio di sceneggiatura al D.A.M.S. della terza Università di Roma.

Ratings & Reviews

What do you think?
Rate this book

Friends & Following

Create a free account to discover what your friends think of this book!

Community Reviews

5 stars
281 (21%)
4 stars
496 (38%)
3 stars
357 (27%)
2 stars
125 (9%)
1 star
32 (2%)
Displaying 1 - 30 of 139 reviews
Profile Image for Occhionelcielo.
120 reviews43 followers
December 25, 2017
"Dateceli dai cinque ai dieci anni e saranno nostri per tutta la vita"
Joseph De Maistre

L'ho già scritto da qualche parte: dopo questa lettura considero Francesco Piccolo come una mia vita parallela: stessa classe 1964, analoghe esperienze, addirittura ci somigliamo un po' fisicamente.
Per questo motivo non sono riuscito a scrivere una recensione: semplicemente mi veniva da riscrivere il libro con la mia storia al posto della sua.

Una cosa però la voglio proprio dire, visto che non l'ho trovata nei commenti precedenti.
Mi riferisco ai Mondiali del 1974, pietra miliare delle nostre vite parallele.
Per gli azzurri di Valcareggi, si sa, fu un fiasco clamoroso, sicché noi bambini di allora ci trovavamo a dover adottare una squadra di riserva.
Per quanto mi riguarda, scelsi l'Olanda di Crujiff e Neeskens, e da allora mi sono conformato anche al modello politico e sociale di quel paese: libertà + welfare.
Piccolo ci racconta invece che scelse la Germania Est e, da quello storico gol di Sparwasser contro la Germania Ovest, diventò comunista.
Si dimentica tuttavia un particolare inquietante:

QUELLA PARTITA E' PASSATA ALLA STORIA COME UN CLAMOROSO BISCOTTO.

La Germania Ovest, infatti, perdendo, riuscì ad evitare lo scontro diretto contro i miei fortissimi tulipani, mentre i cugini orientali, oggettivamente scarsi e senza speranze, poterono tornare a casa con la vittoria del derby in saccoccia.
Di più: allora si poteva diventare comunisti in modo ben più ragionevole: bastava tifare la Polonia di Lato e Tomaszewski, autentica rivelazione dei Mondiali ed unica squadra imbattuta.
Ma così non fu, per Piccolo e tanti altri.
Mi spingo temerariamente ad affermare che questo vizio originario sta alla base dei molti errori dei comunisti "classe 1964".
In ogni caso, vi voglio bene lo stesso, compagni....
Profile Image for stefano.
188 reviews160 followers
November 14, 2019
Giudizio sintetico: che due palle questo libro.

Giudizio elaborato (ma non troppo): che due palle questo libro. Perché per metà se ne va via raccontando altri libri, altre storie, altri film. Perché non ha mai uno spunto intelligente, una novità, un pensierino controcorrente. Perché Francesco Piccolo è Francesco Piccolo, e il suo punto di vista sarà sì interessante, ma se talvolta fosse anche originale sarebbe meglio. Perché più che un libro sembra un post molto lungo di un blog molto brutto, scritto da un adolescente che deve collocarsi nel mondo e far sapere a tutti da che parte sta. Perché è un libro di una noia mortale , soporifero, lento, ripetitivissimo. Perché l'unico desiderio, mentre si legge questo libro, non è essere come tutti, ma finirlo al più presto.
Profile Image for Sandra.
964 reviews335 followers
October 20, 2014
Nel corso della lettura e anche dopo mi sono chiesta: ma cos’è questo libro? Non è un romanzo di formazione, perché non rientra nella mia idea di romanzo; è un’autobiografia che racconta la formazione dello scrittore? Sì, potrebbe esserlo ma non è solo questo; è un saggio che ricostruisce le vicende italiche degli ultimi quaranta anni che si svolgono al di fuori e al di dentro dell’esistenza di Francesco Piccolo? Sì, può essere ritenuto in questo modo ma non è solo questo…
La mia personale classificazione l’ho fatta: trattasi di un’opera finalizzata a concedere l’investitura ufficiale da parte di uno dei principali esponenti della sinistra intellettuale italiana del “Renzi style” come il modo “necessario” di fare politica, necessario a conquistarsi la fiducia di tutti gli elettori e ad ottenere finalmente la tanto agognata vittoria elettorale. In pratica il vecchio metodo democristiano. Ciò ha provocato in me un moto di fastidio/rabbia, che confesso già di provare ogni volta che vedo in tivù e ascolto il nostro Presidente del Consiglio. Per arrivare a questo finale, lo scrittore ci racconta, nella prima parte –che è quella che più mi è piaciuta- gli eventi che hanno provocato in lui la nascita di una coscienza civile, sia fatti privati della propria infanzia-adolescenza che pubblici, quali l’epidemia di colera negli anni ’70, il rapimento e l’omicidio di Aldo Moro, il terremoto in Irpinia, fino all’evento che sancì la fine del comunismo in Italia, la morte di Berlinguer: nel corso di questa lunga sequenza storica lo scrittore ricostruisce, insieme alla propria crescita come cittadino consapevole, l’evoluzione della politica italiana che preparò la strada all’avvento di Silvio Berlusconi e alle sconfitte ripetute della sinistra. La seconda parte, che tratta dell’avvento e del lungo periodo berlusconiano, dedicata ad elogiare quel desiderio di essere come “tutti” quale stile di vita (e di fare politica), mi ha deluso per la banalità e infastidito per i motivi detti sopra.
Non ho trovato nel libro un guizzo letterario, nulla di stilisticamente rilevante; nonostante ciò ho ben chiaro come mai abbia vinto il premio Strega.
Profile Image for SCARABOOKS.
292 reviews264 followers
December 14, 2013
Di Piccolo avevo letto "La separazione del maschio". Anche quello era dichiaratamente autobiografico. Mi era piaciuto molto.

Lì, ha raccontato benissimo il Ground Zero del maschio, come dice Capobanda. Scriveva in modo spudoratamente sincero e persino dotto di una dissennata, incontinente sessualità maschile. Offriva una interpretazione ed una classificazione essenziale e precisa, da dietro (letteralmente), del suo modo di vedere e giudicare e scegliere le donne. Raccontava senza ipocrisie la vita di quelli che hanno sacrificato molto (di sentimenti, dignità, responsabilità) alla galoppante vittoria dei propri sensi. Leggendolo si capiva perché è giusto che gli uomini della mia generazione stiano perdendo "la guerra" dei sessi. Però, almeno a me, che uomo sono (per quanto afflitto da "pesanteur" sentimentale), metteva allegria. Mi veniva da dargli una pacca sulle spalle.

Qui racconta quasi altrettanto bene il Ground Zero della sinistra italiana. Un'altra storia indifendibile, ma senza vitalismo. Parla di Berlinguer e di purezza (e di diversità, certo, eccomenò?). Dà la mappatura genetica di quei cromosomi di superba cecità, di orgogliosa demenzialità, di snobismo straccione, di patetica adesione a certezze svanite con cui la sinistra italiana si è autocondannata, attraverso una smitragliata di errori che ancora non vede fine, a 68 (diconsi sessantotto!) anni quasi ininterrotti di sconfitte, anche davanti agli avversari più sgangherati. Fino a ritrovarsi oggi cacciati fuori della porta di casa propria, a sperare nel potere salvifico di due "giovanotti" in gamba cresciuti nelle stanze dirimpetto (quelle della sagrestia, cioè). Ecco perché questo libro mi mette una tristezza tendente all' incazzoso (proprio come "Il Caimano" di Moretti, con cui il Piccolo sceneggiatore si autoincensa, stavolta a torto, perchè è uno dei film più brutti degli ultimi decenni, specie nella sceneggiatura). E a me, che di sinistra sono, virata del tutto la tristezza, mi viene stavolta da prenderlo a schiaffi.

In tutti e due i libri, la parola chiave è dichiaratamente e giustamente "superficialità". Una cosa di cui da una parte si duole (e accusa la madre del contagio, of course; e poi la moglie, della cronicizzazione del male), ma che invece è la cosa che lo fa vivere bene. Perchè la sa usare: per rivendicare o per perdonarsi, in ruffiano dosaggio, le scemenze (o gli scempi, come il libro della Cederna su Leone) che in politica ha amato e pensato. È evidente che non ne ha azzeccata una: lo sospetta, qua e là lo dice, ma alla fine non si muove di un passo. Usando la superficialità, appunto, esattamente come la usava nel precedente romanzo per spupazzarsi a casaccio. Con la spocchia di chi si sente al fondo e comunque puro, diverso, migliore. A prescindere. Contro tutte le evidenze della storia (e infatti di storia a sinistra non si parla più). D'altronde, a fare autocritica (senza esagerare) magari con la vittima fuori gioco o sotto terra e un popolo che ci striscia a fatica sopra, si fa sempre in tempo: non costa niente e fa tanto chic.

Perché se c'è una cosa che questo libro mi lascia è la conferma che non è vero che tutti pagano i loro errori. Ci sono quelli che da vivi ci campano e ci pontificano sopra e da morti ci raccolgono gloria da padridellapatria.
Siccome m'ha fatto proprio arrabbiare (non so se s'è capito) voglio aggiungere che non è vero nemmeno che dagli errori si impara sempre. Ci sono (eccomenò?!), ci sono quelli che, come Piccolo, dai propri errori imparano proprio niente. Tutt'al più, "concedono", fanno finta e perseverano.
Alla fine mi viene da pensare al Moretti (quello che mi piace) che alzava le sopracciglia: "continuiamo così: facciamoci del male".
Profile Image for Mosco.
450 reviews45 followers
January 31, 2022
30/01/22
Ieri a teatro ho visto "La mia vita raccontata male". Monologo con Claudio Bisio + 2 musicisti tratto da qs testo di Francesco Piccolo. Simpatico, meno introspettivo rispetto al libro, più divertente da quel che mi ricordo. 3*, che ora mi sento di attribuire, uguali uguali, al libro
https://www.teatro-bolzano.it/spettac...

14/07/14
capolavoro, confrontato a "il padre infedele" di Scurati che è arrivato al secondo posto con 5 punti di distacco al premio Strega di quest'anno.
Per quanto mi riguarda, lo trovo un libro molto generazionale: che capiranno i ragazzi di 20 anni? Che capiranno i lettori fra 20 anni? (difficile che fra 20 anni sia ancora in giro, dite? probabile che abbiate ragione). Mi è piaciuto? Faccio molta fatica ad essere obiettiva, ricordo con precisione quasi tutti i riferimenti di cronaca e i collegamenti letterari e filmografici, ci trovo troppi amici e conoscenti identici alla voce narrante, ci trovo troppa me, troppo, come si dice? vissuto comune, per attribuirgli le stelle. E siccome non è obbligatorio, non lo stello per niente, ecco.
Profile Image for Rosalba.
249 reviews32 followers
December 9, 2013
e 1/2 * Quel giorno mia madre mi ha passato qualcosa di definitivo, e io sono diventato, nella sostanza, malgrado tutti gli sforzi fatti in seguito, superficiale.

Un grazie a Francesco Piccolo per aver scritto un libro così sincero sui suoi ultimi 30 anni di vita, nel quale mi sono spesso rispecchiata. Ripercorrere certe tappe della storia e della politica italiana, io che, come lui, sono sempre stata di sinistra, mi ha emozionato e coinvolto più di quanto mi aspettassi. La sua “superficialità”, nel corso degli anni, è stata spesso anche la mia, così come la sua incapacità all’inizio di comprendere e accettare appieno certi accadimenti. Ma col tempo le cose si capiscono meglio e si riesce a guardarle in una prospettiva diversa. Per questo alla fine mi sono anche ritrovata nelle sue considerazioni finali: “ Un’epoca – quella in cui si vive – non si respinge, si può soltanto accoglierla” , senza per questo sentirmi più in colpa per essere stata “superficiale” .
Thank you so much.

http://youtu.be/nbdN1Vx8uJo



Profile Image for Emanuela.
Author 4 books82 followers
July 14, 2014
Di Francesco Piccolo avevo letto qualche articolo sul Corriere e regalato qualche libro.
Questo è il primo suo che leggo, incuriosita dalla vittoria del premio Strega. Mi sono detta, se questa persona ha l'intelligenza espressa nella risposta ai baroni universitari che denunciavano l'incapacità di fare lezione di fronte all'invasione di dispositivi elettronici nelle aule, allora mi aspetto che questo libro sia altrettanto acuto ed equilibrato. E così è stato.

E' un'autobiografia, ma in cui il tema principale sono le vicende della sinistra italiana dal tentativo, fallito, del compromesso storico, fino al pieno periodo berlusconiano e qualcosa oltre. Critica, autocritica, ma anche un forte sentimento di appartenenza.

Uno stile ricorsivo in cui le immagini del passato, come archetipi soggettivi, fungono da fulcro per analizzare situazioni personali, sociali e politiche di un'Italia che per scelte non sempre razionali ed efficaci, e mettiamoci pure deviate-devianti, si è trovata tutt'ora ancora acerba nelle sua democrazia.

Da leggere.
Profile Image for Pierre Menard.
137 reviews253 followers
September 17, 2015
In questo libro a metà fra romanzo di formazione e saggio (auto)biografico, Francesco Piccolo oscilla continuamente: fra i genitori e gli zii, fra gli amici e le donne di cui si innamora, fra il centro cittadino e la periferia della sua Caserta, fra il cinema e la letteratura, fra l’istinto di conservazione e il desiderio di cambiamento, fra la DC e il PCI, fra le anime contraddittorie della sinistra, fra la Germania Ovest e quella Est, fra il presidente Leone e la giornalista Camilla Cederna, fra la linea della fermezza e quella della trattativa, fra il desiderio di distinguersi e quello, appunto, di essere come tutti. I due grandi poli attorno ai quali ruota la sua esistenza sono il “sentimento privato” che contrappone il singolo alla massa, e quello “pubblico” che fonde insieme l’uno e l’altra. Difficile trovare un punto fermo, in questa Italia sempre più alla deriva: anche la terra si mette a tremare (il sisma in Irpinia) e la parabola politica dagli anni di piombo a quelli del berlusconismo si traduce nella definitiva perdita della purezza tanto agognata dal giovane Piccolo, purezza che finisce per annullarsi nell’ammissione del diritto ad esistere di un’Italia superficiale ed impura, animata da un conflitto di interessi pubblici e privati. Nonostante tutto, una volta raggiunta la maturità, Piccolo pensa che sia ancora possibile cercare di coniugare in modo virtuoso la dimensione privata e l’impegno pubblico: la politica nella sua accezione più nobile, ossia la partecipazione disinteressata alla vita e alla “cosa pubblica”.

Le due parti diseguali in cui è diviso sono significativamente intitolate alla “vita pura” e a quella “impura”. Nella prima Piccolo affronta i difficili anni Settanta, quelli della sua formazione umana, culturale e politica: il nume tutelare, o per meglio dire la stella polare, è Berlinguer, l’amatissimo leader PCI che tenta la via del compromesso storico per realizzare anche solo in parte le riforme di cui il paese ha un disperato bisogno. Il rapimento e poi l’assassinio di Moro e l’ascesa al potere di Bettino Craxi ne decreteranno il fallimento. Nei primi anni Ottanta, Piccolo e Berlinguer devono continuamente muoversi fra spinte contrapposte, e finiscono per arroccarsi nella difesa “reazionaria” della “purezza”, isolandosi sempre di più e subendo sconfitte su sconfitte con la soddisfazione (o l’illusione) di chi sa che alla lunga vincerà la guerra più importante. Sintomatico è il rapporto che Piccolo ha con l’amico Alessandro, nelle partite a tennis che si concludono inevitabilmente con la sconfitta del primo. Molto intense le pagine che Piccolo dedica alla suggestiva Reggia di Caserta, in cui da ragazzino gli capita di trovarsi da solo. E solo vorrà stare anche in altri snodi importanti della sua vita, anche quando il sentimento collettivo riuscirà a coinvolgerlo completamente.

La transizione dal PCI al PDS conseguente al crollo del comunismo sovietico e incarnata da Occhetto è un’immagine sbiadita nei ricordi di Piccolo, come anche il periodo di Tangentopoli. La partecipazione alla vita pubblica ritorna prepotentemente con il 1994 e la discesa in campo di Berlusconi, che Piccolo ritiene responsabile anche di un volgare sfregio alla fontana di Diana e Atteone nella "sua" bellissima Reggia. Nella seconda e più breve parte del libro, l’impegno artistico di un Piccolo ormai adulto (il cinema, la scrittura, il giornalismo) si fonde con la partecipazione alla vita pubblica, in particolare con il voto dato a Rifondazione Comunista, che per Piccolo è un nuovo doloroso confronto con quella che chiama la “purezza senza fertilità”. L’aspirazione alla vera purezza, che consiste nella libertà delle proprie scelte, trova nel kunderiano protagonista del libro L'insostenibile leggerezza dell'essere la sua migliore espressione. Mentre la tenacia nel rimanere concretamente partecipativi rispetto alla “cosa pubblica”, anche quando questa assume gli aberranti contorni del berlusconismo, è personificata dal personaggio del poliziotto Matthäi di Dürrenmatt. Il libro si conclude idealmente laddove tutto ha avuto inizio, ancora una volta nella Reggia di Caserta: il rifiuto dell’arroccamento sterile e la conquista di un difficile e precario “equilibrio condivisibile con il mondo intorno”, basato sul “judo morale” (una sorta di riedizione della famosa questione morale), pur con la consapevolezza che il pendolo è ancora in moto e l’antipolitica potrebbe costituire una nuova sorgente di instabilità.

Piccolo, classe 1964, comunica con incredibile sincerità le proprie riflessioni e non si perita di fare molta autocritica, riguardo a se stesso (si leggano le pagine dedicate al suo rapporto con le donne: la madre, Elena e la futura moglie, soprannominata con affettuosa ironia "Chesaramai") e soprattutto alla sua generazione. Ritengo che lo spirito critico che anima tutto il libro sia uno dei suoi maggiori punti di forza, insieme all’intenso desiderio di comunicare al lettore la propria esperienza, per stimolarne la riflessione. Come appartenente ad una generazione di poco posteriore a quella di Piccolo, ho conosciuto soltanto gli ultimi fuochi del periodo cui è dedicata la prima parte del libro (la morte di Berlinguer, il difficile cammino verso la riunificazione delle due Germanie, Craxi), mentre ho avuto modo di vivere intensamente Tangentopoli e il ventennio berlusconiano. Sono stato testimone diretto dei molti episodi narrati da Piccolo e ho provato intense emozioni nel riviverli con lui (tanto per fare un esempio, la caduta di Prodi per opera di Bertinotti). Condivido e apprezzo il suo impegno contro il disimpegno, se mi passate il gioco di parole, a favore della partecipazione alla vita politica del paese: credo infatti che l’atteggiamento contagioso dell’astensione dalla politica, ormai quasi maggioritario in Italia, costituisca uno dei maggiori pericoli per la nostra traballante democrazia. Viceversa rimango perplesso di fronte alla tesi della necessità di accettare un dialogo di qualche tipo fra la parte migliore e quella peggiore del nostro paese, anche solo a scopo conoscitivo. Se è vero che in ognuno di noi “c’è una percentuale di superficialità, di spensieratezza e anche di mostruosità”, potrebbe essere rischioso dare a tale percentuale troppo spazio nel nome della mediazione. Molti degli errori commessi proprio dal centrosinistra sul fine degli anni Novanta sono figli di questa etica compromissoria, che ha continuato per anni a vedere in Berlusconi un avversario politico e non un individuo unicamente animato dai propri interessi ed estraneo alla democrazia, che andava combattuto proprio nel nome di questa con gli strumenti della politica. Ritengo che una parte del centro-sinistra, a forza di dialogare con l’altra parte, ne abbia mutuato scopi, metodi e atteggiamenti, nell’erronea convinzione che garantissero comunque il successo elettorale. Ma queste sono valutazioni politiche personali, forse anche sbagliate, che non contano per il giudizio sull’opera, nel complesso positivo.

Stilisticamente, la prosa di Piccolo è scorrevole ed evocativa, anche se non sempre limpidissima per via di una certa tendenza alla prolissità. Le numerose citazioni, dal cinema, dalla letteratura, dal dibattito politico italiano, diligentemente riportate in fondo al volume, sono molto stimolanti: Piccolo tuttavia esagera nel dettagliare le trame delle opere citate, finendo per rovinare il piacere di ulteriori letture (per esempio La promessa: Un requiem per il romanzo giallo). I difetti principali del libro sono, secondo me, l’estrema ripetitività di situazioni ed interpretazioni e la tendenza alla ricapitolazione, che nelle ultime 50 pagine del libro finiscono per annoiare il lettore. La prima parte è molto più riuscita della seconda, che risulta molto meno appassionante, forse anche per il mutato quadro politico. Nonostante questi difetti, penso che si potrebbe consigliare la lettura del libro anche a chi, nato dopo il 1995, si sta avvicinando alla maturità o ha iniziato l’università e ha un sano interesse per le questioni politiche.

Consigliato a chi pensa che "noi siamo diversi, ma siamo uguali agli altri, ma siamo diversi, ma siamo uguali agli altri... Mamma! MAMMA!!" (Nanni Moretti, Palombella rossa).

Sconsigliato a chi non sopporta l’autobiografismo.
Profile Image for ferrigno.
554 reviews110 followers
July 14, 2014


Piccolo racconta, da una prospettiva personale, il percorso che lo porta a superare la visione elitaria della politica e della vita (l'etica dei principi) verso una più accomodante etica della responsabilità.
Etica dei principi: in nome dei principi ci si arrocca in una cittadella, si sceglie di vivere tra puri ed escludere gli altri.
Etica di responsabilità: si vive nel mondo, si amano persone, anche se hanno difetti.

L'autore individua in Elena (una sua quasi ex-fidanzata rifondarola dura e pura) l'etica dei principi fatta persona: quello è il suo punto di partenza. La sua attuale moglie "Chesaramai" rappresenta l'etica di responsabilità, il punto di arrivo. Le Elene sono snob, elitarie, reazionarie di sinistra, perdenti; le Chesaramai sono tolleranti, sinceramente aperte alla società, inclusive.

Com'è? Noioso. Uscito con dieci anni di ritardo. Voglio dire: il PD ha fatto in tempo a cambiare, nel frattempo. Qualche citazione interessante, andrò a rileggermi L'insostenibile leggerezza dell'essere.

Anni fa, mi è capitato di leggere la versione di Elena. Eccola qua, in tutta la sua purezza, snobismo ed esclusività. Stesso periodo storico, stessa prospettiva individuale:

https://www.goodreads.com/book/show/9...

Stessa noia. Quantitativamente, intendo. Qualitativamente è diversa: noia venata di irritazione.

(E gli hanno dato lo strega. Allora rivendico lo strega anche per Monica Viola!)
Profile Image for Come Musica.
2,066 reviews630 followers
August 19, 2014
Tutto in questo libro ha un senso: dalla descrizione iniziale del colera, fino a all'avvento di Berlusconi nella vita pubblica del Paese.
Pubblico e privato si mischiano, perché sono indivisibili. E attraverso la sua storia personale degli ultimi trent'anni, Francesco Piccolo narra la storia dell'Italia.
Anche se le prime cinquanta pagine lasciano un po' perplessi, poi le altre si leggono facilmente e appassionano perché sono uno spaccato della nostra storia, la storia di Tutti quelli che hanno vissuto quegli anni.
Mi piace l'autocritica a una sinistra elitaria e purista che ha perso la sua occasione di governare e di cambiare le sorti di questo Paese, lasciandolo nelle mani di chi ha fatto del fatto pubblico un fatto privato.
Ho letto solo due dei cinque finalisti del premio Strega. Ma finora penso che Piccolo abbia meritato la vittoria. Un libro così merita di essere letto perché invita all'impegno politico: le nostre scelte individuali possono condizionare quelle dell'intero Paese.
Profile Image for Marco Guiggi.
22 reviews
May 5, 2020
Ho trovato il libro interessante e utile a ripercorrere i momenti più salienti degli ultimi 40 anni della vita politica italiana. Ho scoperto che i miei ricordi e le sensazioni che gli eventi citati mi avevano provocato sono gli stessi dell'autore (seppure io sia un po' più giovane). Sopratutto mi è piaciuta, e ho condiviso, l'idea che, quando si fa parte di una comunità (politica) e si vuol cambiare quello che non ci piace, non ci si può limitare a puntare il dito contro chi non la pensa come te, ma bisogna sporcarsi le mani, provando a spiegare e convincere delle proprie ragioni anche chi la pensa diversamente. Questo, in breve, è il messaggio, o almeno quello che io ho "trattenuto" di più, del libro. Per questo il titolo non mi piace e lo trovo un po' fuorviante.
Profile Image for EMILIO SCUTTI.
240 reviews22 followers
April 20, 2021
Bellissimo libro, mi viene in mente De Gregori “ la storia siamo noi” lo sforzo riflessivo di Piccolo è tutto intorno allo sforzo di descrivere il tragitto che porta l’IO a divenire NOI e poi a divenire TUTTI. L’autore descrive se stesso, il PCI, l’Italia tutto si regge perché noi siamo la storia appunto .
Profile Image for Procyon Lotor.
650 reviews111 followers
October 13, 2017
L'apparenza.

Certo che essere smodatamente ricchi e poter guardare le cose del mondo col distacco di un fantastiliardo e venti spirillioni di dollari è un gran vantaggio. Specie se si ha un passaporto svizzero e si sta navigando su una goletta a gabbia in teak, verso una innominata località tropicale, di quelle buone per un venerdì pomeriggio. Noi svizzeri – è noto – non abbiamo comici dal 1321, e qualche anima bella ne approfitta per esaltarsi a nostro discapito coll'antica litania su quanto siamo ottusamente noiosi, tetri e prevedibili.
Vabbè, a voi lo posso dire, non produciamo ciò che ci viene fornito gratis, di qualità e in abbondanza: confiniamo coll'Italia.

Che dire dell'ultima opera di Francesco Piccolo? Ho raccolto nei mesi passati megabyte di documenti, recensioni e commenti, tanti da sorpassare di decine e decine di volte il volume del testo stesso.
Ci sono cascati quasi tutti, ed il quasi – duole dirlo – è composto da non professionisti: blogghisti ed altri disgraziati ospiti della rete, come me (io ovviamente non ho la fibra ottica, dalla nave o il satellitare o nisba, costicchia parecchie centinaia di franchi al mese, ma un sacrificio per la cultura lo si fa volentieri).
Dell'osceno numero di esegeti, recensori, commentatori, pontificatori, soppesatori, cullabaristi, cardatori del nulla, panciafichisti, cerchiobottisti e altre braccia rubate alle miniere che pullulano nel Paese dei Soloni (sempre meglio che lavorare no?), quasi tutti dicevo trattarono l'opera o come biografia o – peggio – come surrettizio documento politico a fini propagandistici. Tanto che alcuni furbissimi si posero la domanda capitale: "ma è renziano?"

Un banale esame alla figura dell'autore e all'opera – banale dico, tranquillamente alla portata ginnasiale, permetteva di evitare i due trabocchetti maggiori che – oramai ne sono convinto, Piccolo ha artatamente costruito.
Piccolo è un romanziere, sceneggiatore ecc. Cioè crea mondi fittizi. La cui plausibilità, verosimiglianza o aderenza a un minimo di principî di realtà non ne sminuisce la natura artificiale. E' noto che i fisici sperimentali hanno un sacro terrore di quelli teorici. La comparsa di uno solo può bloccare macchinari sofisticatissimi. Similmente è nota l'incapacità ontologica per un romanziere di astenersi dalla sceneggiatura, drammaturgia ecc, insomma dagli artifizi. Un romanziere non scrive biografie, se lo fa sono sempre romanzi in forma di. E Piccolo, di forme simili ne ha gli scaffali pieni. Tutto quanto ho letto di lui ha forma biografica, racconti infantili, Italie viste e sognate, confessioni sessual-sentimentali, tutto dico tutto ha forma biografica. Forma, non sostanza. Parla ovviamente di cose che sono nella sua mente (come tutti) ma non è detto gli siano accadute, magari le ha viste o sentite raccontare e nulla garantisce l'esattezza conforme.

Non ci credete? Leggetevi "La separazione del maschio" bel romanzo – con qualche serio blooper – il cui personaggio anche allora fu ricondotto al vissuto di Piccolo (è un vizio dei tristi non concepire nemmeno la possibilità che altri creino) bèh, quel tizio là, non può essere questo di cui "IDDECT" tratta.
Impossibile. E non può essere nemmeno Piccolo.

Esaminando l'opera ci si accorge praticamente subito che è strutturata, estremamente strutturata. Non parlo delle fasi temporali in cui arbitrariamente dividiamo la nostra e le altrui vite, ma proprio la struttura narrativa. E nessuno, men che meno il più ottuso, codino, fideistico, finalistico incrocio tra un fiscalista ed un ingegnere maschio di mezz'età – credente - può sostenere che la vita è strutturata. Si vergognerebbe d'averlo solo pensato. Forse ha un fine, può darsi che abbia un significato, ma struttura no. Dio stesso arrossirebbe a qualcuno che creda che ha strutturato le vite nostre.
Per cui mi spiace, ma è un romanzo in forma biografica. Fatevene una ragione.
Ma è narrato in prima persona – dice Simplicio – e narra cose accadute! (Perdonatelo, ma lasciatelo perdere).
Per cui Piccolo fa esordire il suo personaggio in un bel posto, una reggia, che ha un bosco, come i principi e le fate delle fiabe e questo personaggio che per distinguerlo dall'autore chiameremo fin d'ora Paco Pequeño, che viene trafitto dal sentimento del tempo, s'accorge di esserci qui ed ora, con scelta felice degli eventi che lo portano a (che ometto, leggetevelo).

Similmente viene inchiodato – oltre che all'autocoscienza, all'esistenza del sé, all'esistenza degli altri e anche questa scoperta del sociale è gustosa, Piccolo sa fare si vede che scrive di una cosa che provò pure lui. Spesso fa sorridere e sorridiamo con lui, magari per noi non fu esattamente così, ma quei momenti, momenti che nessuno dimentica, in cui scopriamo per la prima volta qualcosa di serio, funzionano proprio così. Bravo Piccolo.

Ma il povero Paco Pequeño ha un problema serio e man mano che cresce, il problema dico perché è proprio che lui non ci riesce a crescere, cioè crearsi un modello sperimentale autonomo del mondo, la figura assume le sembianze di un tragico stallo. Stallo ottenuto per contrasto perché Paco Pequeño non vive, si rappresenta la vita e questo viene continuamente ribadito – per contrasto – con l'insistentissimo uso della parola "vita" che compare più di duecentocinquanta volte ("mia vita" soprattutto) Fino al punto che la cosiddetta "vita" viene divisa in due parti "vita pura" e "vita impura" a seconda del punto zero che – pensa un po' – pone nell'Avvento di Berlusconi, come se datassimo la cronaca recente AB e DB; tragico no? Ma non basta. Le altre parole più citate - oltre ai vari bulloni e saldature e varie ferramenta sintattiche di a da in con su per eccetera, sono "Berlinguer" (145 volte!) "Berlusconi" (100) e mentre vi aspettate almeno – da bravo italiano i nomi della Mamma della Moglie o dei Figli, compare Moro (110 volte) e "comunista" e composti ben centosessantottovolte.

"Vita" la chiama. "Vita" un tempo passato a ricordarsi di Berli e Berlu con Moro in mezzo a pensare al comunismo. E alla sceneggiatura sul caso Moro, cui naturalmente crede.

Ma come può essere? Piccolo usa un sapientissimo trucco retorico. Paco Pequeño non riesce a figurarsi concetti complessi - oltre l'infanzia - se non agganciandosi a qualche media. Fino a una certa età racconta (benissimo) ma dopo no, dopo apparenta, a un film, a un libro, a qualcos'altro, "Con tanta di quell'acqua a due passi da casa" di Raymond Carver; "L'insostenibile leggerezza dell'essere" di Milan Kundera; "La Promessa" di Durrenmatt; Il - fallace - judo morale di Kundera in "La Lentezza"; "Come Eravamo" di Sydney Pollack; "La Terrazza" di Ettore Scola; "Come le dita della mano" di Eric Rochant; "America Oggi" di Altman (da Carver). Tutto purché non tocchi a lui creare in noi l'idea. Se concepisce un concetto, ci rimanda a un libro dove lo si ritrova. Non solo, è talmente abituato a "rappresentarsi" che un metodo quasi infallibile per fargli credere qualcosa è presentarglielo con un'aspetto di narrazione plausibile. La fa sua.
E' talmente incistato in questo dramma che perfino una delle motivazioni più difficili da subornare, quella sessuale, cade miseramente nella farsa.

Poche volte prima di Paco Pequeño ho incontrato un maggior pianificatore della propria sfiga. Si racconta che non pensa più al primo amore e la nomina oltre sessanta volte, quando notoriamente di una persona cui non pensate più fate fatica a ricordarvi com'era fatta, figuriamoci nome e dettagli vari. Poi – dopo un excursus di anni in cui fa come tutti, morose e morosine en passant, ma per rimarcare che lui desidera ancora d'essere come tutti, lo nega al punto di ometterne la narrazione, incontra l'ur- sdrammatizzatrice, con classe nominata "Chesaràmai" che l'illude di sceglierla quando è evidente che il Comitato delle GMM perorando la causa di Chesaràmai che desidera ardentemente di riprodursi, gliela fa trovare apparecchiata e lui s'accoppia con una donna il cui orologio biologico non trilla, ulula come una sirena d'allarme aereo, senza cautela alcuna mettendola ovviamente incinta. Come mai? Le credette.

Il sesso non basta? E lo sport allora? Dove anche il più tranquillo chierichetto scende al campetto colla brama di sopraffare l'avversario? Nemmeno lo sport. Lui gioca per seguire una sua personale rappresentazione della realtà, e infatti perde quasi sempre. E' talmente pervasivo che occupa un capitolo per sviscerare la tesi (assurda ma comparve pure quella) se Berli volesse perdere.
In un mondo dove si sa che il segretario della sezione più piccola del quartiere meno importante vuole vincere, si pone il problema se il comandante del più grande ed importante partito comunista d'occidente ed in genere un'organizzazione possente, raffinata e complessissima, volesse in fondo perdere, e ci dibatte sopra.

Ma alla fine, siccome lui al comunismo dà tale importanza, e quindi dobbiamo occuparcene, di che cosa parla quando parla di "comunismo"? (in sé parola vuota se non accompagnata da attributi storici e in genere operativi?)
Un volemosebbene. Un comunismo a bassa carica rivoluzionaria, de noantri, pauperista e un po' piagnone, più da fraticelli, medioeval-francescano, per nulla marxista (tampoco leninista) 'na robba cattoqualcosa, da creduloni più che da credenti.
Per nulla marxista? Eggià. Non si nominano né l'uomo - e passi - né i concetti cardine, né è presente la benché minima idea di lotta economica, ma siamo ancora all'Idea, peraltro debolina giacché la borghesia - da porsi, prima di superarla, appare un eco distante e snobisticamente scartabile. Pensate che in tutto il libro "danaro" "soldi" "ricchezza" "capitale" e sinonimi non vengono mai o quasi mai nominati.

Eh, sì, Paco Pequeño. Una vita a temere d'essere come tutti, poi a sentirne il desiderio per accorgersi che lo eri già. Uno che fa numero.
Che sia - come in questo caso - di sinistra (wannabe: non compie un solo atto "di sinistra" in tutta la sua vita: ne parla, ne legge, ne guarda ma "fare" no) di centro o di destra non rileva.
Le opinioni politiche sono una manifestazione del carattere, mancando questo, esse non hanno significato alcuno.
Ma come va a finire? Che – conformemente al passato - se la racconta³. Con una orazione volta a dimostrare che solo lui procomberà, che non andrà a cercar fortuna all'estero, omettendo – come quelli cui piace moltissimo la moglie essendo stati piantati dall'amante - che all'estero ci va chi può. Di gente come lui, all'estero ne hanno fin troppi e non sanno che farsene.
Ma non c'è un film o un libro con quella scena… e quindi non lo sa.

Bonus finale. Mi hanno detto che la copertina (è vero) è una genialata grafica riprendendo la scritta (rossa) della prima pagina dell'Unità per i funerali di Berlinguer - copertina che (occupato in vicende pochissimo interessanti per voi) non ricordavo.
Bèh, ci credereste? Nel sito dell'Unità è in bianco e nero.

http://tinyurl.com/kpf8sms

Anche questo - in fondo - è un capolavoro.
Profile Image for Sara (Sbarbine_che_leggono).
562 reviews166 followers
November 4, 2018
"[...]non che mi sentissi un aspirante scrittore, però ero un ragazzo un po' ricco, un po' nullafacente, che si interessava alle cose in modo confuso e superficiale, e passava il tempo, gran parte del suo tempo, insieme ad amici un po' stupidi e nullafacenti come lui; andavo alle feste, quante più feste possibili. Era questa la mia vita in quegli anni: la naturale compagnia degli amici, la mia famiglia, il parco residenziale in cui vivevo; e la tensione irrisolta verso il Movimento, perché ero comunista. [...] Con i miei amici avevo la sensazione di buttare la mia vita; con Elena no, ma lei non mi voleva; con il Movimento no, ma non avevo abbastanza coraggio per essere come loro. Quindi, l'unico momento in cui davvero potevo sentire di non stare buttando la mia vita, era mentre scrivevo questo romanzo brutto, cosciente che fosse brutto. E forse anche l'atto di scrivere rendeva sopportabile il dolore che provavo, le pene che provavo. In fondo, mi dicevo che se soffrivo potevo poi scriverne, e quindi incanalavo la sofferenza dentro qualcosa".
Profile Image for Martola.
90 reviews10 followers
August 14, 2014
“Quando sono diventato comunista, senza sapere fare altro che essere solidale con i più deboli e i più poveri di una partita di calcio, era questo il mondo che era stato preparato per me. Ciò che mi attirò subito, quando in modo sostanzialmente inconsapevole cominciai a sentirmi comunista – ciò che mi fece sentire diverso da mio padre e da mia madre e dai loro amici e da molti miei amici e compagni di scuola – fu questa sensazione molto sfocata nei contenuti ma molto netta nell'aria, di desiderio di cambiamento, di rinnovamento, di disponibilità verso il futuro. Era come se mi fossi staccato dal resto del mondo dove vivevo, soltanto per quest'aria che io sentivo e loro no. Se fossi stato costretto a sintetizzare la decisione di essere diventato comunista – quando ne sono diventato consapevole, negli anni successivi al gol di Sparwasser – avrei detto così: mio padre vuole che il mondo dove viviamo resti com'è, sempre uguale; io voglio cambiarlo, voglio farlo diventare migliore.
Posso dire adesso, con lucidità, che quando diventai comunista, per me Berlinguer rappresentava un uomo pratico e intelligente che dava corpo, concretezza, a questa idea astratta del progresso: qualcuno che proponeva di costruire il futuro, accoglierlo, viverlo, comprenderlo, anche criticarlo, ma starci dentro. Ad altri sembrava poco il suo senso del progresso, a me bastava. Era temperato, ma, appunto, pratico ed evidente.”


Puri si nasce o si diventa?
E chiunque può diventarlo?
E chi desidera diventarlo ma non ci riesce, come fa?

Sono queste le domande che Piccolo pone a sé stesso nel nuovo, folgorante, libro.
Lui che, ad appena dieci anni, mentre guarda la partita di pallone tra le due Germanie, seduto sul divano assieme al babbo fascista convinto, si accorge di esser diventato comunista.
Ed è da quel momento che ha inizio l'arrampicata verso la cima più alta, verso i comunisti "puri", verso quel gruppo a cui vorrebbe appartenere, verso quelle persone a cui, però, per quanto si sforzerà, non riuscirà mai ad assomigliare.
E sarà un pacchetto rosa spinto sullo stomaco, il giorno di San Valentino, il primo di tanti segnali che lo porteranno ad accettare, col tempo, la situazione.
Il desiderio di essere come TUTTI è la storia della sinistra italiana, raccontata con gli occhi di un bambino prima e con quelli di un adulto poi, alla ricerca della propria "purezza comunista" tanto difficile da raggiungere.

Tra il Guttalax nel latte, il sequestro Moro, la morte di Berlinguer, le uscite infelici di Berlusconi, la spedizione in montagna con gli sciatori di sciANdo e le spallucce di Chesaramai, l'autore ci regala momenti divertenti e spunti riflessivi, raccontando un grande spaccato d'Italia e il tortuoso percorso della sinistra, lo stesso che l'ha portato, ormai adulto, ad accettarsi per come realmente è. Ad ammettere che anche a lui è capitato di dover scendere a compromessi, e che, di tanto in tanto, non è poi così male mischiarsi a quell'Italia "superficiale" che non si fa rovinare la giornata da eventi qualsiasi come gli effetti di una purga scambiati per colera o Berlusconi che vince le elezioni.
Piccolo muove una critica alla sinistra, ma fissa bene l'ancora a quel fondale in cui crede.
Ha deciso di non andar via come fanno molti italiani: quel 78° minuto della partita di calcio del '74 ha segnato la sua vita, in quell'istante ha scelto di diventare comunista ed ora, a prescindere da come andranno le cose, vuole restare qui a viverle, a guardarle, e a provare a raccontarle.
Da ragazzo, davanti al rifiuto di quel pacchetto rosa, ha sognato di essere Katie in "Come eravamo" di Pollack.
E adesso, esattamente come Katie, ha deciso di restare e di non mollare mai.

Dopo "Allegro occidentale", che non mi aveva del tutto convinto, Francesco Piccolo riesce a riprendersi il suo posto nella mia personale classifica.
Il libro, diviso in due parti (“La vita pura: io e Berlinguer” e “La vita impura: io e Berlusconi”), mi ha emozionato e, come dire, è stato liberatorio. “E' meglio rendersene conto: se come si è, e come si dovrebbe essere, non riescono a coincidere, allora la sincerità è più fruttuosa del senso di giustizia. Perché ti fa cercare le cose che non funzionano in te, in qualche modo ti fa imparare ad accettarle e a conviverci..”
Un autoanalisi potente e sincera, capace di far capire che in realtà, anche se non siamo perfetti come vorremmo, TUTTI contribuiamo a dar vita ad un pezzetto di Storia italiana.
Profile Image for Tittirossa.
1,062 reviews335 followers
September 26, 2017
E quindi?
Dopo aver faticosamente arrancato su e giù per i panorami mentali del Signor Piccolo, dopo averlo seguito sempre più svogliatamente nelle sue tortuose giustificazioni mi sono trovata alla fine con due sole certezze: Chesaramai deve essere un tipo speciale, e Mamma Piccolo anche.
Tutto il resto è noia, come cantava il Maestro.
Anagraficamente la storia del Signor Piccolo è anche la mia, il compromesso storico e il rapimento/omicidio di Moro, i funerali di Berlinguer, la svolta Craxiana (ma io ero proSignorile), e poi lo sgomento Berlusconiano.
Il nostro percorso verso la sinistra si ferma lì, però: io non sarei mai potuta diventare comunista per un gol della DDR, a scuola tutti avevano una squadra, io scelsi la Juve perché era prima in classifica. In compenso facevo i temi su Ho Chi Minh e sul perché la scoperta dell’America da parte di Colombo non era stata una gran fortuna per gli amerindi.
Il periodare reiterato con gli incisi che aprono delle parentesi che mettono dei virgolettati che inseriscono dei trattini che riaprono delle parentesi che vanno avanti così per pagine per ripetere la stessa cosa n volte, mi stroncano quando li ascolto alla tv (tipo Saviano), figurati se devo fare la fatica di leggerlo.
Inoltre, se la fatica di leggere non è premiata da una qualche intuizione, non dico geniale, ma almeno brillante, o anche solo non rimasticata. Ecco, io glieladosu!
Il Signor Piccolo arriva alla sua epifania finale (ero di sinistra, sono di sinistra, sarò sempre di sinistra) grazie a una serie di incontri, di catarsi, di intuizioni, che lo traghettano dal comunismo puro e duro (praticato in punta di penna più che alla catena di montaggio) al sentirsi di sinistra-perché-è-la-cosa-giusta-contro-quegli-altri-che-non-sono-come-noi. Ma continua a non convincermi.
Probabilmente perché sono le fondamenta che non mi hanno convinto.
Tutta la tirata sul colera, la mamma e superficialità è posta su un’analogia sbagliata.
Inoltre, bisognerebbe che qualcuno gli spiegasse il significato di analogia. Il fatto che tu dica che tra la tua storia e un certo libro/racconto/mito c’è un parallelismo non significa che ci sia necessariamente, e quindi, io lettore-pignolo sono abbastanza irritato da questa superficialità. Perché proprio nell'esempio iniziale, fondante a suo dire del suo carattere, dove lui ritiene la mamma superficiale perché non ha pensato che purgarlo mentre c’era il colera era da irresponsabili (vabbè, magari la mamma avevo altro a cui pensare che alle budella del piccolo Piccolo), così come nel racconto di Carter che cita, dove i quattro amici lasciano la ragazza morta nel fiume per continuare a pescare. Solo che mamma Piccolo non si è proprio posta il problema delle conseguenze, mentre gli amici si, ci hanno pensato e ne hanno discusso; quindi gli amici sono stati indifferenti (e non superficiali), mentre la mamma aveva altro a cui pensare….
Inizia così e continua così, con una continua richiesta al lettore di sospensione del giudizio su quello che sta leggendo, con una prosa avvolgente e imbozzolante necessaria per ottundere, perché appena posi il libro pensi che tu c’eri, e i tuoi ricordi non sono quelli. E di nuovo pensi, che il fatto che il Signor Piccolo a posteriori tenti di essere brillante non cancella 20 anni di intellighentsia di sinistra bella opaca. E il fatto che tu abbia letto gli stessi libri, visto gli stessi film, osannato gli stessi maitre à penser non aiuta neanche un po’, perché anche se lo hai fatto con spirito ipercritico alla fin della festa hai legittimato il Signor Piccolo a scrivere questo libro, e a sentirsi bravo bello e buono a essere di sinistra (qualsiasi cosa voglia dire, ma che probabilmente non è la stessa per te e per lui, visto che il suo essere di sinistra non gli ha impedito di fare i trenini con una del Grande Fratello, e di votare Bertinotti e detto come va detto, se sei di sinistra e ci hai messo tutto ‘sto tempo a capire che Dalema non era un genio, sarai anche di sinistra, e allora poveri noi).
Dopodiché, sarai anche di sinistra, sarai anche lo sceneggiatore del Caimano e quello che scrive i dialoghi di Saviano, sarai un corsivista e un opinion leader famoso, ma questo libro è proprio brutto.
Profile Image for Dioniso Dionisi.
11 reviews
September 27, 2015
La società e la politica italiane negli ultimi 40 anni tra pubblico e privato

Volete leggere una storia leggera e profonda allo stesso tempo e che vi faccia (ri)vivere e riflettere sulle evoluzioni/involuzioni della società e della politica italiana degli ultimi 40 anni? Francesco Piccolo ne "Il desiderio di essere come tutti" riesce brillantemente a intrecciare le vicende private del protagonista con quelle pubbliche del paese e, tratteggiando linee tra i punti degli eventi storici e politici, ci fornisce interessanti chiavi di lettura, alcune delle quali, forse anche a causa della mia ignoranza, per me nuove e illuminanti.

I fatti storici li conoscevo quasi tutti più o meno bene ma quello che a volte mi mancava era l'interpretazione. Interpretazione soggettiva, certo. Ma proposta da qualcuno che, oltre a essere un ottimo osservatore della realtà, sembra aver attraversato un percorso di consapevolezza e di autocritica, sembra essersi documentato molto bene sui fatti e avere gli strumenti storico-filosofici per poter delineare un quadro d'insieme molto acuto, coerente, accurato e autocritico.
Pur avendo avuto una storia piuttosto diversa dalla mia ed avendo vissuto gli eventi con una maturità di cinque anni di più, ho trovato alcuni paralleli tra la formazione e le esperienze di Francesco Piccolo e le mie: nel rapporto con il padre, nel tentativo di voler essere parte del "Movimento", nell'arroccamento nella purezza e nel successivo esame di coscienza autocritico.
Mi è piaciuta un po' meno la parte finale in cui Francesco Piccolo scende troppo nel personale. In questa parte ho perso la sensazione di stare a leggere un romanzo solamente ispirato a vicende autobiografiche e ho acquisito la consapevolezza di trovarmi di fronte a una vera e propria autobiografia. Ma mi rendo conto che quest'ultimo commento è molto più soggettivo rispetto agli altri.
Continua...
http://dionisoo.blogspot.de/2015/09/i...
Profile Image for Alessandra.
383 reviews15 followers
January 22, 2014
ma questo libro non mi ha particolarmente convinta.
Se l'idea di fondo, raccontare l'inscindibile legame tra pubblico e privato nella vita di Piccolo, narrandoci la sua storia d'amore con la politica (e la Sinistra) Italiana, é intelligente, la realizzazione secondo me non è all'altezza.

Inoltre, l'ho trovato un po' troppo auto- indulgente ed auto referenziale, specie nella seconda parte, "la vita impura".
Profile Image for Marta Abbà.
59 reviews12 followers
January 23, 2014
Mah. Scritto bene - Piccolo è bravo, ha un ritmo naturale e italiano che apprezzo - ma mi è mancata la narrazione e mi ha nauseato un po' la politica. Forse non era periodo di leggerlo. Resto comunque un buon libro anche se qualche ricordo personale in più intriso di sensazioni mi avrebbe condotto NEL libro, invece sono rimasta seduta con esso davanti.
Profile Image for Sara Zovko.
356 reviews91 followers
September 2, 2016
Koja dosada od knjige.
Karakter ovoga autora užasno me živcirao, kao i karakter njegove žene koju povremeno spominje.
Ova knjiga zahtjeva i dosta znanja o talijanskoj politici koju ja poznajem površno, pa je možda problem i u tome, ali čini mi se da sam i znala više ova knjiga bi me zamarala i teško bi se probijala kroz njezine stranice.
Profile Image for Frabe.
1,197 reviews56 followers
October 5, 2017
In esergo, una frase di Natalia Ginzburg ricorda come nell’uomo coabitino naturalmente la voglia di “diversità e solitudine” e “il desiderio di essere come tutti”: due pulsioni, antitetiche e concomitanti, che muovono le scelte dei singoli con esiti sulla vita privata e pubblica.
Francesco Piccolo racconta come abbia sentito consolidarsi nel tempo il suo “istinto all’eguaglianza”, razionalizzato nello sforzo di avvicinare l’altro, conoscerlo meglio, comprenderne a fondo le ragioni - anche se in prima analisi distanti -, scoprire le somiglianze. In politica, specificatamente, l’uomo di sinistra Francesco Piccolo racconta come sia giunto a considerare sempre più negativamente, dapprima in sé e poi nei suoi simili, l’errore di chiudersi in un consesso ristretto di “puri”, “moralmente superiori” agli avversari. Tra gli esempi più noti e deleteri, cita quello del 9 ottobre 1998, quando Fausto Bertinotti, leader di Rifondazione Comunista, pose fine al primo governo Prodi privilegiando la “purezza” della sua posizione assolutamente minoritaria sull’interesse dell’intera sinistra e del Paese. (E Piccolo rivela che aveva votato proprio Rifondazione Comunista alle politiche del 1996: sentendosi quindi, due anni dopo, complice del “duro e puro” Bertinotti.)
In definitiva: un po’ autobiografia - seria e ironica al contempo - e un po’ libro di storia - con ottica dichiaratamente di parte -, “Il desiderio di essere come tutti” offre una lettura interessante, utile e piacevole.
Profile Image for Frederik.
118 reviews6 followers
October 7, 2017
Prachtige, dringende, knetterende roman over de zucht naar oppervlakkigheid, oftewel het verlangen te zijn als alle anderen. Hoewel ik niet weet of “roman” wel de juiste omschrijving is voor dit boek. “Relaas” of “bespiegeling” zou misschien beter passen. De schrijver denkt constant na over de verhouding tussen zijn privé-leven (het innerlijke) en het publieke leven (politiek, zijn rol als schrijver). Het is dan ook een zeer politiek boek en ik heb het gevoel een crash course Italiaanse politiek achter de kiezen te hebben. Dat maakt het boek in het begin wat taai, zeker de eerste 60 pagina’s, omdat de gebeurtenissen die beschreven staan lang relatief geleden zijn en mij eerder onbekend (het historisch compromis tussen de christen-democraten en de communisten, de ontvoering van Aldo Moro, de Rode Brigades, ... ). Het tweede deel dat over Berlusconi gaat is dan weer meer vertrouwd terrein. Ook de schrijfstijl was voor mij wennen, het zijn lange zinnen waarachter je soms blijft haken. Maar het loont de moeite om door te zetten. De opzet van de schrijver is ambitieus en zou makkelijk kunnen falen (wegens te wollig of net drammerig) maar hij slaagt er wonderwel in. Het resultaat is een bijzondere en briljante uiteenzetting van zijn “bewustwording van de anderen” als kleine jongen (“mijn tweede geboorte”) tot aan zijn terugblik op het leven en finaal de omarming van de oppervlakkigheid.
Profile Image for Gea :).
46 reviews
November 23, 2024
3,5

Un libro che poteva essere molto piu corto di così. Il lessico è semplice, le idee tutto sommato arrivano: il punto è che ci gira troppo attorno, spesso si ripete (io poi non sono una grande amante del flusso di coscienza).
È una storia che va da Berlinguer alla nascita della sinistra radical chic e della sua superiorità morale: «bisognava sfilarsi dalla vita pubblica reale e rappresentare un'alternativa astratta, pulita, arroccata. Un'alternativa pura. Da quel momento in poi, ogni sconfitta politica diventa un rafforzativo delle proprie idee. Una conferma che il mondo è corrotto e che il progresso è malato. Una conferma, quindi, che le persone giuste e i pensieri giusti sono minoranza, fanno parte di un mondo altro, che non comunica più con il Paese - perché il resto del Paese, impuro e corrotto, si è perduto».
È sicuramente bello leggere i passi, uno dopo l'altro, della consapevolezza politica di una persona, e fa riflettere sui propri. Il punto però è anche che non mi pare, leggendo solo la storia che scrive, che l'autore abbia poi mai fatto tanta attività politica (e qui intendo politica dal basso), a parte andare a qualche manifestazione. Forse è per questo che poi è facile finire a fare un'apologia della superficialità, quando racconta il motivo per cui ama sua moglie: «ha reso i fatti del mondo alla nostra portata, roba con la quale possiamo avere a che fare»: sopportabili. Come a gettare la spugna, e quasi accettare, che nulla sta cambiando. È la posizione più facile di tutte, e non basta giustificarsi dicendo che si accetta di essere, alla fine, superficiale.

«Barbra Streisand era Katie e Katie era Elena. Anche per lei tutto quello che succedeva nel mondo succedeva a lei personalmente. Ed era quello che avrei voluto che accadesse anche a me. Ma allo stesso tempo, dovevo ammettere, non ero riuscito a diventare così, fino in fondo. Non ci sarei mai riuscito, fino in fondo. Forse era colpa di quella superficialità che mi era stata installata, forse era la mia natura. Forse non mi fidavo del mondo, e nemmeno di me stesso nel mondo. E in più, non mi sentivo all'altezza».
This entire review has been hidden because of spoilers.
Profile Image for Gabriele Cocco.
24 reviews1 follower
June 20, 2025
Quando come e perché la vita privata di un individuo si lega a quella pubblica di cittadino? Piccolo ha risposto con la totale onestà di un racconto che attraversa profondamente più di 30 anni di vita personale, storia collettiva, amori e contraddizioni che riescono a fare apprezzare le più semplici e crude verità. Bellissimo.
Profile Image for Elisa.
685 reviews19 followers
November 25, 2020
近年似乎出现了一种新的文学genre,通过激发moderate left读者(可能因为这是当代严肃文学消费基本盘)的焦虑感和挫败感来制造“我在谈真问题”的错觉。但这不就是我们小时候的夏令营文学嘛?(所有这些书都号称[写作我们读作你们]左派要保持开放性,然而它本身又是高度封闭的乃至于只有符合作者目标立场的人才能被trigger到。)叙述主线的存在完全依赖于逐一引用重大历史事件和“作者比我更有名的书/电影”并抒发感想,我觉得这水平跟我也相差无几,建议在国内挣不到钱的网文作者考虑学习意大利语写作,也许大家都能拿到Strega奖吧。
Profile Image for Leda.
183 reviews5 followers
February 25, 2022
Ho passato tutto il libro a cercare di leggere un'opinione, prima di arrendermi al fatto che fosse un romanzo. Se fosse stata un'opinione avrei potuto dire: non sono d'accordo, e va bene così. Ma non è proprio un'opinione. E va bene così lo stesso.
Profile Image for Svalbard.
1,140 reviews66 followers
November 18, 2020
Di Piccolo avevo già letto, ed apprezzato, La separazione del maschio e Momenti di trascurabile felicità, e mi era piaciuto molto per le cose che diceva e per come le diceva. Questo libro mi ha incuriosito dopo averne letto uno stralcio sul Post, l’odiato-amato giornale online di Luca Sofri, per la precisione quello sull’attività giornalistica e l’indignazione a comando, dire cose che i propri lettori desiderano sentirsi dire… Mi sono ripromesso che lo avrei letto non appena lo avessi trovato a un prezzo ragionevole, al limite in e-book. Non ho dovuto aspettare molto, dato che ben tosto è diventato reperibile sulle bancarelle di libri usati e di reimanders vicino l’università (ma non credo per opera di lettori delusi – più probabilmente di professori universitari che, sistematicamente omaggiati dalle case editrici “con preghiera di recensione”, altrettanto sistematicamente si liberano in siffatto modo della carta in eccesso spesso senza nemmeno aprirla). Superato il fastidio – che, pure, altre opere di Piccolo non mi avevano dato – per il difetto strutturale di molta letteratura italiana contemporanea (e anche del cinema, direi) di non riuscire ad affrancarsi dalla dimensione intimistica, dal mettere il proprio ombelico al centro del mondo, di raccontarsi prima ancora che di raccontare, devo dire che alcune cose comunque le ho apprezzate. Pur senza, in ogni caso, restarne convinto fino in fondo; c’è qualcosa che mi impedisce di dire “questo è un bel libro”, “questo libro mi ha lasciato delle cose”. Anche se probabilmente la seconda cosa è abbastanza vera, e anche la prima. Poi, verso la fine della lettura, quasi involontariamente mi è capitato di leggere alcune recensioni di anobiani che stimo ed apprezzo profondamente – soprattutto Gil D. e Capobanda – che mi hanno fornito qualche ulteriore chiave di lettura. Di solito non leggo le recensioni prima di aver finito un libro, in questo caso invece la cosa si è proficuamente verificata. Piccolo intreccia la propria vicenda biografica alla storia politica della sinistra italiana. Da un lato racconta episodi apparentemente insignificanti della sua vita, dall’altro li mette in relazione con la dimensione politica e storica degli anni che ha vissuto. E’ ovvio che la cosa crea parecchio eco nelle persone che in qualche modo sono ascrivibili alla sua generazione – me compreso – in quanto quello che vede lui è lo stesso mondo che abbiamo visto noi, per cui l’identificazione, il confronto scattano immediati, inevitabili e ovviamente impietosi. Il compromesso storico? Il sequestro di Moro? La vicenda di Leone? Noi c’eravamo. E ne consegue che in qualche modo queste riflessioni costringono tutti ad interrogarsi. Della vicenda Moro, ad esempio, io ricordo soprattutto un fortissimo disagio, l’antipatia per il personaggio – pur sempre un nemico di classe – stemperata dal “si beh, ma stavolta le Brigate Rosse hanno un po’ esagerato”, il non capire da che parte stare e perché. In sostanza, una grande confusione mentale e comportamentale sotto il fioco sole di marzo. Sono profondamente grato a Piccolo per aver rimembrato quella vicenda, aver aiutato il me quindicenne di allora a sistematizzarla e comprenderla (e non capisco molto la critica di Capobanda che lo accusa di essere stato incapace di interrogarsi più a fondo su questo tema – la sua analisi mi è sembrata straordinariamente approfondita e accettabile, proprio per aver adottato la prospettiva dell’uomo comune e non quella del dietrologo e del complottista che oggi va tanto di moda, ma pure allora mica si scherzava). E anche, mi pare non sia stato piccolo il coraggio di Piccolo (he, he) nel denunciare, in maniera evidentemente auto assolutoria, ma sincera, il proverbiale élitismo della sinistra nel credersi i migliori, i più perfetti, gli eletti, eccetera (ed è un terreno sul quale io stesso dovrei ancora lavorarci. Spesso mi interrogo su che cosa ho in comune con un berlusconiano, a parte il fatto di discendere entrambi dagli organismi unicellulari che popolavano gli oceani del precambriano). La forma, la forma del libro è quella che ho trovato un po’ pesante, un po’ ridondante. Piccolo utilizza un artificio letterario già fatto proprio da Kundera, quello di infarcire la propria narrazione di altre narrazioni a latere, cinematografiche, letterarie o d’altro genere (tra gli altri lo stesso Kundera), per trovare argomenti e dimostrazioni alle proprie tesi. Va benissimo, ma il rischio è che ad un certo punto non si sappia più come raccapezzarsi nelle storie, perdendo il filo della narrazione primaria. E sicuramente, a lui manca la leggerezza e l’ironia di Kundera (pensierino dell’ultimo minuto: che la superficialità sia un altro modo per definire l’”insostenibile leggerezza dell’essere”?) Ancora: sul significato di certi fatti raccontati, c’è un po’ di difficoltà a definirne il senso profondo; molte parole che però non riescono ad andare al centro della questione. In breve: perché diavolo un goal segnato dalla DDR alla BRD in non mi ricordo più quale mondiale di calcio ha segnato l’entrata del bimbo Piccolo nel comunismo? Qual’è il reale significato epifanico della fontana di Diana nella reggia di Caserta? Qual’è, tecnicamente, il valore salvifico (al quale peraltro sono disposto a credere) della superficialità? E poi, nel concreto, politicamente cosa significa tutto questo? Abbracciare (come sostiene l’ anobiana Maria Francesca e basta - una delle poche critiche “da sinistra” che ho letto a questo libro) la non-ideologia soavemente cialtrona del ragazzino di Firenze che ultimamente va tanto di moda? Dire “ma sì va, facciamoci la nostra vita e non prendiamo mai niente troppo sul serio”? Ci può stare, ma c’era bisogno di un libro intero per spiegarcelo giusto per non sentirsi (e non farci sentire) troppo in colpa? E poi, alla luce di tutto questo, cosa diventerà mai “essere di sinistra”? Un blairismo-schroederismo scolorito, appiattito sul sistema economico dominante a cui chiedere, per favore e se non dà soverchio disturbo, di non essere troppo stronzo con gli svantaggiati? Intendo dire: non c’è niente di male a passare una giornata sugli sci e poi a sera buttarsi nell’acqua tiepida di una spa (come racconta di aver fatto Piccolo). Ma non credo che ci sia da dover chiederne scusa; e in effetti tutto il libro pare proprio questo, una specie di “chiedere scusa” per non essere più un comunista duro e puro che queste cosucce borghesi le schifa sistematicamente. Interessante, se i comunisti vengono considerati come una specie animale da studiare con l’occhio del naturalista, ma sostanzialmente inutile negli altri casi. E d’altra parte, se penso alla demenzialità criminogena di certi figuri politicamente attivi e di certe ideologie estreme che si aggiravano nei Settanta, tutto sommato sciare e fare bagni caldi già all’epoca avrebbe potuto essere un oculato sistema per fare meno danni a sé stessi e agli altri (e transeat su quelli, non pochi, che per cinque giorni alla settimana erano tutti eskimo, ideologia, contestazione e magari scontri con polizia e fascisti, e il sesto e il settimo sparivano perché con gli amici di famiglia raggiungevano le seconde case direttamente affacciate sulle piste da sci). Per concludere, vorrei fare qualche osservazione sulle recensioni anobiane che ho letto. Capobanda dice che l’accusa che Piccolo muove alla sinistra, quella di sentirsi i giusti, i perfettissimi, eccetera, sarebbe andata bene nel 1985, ed oggi appare inutile. Concordo sul fatto che probabilmente questo libro potrebbe “suonare la sveglia” ai molti sinistri che ancora faticano a capire come mai la loro perfezione non abbia storicamente trionfato, ma credo che se queste cose le avesse dette un comunista nel 1985 il medesimo si sarebbe trasformato d’incanto in un craxiano (e ce ne furono, e nemmeno pochi). Nello stesso tempo, qualche interrogativo mi affiora in merito ai nomi da lei elencati, quali idoli della sinistra autocompiacente ed autoincensante. Per me Michele Serra rimane quello di Cuore, il giornale e le fantastiche feste di Montecchio Emilia. Fabio Fazio quello che a quelle feste ci partecipava e con Serra (e Hendel e Riondino) si produceva in esilaranti dialoghi improvvisati. Vauro quello della vignetta “Cossiga tra i carabinieri - l’uomo giusto al posto giusto” per cui rischiò una denuncia per vilipendio al capo dello Stato. Poi riconosco di essermi perso qualcuna delle puntate seguenti, Repubblica non la leggo ma le Amache di Serra, quando le intercetto su internet, non mi sembrano mai così dissennate. L’unica televisione che guardo è quella tedesca che non è poi tanto migliore della nostra ma almeno parlano la stessa lingua di Bach e di Goethe, che è sempre un bel sentire. Non mi è peraltro affatto chiaro perché ci siano molte persone, di destra (e sarebbe ovvio) e di sinistra (un po’ meno ovvio) che quando sentono pronunciare uno dei suddetti nomi (e mettiamoci anche Saviano, per far buon peso) gli escono gli occhi fuori dalle orbite e si mettono a vomitare bile verde. Come se questi figuri dicessero cose sistematicamente sbagliate, o che è proibito dire. In conclusione: qual’è la mia valutazione di questo libro? Alcune parti mi sono servite per fare un ripasso (nemmeno tanto ripasso, diciamo un approfondimento) della storia recente. Altre mi hanno confermato qualche cosa che già sospettavo (l’èlitismo della sinistra, di sicuro). Con qualche sforzo accolgo l’esortazione ad accettare i diversi da noi (i berlusconiani, ad esempio. Ma magari anche gli anti-antiberlusconiani di sinistra - altra bella razza di fini ed eleganti dicitori, per i quali l’antiberlusconismo è pegglo del berlusconismo - e i vomitatori di bile verde di cui al capoverso precedente). Sicuramente non riuscirò ad attenuare il mio profondo, viscerale disprezzo per l’ignoranza, soprattutto quella caratterizzante, consapevole ed orgogliosa (elemento che certamente contraddistingue più i non-sinistri più che i sinistri, sebbene non lasci immuni nemmeno questi), e nemmeno lo voglio. Altre, più che farmi incazzare, mi hanno fatto sorridere, tipo la necessità sistematica di “chiedere scusa” per il fatto di essere come si è, ovvero come tutti.. Altre ancora mi hanno lasciato qualche dubbio. Per combattere i propri nemici, bisogna diventare per forza come loro? Non è che Piccolo lo dica esplicitamente, ma qualche sospetto lo lascia. Tenersi al passo coi tempi va bene, ma va meno bene se significa abbracciare sistemi ideologici ed economici che fino all’altro ieri venivano considerati sbagliati e criminali. Se tutti fanno i furbi ed esercitano, sia pure in quantità omeopatiche (giusto perché manca la possibilità di farlo in grande), furbizie, corruzioni e astuzie, bisogna ritenere che questo sia legittimo ed opportuno? Infine: gli altri vadano, io resto qui, dice Piccolo. Benissimo, padronissimo, ma ammetta che è uno al quale, forse anche per indubbie virtù personali, le cose sono andate piuttosto bene, e quindi di restare qui può permetterselo. Molti altri se ne devono andare semplicemente perché l’alternativa sarebbe di fare la fame tra qualche turno sottopagato in un call-center e qualche ora di supplenza nella scuola di ogni ordine e grado. Qualcuno, forse S. Agostino, diceva “Ama Dio e fa' quello che vuoi”. Forse, più proficuamente, potremmo dire “non fare dell’essere di sinistra una specie di credo religioso, tutto obblighi e divieti, e fà quello che vuoi”. Giusto per non sentirsi in colpa se si va a sciare e la cosa piace. Poi, se nel lavoro, nelle relazioni o altrove si riesce a cotemperare uno spirito informato alla correttezza, al rispetto degli altri e a un’etica di miglioramento dell’esistente con il proprio benessere ed il perseguimento dei propri desideri, molto meglio. Ma non è mica necessario essere o sentirsi di sinistra per questo.
39 reviews
April 9, 2022
Politiek-filosofisch manifest vermomd als roman. Kan interessant zijn, maar niet waar ik op uit was. Rond 2/3de opgegeven.
Profile Image for Sara Logghe.
79 reviews76 followers
September 10, 2020
Een originele manier om bij te leren over het communisme in de jaren 1970-1980 in Italië en de impact hiervan op de meer recente politiek. Deze roman is dan ook een mooie verweving van feiten en het persoonlijk leven van de verteller. Zo is het gemakkelijk om deze grote hoeveelheid informatie te volgen, maar houd Wikipedia toch maar bij de hand om alle namen van politici op te zoeken. Om die reden soms de bomen door het bos wat kwijt maar al bij al een aangename kennismaking met de Italiaanse politieke wereld.
Displaying 1 - 30 of 139 reviews

Can't find what you're looking for?

Get help and learn more about the design.