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Il potere dei vinti
Con il crollo del muro di Berlino, cadono le visioni millenaristiche dell'umanità, che dopo tanti secoli si erano ridotte a due, divise da quel muro. Aloisio Lepirro aveva un amore, un gemello, un'idea per un mondo migliore e un lavoro molto importante per cercare di costruirlo.
Quando trova il fratello con la sua donna e lo vede morire, la sua idea di un mondo migliore finisce sotto le macerie del muro e il suo lavoro si riduce solo a molti soldi, comprende che è il momento di andare.
Per questo decide di sparire, con un nuovo nome, U' Tis, e con un ritorno, non programmato, alle origini della sua famiglia, dove la terra finisce, nel golfo di Leuca. E in quel posto dove non accade nulla, succederà di tutto (delitti, incontri con i padroni della Terra, una donna con uno strano potere, un amore e il passato che riappare e, finalmente, svela la verità).
Finché, con una barca a vela, U' Tis, per far tacere un grido interiore o avere una risposta, andrà incontro alla tempesta peggiore di sempre, che nasce dallo scontro fra lo Jonio e l'Adriatico.
Solo lui potrà decidere se far vincere il mare, se vivere o morire, artefice fino all'ultimo del proprio destino.
Un romanzo intenso e febbrile che ci ricorda, in un mondo dominato dall'inganno di poter essere tutti vincitori, il valore e il potere dei vinti.
Quando trova il fratello con la sua donna e lo vede morire, la sua idea di un mondo migliore finisce sotto le macerie del muro e il suo lavoro si riduce solo a molti soldi, comprende che è il momento di andare.
Per questo decide di sparire, con un nuovo nome, U' Tis, e con un ritorno, non programmato, alle origini della sua famiglia, dove la terra finisce, nel golfo di Leuca. E in quel posto dove non accade nulla, succederà di tutto (delitti, incontri con i padroni della Terra, una donna con uno strano potere, un amore e il passato che riappare e, finalmente, svela la verità).
Finché, con una barca a vela, U' Tis, per far tacere un grido interiore o avere una risposta, andrà incontro alla tempesta peggiore di sempre, che nasce dallo scontro fra lo Jonio e l'Adriatico.
Solo lui potrà decidere se far vincere il mare, se vivere o morire, artefice fino all'ultimo del proprio destino.
Un romanzo intenso e febbrile che ci ricorda, in un mondo dominato dall'inganno di poter essere tutti vincitori, il valore e il potere dei vinti.
206 pages, Hardcover
Published April 1, 2019
About the author
Pino Aprile
38 books16 followersPino Aprile è uno scrittore italiano. Giornalista e scrittore, pugliese residente ai Castelli Romani, è stato vicedirettore di «Oggi» e direttore di «Gente». Per la Tv ha lavorato con Sergio Zavoli all’inchiesta a puntate Viaggio nel Sud e al settimanale del Tg1, Tv7. È autore di diversi saggi, tra cui Il trionfo dell’apparenza (2007), Elogio dell’imbecille (2010), Elogio dell’errore (2011), tutti pubblicati da Piemme. Terroni, uscito nel 2010 e diventato un vero e proprio caso editoriale, e il successivo Giù al Sud (2012), hanno fatto di Aprile il giornalista «meridionalista» più seguito in Italia. Gli sono valsi molti premi, tra cui il Premio Carlo Levi nel 2010, il Rhegium Julii nello stesso anno, e il Premio Caccuri nel 2012.
Sempre per Piemme ha pubblicato il pamphlet Mai più terroni nel 2012 e Il Sud puzza. Storia di vergogna e d'orgoglio nel 2013; nel 2016 esce Carnefici e nel 2017 collabora alla scrittura del saggio Attenti al Sud. Del 2018 è invece L'Italia è finita. E forse è meglio così, e del 2019 è Il potere dei vinti editi sempre da Piemme.
Sempre per Piemme ha pubblicato il pamphlet Mai più terroni nel 2012 e Il Sud puzza. Storia di vergogna e d'orgoglio nel 2013; nel 2016 esce Carnefici e nel 2017 collabora alla scrittura del saggio Attenti al Sud. Del 2018 è invece L'Italia è finita. E forse è meglio così, e del 2019 è Il potere dei vinti editi sempre da Piemme.
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June 21, 2023
IL POTERE DE VINTI, PERCHE' SOLO A LORO E' DATO DI RICOMINCIARE
Non lo so se parlando di libri è politically correct, se si può osare. A me è venuto istintivo, immediato, come per l’enogastronomia, fare l’abbinamento tra l’ultimo libro di Pino Aprile Il potere dei vinti, e una canzone (e un album) di un po’ di anni fa: Com’è profondo il mare di Lucio Dalla.
Per Lucio Dalla segnò il passaggio dai testi di Roversi a testi propri, per un bisogno intimo di esprimere, oltre la musica, in parole, riflessioni sulla condizione umana universale in un’epica del presente. Non il disco più popolare, il più prezioso.
Anche Pino Aprile deve far ricorso a un registro diverso per raccontare lo stato indefinito di un epoca di passaggio, da quella industriale a quella informatica, e il sentimento di sospensione degli uomini di oggi. Ci aveva bene abituato ai suoi saggi, e ora ci vizia e ci sfizia con la narrativa.
Oltre quelli del Negrodolce, padre meridionale dei più popolari vini toscani, e del primordiale Primitivo, i profumi di queste opere sarebbero potuti essere anche mitteleuropei se solo il Danubio non fosse un fiume, se solo fosse mondo e non una sua parte, se ci fossero le salsedini e i venti che scompigliano capricciosamente gli odori e le anime dei mediterranei. Non per niente, Lucio componeva dalle isole Tremiti, e Pino addirittura nel golfo di Leuca, al Capo di Finis Terrae, a stabilire l’esatta linea del corrente: il confine di un mare che avanza in un altro, lo Jonio e l’Adriatico.
Aloisio Lepirro detto U’ Tis, in fuga dalla Bretagna, da quelli che erano stati fino a ieri i suoi principi, da sé stesso, da un lutto e da un dolore passionale che ha cercato di dimenticare, è il protagonista che torna nella sua terra d’origine, apparentemente assopita, e invece utero della terra da ventottomila anni, fulcro di equilibri che disegnano la nuova civiltà, teatro di delitti e di personaggi singolari che disvelano poco alla volta il carattere e contribuiscono in maniera originalissima a definire la trama di un giallo moderno ed universale al contempo.
Un romanzo intenso anche di emozioni, come quella che U’ Tis prova al calore della piccola mano di Pancrazio, un bambino venuto per qualcosa, nella sua “…per quell’affidarsi totalmente che hanno i bambini: porgono la mano e ti consegnano la vita. Credi di condurli e sono loro che, quale che sia la zavorra del tuo passato, portano te nel tempo venturo.”
Per andarci però U’Tis sa di dover regolare dei conti che troppo a lungo ha lasciato nel cassetto, sa di dover affrontare preventivamente una sfida esistenziale, in una tempesta perfetta. Cogliere il risentimento e l’urlo dei vinti, di tutti i vinti di sempre, e riconoscersi maledicendosi e disperandosi per essersi mentito tutta la vita, per poi perdersi, attonito. Ma “…prima o poi, il lamento del vinto diviene canto di guerra” si dice nel libro, e “…l’urlo diventò un tamburo e il povero, come un lampo nel cielo sicuro, cominciò una guerra” si dice nella canzone. Non a tutti, solo ai vinti è dato di ricominciare.
Non lo so se parlando di libri è politically correct, se si può osare. A me è venuto istintivo, immediato, come per l’enogastronomia, fare l’abbinamento tra l’ultimo libro di Pino Aprile Il potere dei vinti, e una canzone (e un album) di un po’ di anni fa: Com’è profondo il mare di Lucio Dalla.
Per Lucio Dalla segnò il passaggio dai testi di Roversi a testi propri, per un bisogno intimo di esprimere, oltre la musica, in parole, riflessioni sulla condizione umana universale in un’epica del presente. Non il disco più popolare, il più prezioso.
Anche Pino Aprile deve far ricorso a un registro diverso per raccontare lo stato indefinito di un epoca di passaggio, da quella industriale a quella informatica, e il sentimento di sospensione degli uomini di oggi. Ci aveva bene abituato ai suoi saggi, e ora ci vizia e ci sfizia con la narrativa.
Oltre quelli del Negrodolce, padre meridionale dei più popolari vini toscani, e del primordiale Primitivo, i profumi di queste opere sarebbero potuti essere anche mitteleuropei se solo il Danubio non fosse un fiume, se solo fosse mondo e non una sua parte, se ci fossero le salsedini e i venti che scompigliano capricciosamente gli odori e le anime dei mediterranei. Non per niente, Lucio componeva dalle isole Tremiti, e Pino addirittura nel golfo di Leuca, al Capo di Finis Terrae, a stabilire l’esatta linea del corrente: il confine di un mare che avanza in un altro, lo Jonio e l’Adriatico.
Aloisio Lepirro detto U’ Tis, in fuga dalla Bretagna, da quelli che erano stati fino a ieri i suoi principi, da sé stesso, da un lutto e da un dolore passionale che ha cercato di dimenticare, è il protagonista che torna nella sua terra d’origine, apparentemente assopita, e invece utero della terra da ventottomila anni, fulcro di equilibri che disegnano la nuova civiltà, teatro di delitti e di personaggi singolari che disvelano poco alla volta il carattere e contribuiscono in maniera originalissima a definire la trama di un giallo moderno ed universale al contempo.
Un romanzo intenso anche di emozioni, come quella che U’ Tis prova al calore della piccola mano di Pancrazio, un bambino venuto per qualcosa, nella sua “…per quell’affidarsi totalmente che hanno i bambini: porgono la mano e ti consegnano la vita. Credi di condurli e sono loro che, quale che sia la zavorra del tuo passato, portano te nel tempo venturo.”
Per andarci però U’Tis sa di dover regolare dei conti che troppo a lungo ha lasciato nel cassetto, sa di dover affrontare preventivamente una sfida esistenziale, in una tempesta perfetta. Cogliere il risentimento e l’urlo dei vinti, di tutti i vinti di sempre, e riconoscersi maledicendosi e disperandosi per essersi mentito tutta la vita, per poi perdersi, attonito. Ma “…prima o poi, il lamento del vinto diviene canto di guerra” si dice nel libro, e “…l’urlo diventò un tamburo e il povero, come un lampo nel cielo sicuro, cominciò una guerra” si dice nella canzone. Non a tutti, solo ai vinti è dato di ricominciare.
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