Az Avraham Bogatir hét napjának színhelye Palesztina, időpontja 1947 nyarának néhány napja. A zsidók idealizmusból vagy a történelem kényszere folytán már gyökeret vertek a sivár, kiégett talajba, de még nincs meg a végleges biztonságuk, s azt a független államisággal vélik elérni. Az oda vezető út nem könnyű. Nemcsak azért, mert szembekerülnek az ország lakosságának nagyobb részét jelentő arabokkal, hanem azért is, mert a világ különböző tájairól érkezett bevándorlók maguk is különféle eszmék hívei, és legalább annyi közöttük a megszállott, mint a megfontolt. Izgalmas események, politikai okokból elkövetett terrorakciók és ellenakciók láncolata, bosszú és áldozatvállalás, indulatok és érvek – rengeteg ellentmondásos gondolat tölti ki Avraham Bogatir napjait. Az író összesűríti az 1947-es év palesztinai fejleményeit, és jellemábrázolásával, dialógusaival kiválóan érzékelteti azt az időszakot, amelyben Izrael Állam megszületett, de a történések hű ábrázolásával sejteti az olvasóval az ország jövendő útját is.
L’UOMO CHE AVREBBE VOLENTIERI SCAMBIATO SUA MOGLIE PER UN CAPPELLO, O ANCHE MENO
La storia di un ebreo della Grande Russia (da Charkiv/Char’kov in Ucraina) che emigrato in Palestina (la terra dei Filistei) all’inizio del secolo scorso (1912) diventa agricoltore, prima bracciante, poi si mette in proprio, coltivatore diretto. Un colono che nell’estate del 1947, oltre farsi aiutare dalla figlia, può permettersi di assumere un lavorante. Un lavorante che in realtà lui protegge e nasconde, in quanto giovanissimo membro dell’Irgun fuggitivo e ricercato. Nonostante il protagonista abbia idee completamente diverse, è aperto e tollerante e accogliente verso tutti gli ebrei e gli arabi (e gli armeni…), e lo è ancora di più per un ragazzo che rischia una condanna, e forse anche una sentenza di morte.
Due popoli, arabi ed ebrei, che si contendono da millenni quel fazzoletto di terra. La spirale repressione-terrorismo cresce durante il mandato (=occupazione) britannico e raggiunge il suo apice nei mesi prima della partenza delle truppe inglesi e della seguente nascita dello Stato d’Israele. Il romanzo è ambientato nella rovente estate del 1947 per un periodo che come dice il titolo dura una settimana, da martedì a martedì.
Un conflitto che al principio contrappone i sionisti di sinistra (tra cui il protagonista, Avraham Bogatir), ai sionisti di destra, i nazionalisti, e al loro braccio armato dell’Irgun. Ebrei che sono sefarditi e ashkenaziti, chi proviene dai lager nazisti, chi dal medioevale Yemen, chi dai ghetti e i villaggi dell’Europa orientale, rivoluzionari e rabbini, a braccetto o l’un contro l’altro armati.
Ironia della sorte, Bogatir allo scoppiare della Grande Guerra si arruola nell’esercito turco, e dice che era proprio buffo come i soldati turchi facevano il presentatarm. Poi, siccome di turco sapeva solo due parole, pane e acqua, e siccome in Oriente, i turchi combattevano insieme ai tedeschi contro gli inglesi, Bogatir passò nell’esercito tedesco e nel 1916 si trovò sul fronte russo, lui che è proprio ebreo russo: ma prima di sparare una sola cartuccia si ritrova prigioniero e torna in Palestina solo nel 1920.
Di György Kardos (1925-1997, nato e morto a Budapest) mi pare esista solo quest’opera tradotta in italiano, e anche questa è ormai da tempo fuori catalogo. Difficile trovare notizie biografiche se non nella sua madre lingua, l’ungherese: anche il libro edito da e/o è avaro sull’argomento. Epperò, Kardos, che passò diversi anni in Palestina, prima e dopo la nascita dello Stato d’Israele, e quindi conosceva bene e da vicino la materia che ha raccontato in queste pagine pubblicate nel 1968, Kardos è stato anche sceneggiatore: una carriera lunga una ventina d’anni, con diversi titoli all’attivo, tra cui anche la miniserie RAI in quattro puntate “Il treno per Istanbul” del 1981, diretta da Gianfranco Mingozzi, adattata dal romanzo di Graham Greene proprio da Kardos insieme al regista e a Giacomo Battiato.
È bello seguire Avraham Bogatir nelle ventiquattro ore di ogni singolo giorno di questi sette giorni che il titolo ci ricorda: i pasti, gli esigui lavaggi, il lavoro nei campi (con dettagli tecnici, le diverse coltivazioni…), il cavallo Balkan che ha qualcosa di umano e il calesse che gli viene attaccato, il tempo passato col ragazzo fuggitivo, la gita a Gerusalemme, i brividi per altre donne, la moglie che lo manda ai matti con le sue lamentele, il figlio matto davvero, un altro figlio defunto, la figlia gagliardissima, l’arresto a opera degli inglesi, il coprifuoco e gli innumerevoli varchi di controllo da superare, gli incontri i silenzi e le chiacchiere con gli altri coloni, con gli arabi, così diversi dagli ebrei, ma non per questo è impossibile conviverci, tutt’altro, il terrorismo dei nazionalisti sionisti eccetera eccetera: ci sono tante cose belle in queste ricche pagine infarcite di dialoghi a volte buffi, a volte profondi, a volte sospesi, e descrizioni, lunghe e brevi, sempre interessanti e avvincenti.
Le foto che ho inserito sono parte di un progetto realizzato dal fotografo Tamas Revesz, ungherese come Kardos, che nel 1995 andò in Israele insieme al romanziere alla ricerca dei passi e delle esperienze che generarono questo romanzo. Purtroppo Kardos morì prima di vedere completata l’opera. E così Revesz ha pensato di omaggiarlo intervenendo sulle sue foto, manipolandole al computer e stampandole su carta fatta a mano, in modo che non fossero né vere foto né quadri né acquerelli, ma solo impressioni di un viaggio con un amico caro.
Dolente e malinconico, ma anche pervaso da una gradevole vena ironica - È stata una cosa da nulla, una pura formalità, inutile come il pisello del Papa - e un forte senso di ineluttabilità propri degli ebrei orientali, «I sette giorni di Avraham Bogatir» è del tutto simile al suo protagonista, disincantato e a tratti stupefatto (e stupefacente), disorientato e rassegnato. Ma umanamente retto, e con la schiena dritta, nonostante sempre più incurvato trascini i propri passi negli scarponi deformi, nonostante il suo malumore, che aumenta via via al sommarsi delle disavventure e degli avvenimenti in terra di Israele prima ancora che lo stato diventi tale. È un ebreo russo tutto d’un pezzo, Avraham Bogatir, uno che arrivato dall’est Europa, in quella che diventerà la yiddishe medine, prima ancora che gli inglesi rimettano in mandato nelle mani dell’ONU, e prima ancora che i fatti del 1948 insanguinino tutta la Palestina, si comporta seguendo la sua coscienza morale anziché la sua razza, le parole della Bibbia anziché quelle di di Theodor Herzl e quelle di Ben Gurion - i sapientoni parlano come se vivessimo ai tempi di re David. No, Bogatir, Ben Gurion non è re David -, la sua fede anziché le leggi che gli uni e gli altri vorrebbero imporre alla sua umanità.
I fatti, quelli politici reali e quelli della vicenda romanzata raccontata dall’ungherese György Kardos, si svolgono nel 1947 a Beer Tuvia, dove ancora, sotto il controllo dei militari inglesi, ebrei e arabi convivono più o meno pacificamente, anche se la politica del Divido et imperio di Ben Gurion (che diverrà nel 1948 il primo Primo Ministro dello stato di Israele), che ha già iniziato a seminare odio e diffidenza, inizia a insinuarsi in maniera subdola, repressiva e sanguinaria, anche tra Bogatir e la sua gente.
Ma è un uomo tutto d’un pezzo Avraham, uno che non esita a nascondere nella sua campagna (spacciandolo come un bracciante inviatogli dalla città di Gerusalemme) un giovane terrorista dell’Irgun, solo perché lo vede giovane e spaesato; solo perché la Bibbia gli ordina di amare il suo nemico; solo perché lui è amico degli inglesi, quando sono bravi, è amico degli arabi, quando sono gli stessi arabi inoffensivi con cui è in commercio da quando è a Beer Tuvia, ed è amico anche degli ebrei, quando non sono falsi e traffichini. È pieno d’indignazione, però, e se la prende col mondo che gli impedisce di concentrarsi sulle proprie sventure cambiando continuamente direzione al suo malumore, con quello stesso mondo in cui tutto sembra attentare alla sua tranquillità - a partire dalla moglie, che lo sfinisce borbottando e lamentandosi senza sosta, ma anche dalla giovane figlia, che lo assiste nei campi e nella vendita ma è più vivace di una cavalletta, o dal figlio fuori di testa, che impazzito dopo la morte del fratello sono costretti spesso a chiudere in casa per evitare che diventi pericoloso per sé e per gli altri - e al suo unico desiderio, che sarebbe quello di poter coltivare in pace la sua terra - con gli inglesi, quando non danno fastidio (e che se ne andassero il più velocemente possibile a casa loro), e con gli arabi e gli ebrei di tutto il mondo (che leggendo questo romanzo, più che mai, si capisce quanto poco voglia dire “ebreo” da solo, se non gli si affianca vicino l’aggettivo “sefardita”, o “sionista”, o “ashkenazita“ o “europeo” in fuga dall’Europa post nazista) - o anche quello di poter ascoltare e parlare di poesia, con gli occhi languidi e magari sospirando più che sbuffando - con la bella e affascinante moglie russa del suo primo padrone, di quando ancora lavorava, egli stesso, come bracciante.
Leggere questo romanzo, lungo e intenso, scritto fitto fitto, in contemporanea alla lettura del saggio di Ilan Pappé “La pulizia etnica della Palestina”, ha avuto il pregio di permettermi di visualizzare rapidamente i complessi scenari politici e sociali che fanno da prologo e da antefatto ai fatti descritti da Pappé, e comprendere quanta insensatezza, e quanto opportunismo, e disinteresse, ci siano stati da parte dell’Europa e degli Stati Uniti, ma anche da parte degli stati arabi confinanti. Non entro nel merito della situazione politica del conflitto vero e proprio fra Israele e Palestina, eviterò di farlo anche quando riuscirò a scrivere qualche parola sul saggio, ma anche da quest’opera romanzata di Kardos, che ha il pregio, grande, di non schierarsi in nessun modo ma, anzi, di rivendicare l’insensatezza di tante delle operazioni (politiche, militari e non) intraprese da ogni parte, si evince la complessità della situazione, difficilmente riconducibile a un solo popolo colpevole e responsabile di quanto avviene ormai da sessant’anni da quelle parti. Se solo ci fossero stati più Bogatir, già allora, se solo la Torà fosse stata compresa un po’ meglio e ascoltata un po’ di più, se solo ciascuno si fosse sentito responsabile anche per chi aveva al proprio fianco indipendentemente dalla razza o dalla religione...
«I sette giorni di Avraham Bogatir», che narra appunto dei sette giorni durante i quali il protagonista si trova a nascondere il ragazzo, apprendo dalla pagina di Wikipedia ungherese sull’autore, è parte di una trilogia, i cui due successivi titoli, però, non sono stati tradotti da noi. Peccato.
Avraham Bogatir hét napja (regény, 1968) Hová tűntek a katonák? (regény, 1971); eredeti címén: Sasok a porban A történet vége (regény, 1977)
(Avraham Bogatir's Seven Days (romanzo, 1968) Dove sono andati i soldati? (romanzo, 1971); titolo originale: Sasok nella polvere The End of the Story (romanzo, 1977) (traduzione Google Traslate)
- Eppure non riesco a capire perché hai aiutato il ragazzo. Tu ci odi, fattore. Anzi, non ce l’hai neanche nascosto, e questo torna in tuo onore. Ma allora perché? dimmi, perché?» Avraham, che è già sulla porta, si gira, e la sensazione di avere già un piede all’esterno gli dà coraggio. - C’era da noi a Charkov un rabbino miracoloso di gran fama, Shajele Fish. A questo Shajele si poteva chiedere consiglio su tutto ciò che preoccupava la gente, e rispondeva persino a noi bambini come se fossimo adulti, a massimo aggiungeva ogni volta: «Hajmele, bist dummes Kind». Hajmele, sei uno stupido bambino. Andavamo già a scuola, quando una volta chiedemmo a Shajele: «Qual è la differenza tra il Nuovo Testamento dei goyim e l’Antico Testamento degli ebrei?». Shajele ci rispose in modo assai conciso: «Hajmele, bist dummes Kind. Il profeta dei goyim ha detto: Ama il tuo nemico. Nella nostra Torà, invece è scritto: Se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare, se ha sete, dagli da bere».
ci sono gli ebrei, gli arabi, gli inglesi, in passato ci sono stati anche i turchi. Gli ebrei vengono dalla Russia, dall'Ungheria, dallo Yemen, alcuni sono sabra. Gli arabi sono nati in Palestina. Gli inglesi non hanno ben chiaro perché sono lì, mentre gli ebrei lo sanno benissimo e, quando va bene, li disprezzano, Quando va male diventano terroristi. Con gli arabi non se la intendono particolarmente bene, ma certamente meglio che con gli inglesi. Tutti sono molto poveri, i soldi della comunità ebraica negli USA non sono ancora arrivati. Questo libro mi ha insegnato qualcosa su un periodo e su una parte del mondo che a scuola vengono ignorati (perlomeno, venivano ignorarti quando io andavo a scuola), e su cui non ho approfondito mai niente in seguito, per mia colpa. Non sapevo che l'immigrazione ebraica in Palestina fosse cominciata già nei primi anni del XX secolo, non sapevo che ci fosse stato un periodo in cui i terroristi erano ebrei e gli inglesi erano ai vertici dello sgradimento. Tutti parlano, più o meno bene, almeno quattro lingue (la loro lingua madre, l'ebraico, l'arabo e l'inglese), tutti condividono le medesime difficoltà (il caldo opprimente, la scarsità di mezzi, la nostalgia del paese che hanno lasciato, e - gli ebrei - il dolore per la perdita di almeno qualche parente nei campi di concentramento nazisti), quindi ci sarebbero mille ottime ragioni per cercare di vivere come meglio è possibile e per considerare vani o dementi gli odi fondati sulle rispettive etnie religioni o provenienze: e sappiamo invece come si sono poi evoluti i rapporti. Viene da pensare che in Palestina sia stata perduta un'occasione, ma - con maggiore realismo - viene da pensare che ciò che è vano o demente eserciti su moltissimi un fascino che non può essere contrastato con la ragione.
Avraham’s Good Week (Avraham Bogatir hét napjának), by Gyorgy Kardos.
Like another one of my favorite Jewish our-of-print novels from the 1950s, Erev, this one definitely falls under what I would term a proletarian novel, empathetic with poor workers and farmers long-and at best, mocking the intelligencia and the Revisionists. This is a gloomy and gritty portrait of pre-State Israel, this one set in the region where my daughter went to school during the past year and a half. It is fiction, centered on what was then the Kastina police station run by British Mandatory officials, with the main character a long-suffering Laborite farmer who rescues a teenage “terrorist” (the term the farming community there used for Irgun members).
The fact that the author was Hungarian piqued my interest, and somehow it wound up in my Ebay stock (I sell antique and OOP books online). It’s not unusual for me to read from my stock, but it was the realization that I knew where it took place that got me reading it. I had assumed it took place in the Galilee, but once I saw the reference to Kastina I realized it was in the Yavne region. I changed buses several times at the Kastina interchange (now a cluster of restaurants and a gas station, closest thing I’ve been ever seen to a typical American truck stop except it has many bus stops as well) traveling between my hosts in Ashkelon and my daughter’s school near Kvutsat Yavne.