Non ho mai vissuto bene le rotture; trattasi non solo delle rotture per antonomasia, quelle amorose, ma di qualsiasi cambiamento che si scatenava netto (anche se maturato nel tempo). Quando il mio ex fidanzato mi ha lasciato gli ho consegnato il giorno stesso tutte le nostre foto - compresa una tela (costosissima) che avevo rabbiosamente (e dolorosamente) spaccato in due con un ginocchio, per poi abbandonarmi ad un mese di quasi digiuno e insonnia. Mi aveva detto che aveva bisogno di tempo, non credo che abbia mai pronunciato una formula simile a «È finita». Al termine di questo mese circa, la mia migliore amica mi disse senza mezzi termini che ero stata io a farmi lasciare perché nei suoi confronti non mostravo più alcun minimo interesse, addirittura neanche durante il lockdown avevo preso al balzo l’occasione di fare una tanto tenera quanto passionale prova di convivenza. In sintesi, mi ero distaccata io perché non lo amavo io, e dai e dai lui era diventato consapevole di questo mio disamore ed esasperato, esausto, mi aveva lasciato. Parto da questa premessa non perché vi interessi farvi i fatti miei, ma per quello che sta nel mio “farmi lasciare”. Insomma, era stata “colpa” mia e del mio amore scemato e com’è possibile, quindi, che mi sia mancato il terreno sotto i piedi? Com’è stato possibile che da un giorno ad un altro, tra un «paperella» e un altro ci sia stato spazio per trascurarlo, per dimenticare le attenzioni, per smettere di voler fare l’amore, per concentrarmi su me stessa e sui libri, aumentando una crepa che nel frattempo è diventata un crepaccio. E come è stato possibile che non mi sia accorta del crepaccio? E perché dopo volevo solo scomparire se davvero mi ero disamorata? Perché mi sono sentita persa, tradita, strappata in mille pezzi, polverizzata?
Questa rottura, che stando alle parole di Francesca era avvenuta ancora prima dell’effettiva “ufficializzazione”, ha lasciato un segno indelebile che tuttora ammanta di inquietudine il mio rapporto attuale e aleggia come una minaccia fin dal primo giorno, una nebbiosa sindrome dell’abbandono mista ad una ancora più nebbiosa sindrome di mistorendendocontosequalcosanonva?.
L’imprevedibilità di ciò che può trasformare un rapporto (qualsiasi rapporto) è pressoché infinita; basti pensare agli amici dell’asilo, quelli con cui pensavo avresti fatto tutte le scuole fino alla laurea anche se ti stavano sui coglioni. Spesso mi chiedo che fine abbia fatto Michelangelo, il mio compagno così pacato e diverso da me - mi stava antipatico perché era troppo pacato; e che cosa faccia adesso Antea, la solitaria bambina che stava in culonia e che quindi usciva sempre prima delle 16:30. Li ho anche cercati su Instagram per sapere se anche a loro erano venute le rughe vicino agli occhi come a me o se si sono realizzati, ma non mi ricordo i cognomi.
Vabbè, oltre a quello basta pure pensare alla pora Maria, pora vecchia® con cui il rapporto è finito perché una mattina il suo cuore ha deciso che era troppo, e quindi la morte. Quella a volte è inaspettata, ma anche se era da marzo che sapevo che il tempo era contato, quel 3 settembre per me a volte non esiste ancora. Quella rottura peraltro mi ha catapultato dritta verso un’altra rottura ostica da digerire: quella dalla spensieratezza al mondo dei grandi «È finita l’infanzia, carina». Era finita da tempo, mica avevo 5 anni, però la pora Maria, pora vecchia® custodiva questa leggerezza come uno scrigno.
Ogni cambiamento, per quanto meticolosamente preparato o “sentito” va a finire che si sgretola sotto di noi lasciandoci cadere nel vuoto dell’assenza.
E allora verrebbe voglia di dire chissenefrega di legarsi al mondo intero, ad una persona, ad un ambiente, ad uno stile di vita, ché tanto tutto comincia per finire; ma poi in fin dei conti non possiamo farne a meno, e non potendoci considerare tutti in massa dei masochisti viene da pensare che in questo intervallo dall’inizio alla fine, qualcosa di gioioso ci deve pur essere.