Una sostanziale delusione, e la quantità di tempo (e di fatica) occorsa per portarlo a termine ne è la dimostrazione più concreta e incontestabile. Resta una lettura a metà via tra l'agevole e l'insipido. Il sottotitolo recita "un viaggio nella storia d'Europa", in realtà si tratta di una storia approssimativa e a campione. Qualche passo evocativo effettivamente c'è, ma per la maggioranza i passaggi sono approssimativi sia nella forma che nel contenuto.
L'idea teorica è buona, pur non essendo quella gran novità: mescolare ricerca storica, diario di viaggio, un po' di storia autobiografica e un po' di racconto. Peccato che nella pratica non tutti siano in grado di portare la cosa a compimento e darle mordente. Non tutti hanno la bravura narrativa per far risultare avvincente un racconto necessariamente molto vago e molto frammentato. Vassalli in Terre Selvagge, ad esempio, fa molta fatica ad avvicinarsi a tale obiettivo, e ancora di più ne fa qui Deen. Però Vassalli è uno che la Storia la sa bene eccome, mi ricordo di aver ben percepito lo spirito della ricostruzione dell'Italia di un tempo nel suo La notte della cometa. Altro esempio di letteratura "storico-stradale": Conti ne Il grande fiume Po ha il problema di aver fatto il suo viaggio più con la penna che con le scarpe; qui con Deen forse il problema è all'inverso, la parte di ricerca è debolissima, ma anche la testimonianza diretta è palliduccia. Sapere che il tal personaggio, nell'anno tale, si trovava a Bari, esattamente come l'autore si trova a Bari nel 2017, può essere un punto di partenza ma non mi basta per sentire la storia avvincente, sarò esigente ma per meravigliarmi ed emozionarmi mi serve qualche dettaglio in più.
A paragone, come diario di viaggio che affianca la Storia, Annibale di Rumiz è molto meglio riuscito.
Deen ha questa fissa di voler partire dalla nomenclatura delle strade europee (la E8, la E70, la E125 ecc ecc.) quando invece questo elemento della storia recente non doveva nemmeno esser preso in considerazione nel libro, lo capisce anche un bambino che queste denominazioni delle strade sono del tutto fittizie perché appiccicate in maniera posticcia secoli e secoli dopo, un lavoro sicuramente utile ma solo ai fini burocratico-amministrativi. Queste denominazioni delle strade stanno alle strade antiche come l'Euro sta ai fiorini, agli scudi, ai soldi di un tempo: sicuramente utile e importante, sicuramente rappresenta un ottimo "epilogo" della Storia, ma il sugo della Storia, quello che ti emoziona, non è lì.
L'altro concetto su cui insiste l'autore è che "sotto ogni strada c'è un sentiero percorso nel tempo da pionieri, migranti, ecc": questo corrisponde a verità ma solo grossomodo, nel senso che le grandi direttrici nord-sud (esempio più lampante, la Romea/Francigena) e est-ovest, sono tutt'oggi le stesse, ma intese appunto come direttrici, o ancor meglio come direzioni del flusso, non certo come strade specifiche.
Se si va a guardare le singole strade, ci sono casi diversissimi tra loro: c'è il caso di alcuni tratti di Aurelia che oggi sono effettivamente asfaltati e quindi si può dire con certezza che laddove un tempo passavano le legioni di Roma, sullo stesso tratto oggi ci passano i camion; però ci sono anche i casi di tanti valichi transalpini e transappenninici che oggi si percorrono via autostrada, con le gallerie e i viadotti e compagnia bella, mentre un tempo si percorrevano i passi lassù in cima; e poi ci sono i casi di strade che un tempo erano arterie fondamentali, perché portavano il pellegrino o il mercante o il soldato in prossimità del tal castello o del tal convento o della tal locanda, e che oggi sono tratturi a malapena segnati sulle cartine del CAI. Di questi ultimi casi ne conosco tantissimi nelle zone dove vivo, non starò ad illustrarli per ovvi motivi, ognuno avrà più o meno idea di quelli presenti nelle sue zone di conoscenza/residenza, e nel complesso sono portata a pensare che questi ultimi casi - quelli in cui la strada principale di un tempo è stata al tal punto abbandonata da essere a fatica individuabile, in favore di una qualche statale fondovalle o qualche superstrada che aggira più agevolmente gli ostacoli geografici - dicevo sono portata a pensare che questi ultimi casi siano in verità di gran lunga più numerosi dell'esempio eclatante della Aurelia in cui la strada, per lo meno in alcuni tratti, è ancora precisamente la stessa identica di un tempo.
Taglio corto: per ritrovare le emozioni, per me è necessario ritrovare quei sentieri (s)perduti, individuarli a mezzo di un qualche rudere, di un vecchio cippo di confine o di una vecchia carta presente negli archivi storici, e poi magari concionare sul perché e percome siano andati in totale disuso e nel dimenticatoio. Invece Deen preferisce sedersi sugli allori dell'intervista con il direttore del museo tal dei tali - certo, molto più facile che andare a spulciare un archivio polveroso - e autoconvincersi che la strada percorsa dai personaggi di un tempo è proprio la stessa identica che sta percorrendo lui ora. Contento lui.
Il racconto migliore è quello relativo al coscritto (campagna di Russia dell'esercito Napoleonico), questo racconto preso da solo potrebbe essere da quattro stelle.
Il pellegrino (via francigena, medioevo) e il cercatore di fortuna (dal Portogallo all'Olanda, XVII sec) partono bene ma poi si perdono un po', potrebbero essere da tre stelle.
Precursore (epoca preistorica) e profugo (I sec. a.C) , corridore (gare stradali automobilistiche in europa inizio XX sec) e figliol prodigo (tema immigrazione XXI sec) sono decisamente insipidi, due stelle.
Ma la menzione speciale, la vetta di bruttezza con una stella (a tre punte) si raggiunge con il capitolo dedicato al brigante cosiddetto "Bulla Felix" che imperversa tra Roma e Puglia nel II sec. d.C.: un imbarazzante miscuglio di Robin Hood e il Gladiatore, e mi chiedo se sia un caso che entrambi i personaggi siano stati interpretati da Russell Crowe nella moderna cinematografia. Riteniamoci ancora fortunati se Deen non ci ha aggiunto qualcosina anche del Capitano Aubrey.