Nel fluire delle quartine di settenari e di endecasillabi ecco dunque Belluno, la piazza e le montagne che vede dalla finestra, e i nomi dialettali delle montagne formano un primo catalogo, un’orgia fonetica (si percepisce qui l’importanza che ha avuto per la poetessa aver tradotto Carlo Porta) che si fa subito filastrocca o litania; ecco il catalogo impietoso dei suoi fidanzati, che prendono la parola per accusare o per difendersi: «E non parlate tutti quanti insieme. | Mi rompete la metrica, imbecilli. | Ho nella testa qualcosa che mi preme… | e non trovo nessuna rima in illi». Ma «come una voce dentro la sua voce», nella sua assenza Raboni è presente più che mai, e si sdoppia in Johannes di Dreyer e si risdoppia in Don Giovanni di Da Ponte… Una Valduga così in presa diretta non si era mai vista: questi versi dell’umorismo e dello strazio si vanno facendo sotto i nostri occhi, mettono in versi il loro farsi versi, continuano a farsi il verso, si travestono da altri versi, per arrivare con la più grande semplicità e naturalezza a fare un appello per il grande poeta scomparso e a dare l’ultima parola a un saggio su di lui, sigillo di un sodalizio di vita e di poesia che non può non continuare nel tempo.
3,5 stelle: per adesso assegno 3. Da rileggere sicuramente: voglio capire la metrica che c’è dietro, ma per farlo, mi occorre rileggere tutto con più calma.
“Ci sono stati, sì, dei fidanzati... con piccolo piacere e grande pena... Quaranta giorni al più sono durati: una quaresima, una quarantena:
un critico, un poeta, un giornalista, un impiegato, un ex-commercialista, un medico, un commerciante fascista, uno pseudo-architetto ex-terrorista”. ----
“- Oh beato chi aveva fra le mani questo culo vent'anni fa! - Cretina: tu non capisci niente di poesia. - Tu sei nevrotica. - Tu sei psicotica”. ----
“- E se toccassi il culo al cameriere? - Dirò a tutti che a letto tu fai schifo. - Se c'è la nebbia, torni a casa in treno. - Ricorda che ho il potere di internarti”.
Che cosa ho fatto in tutti questi anni? Quanti miliardi di secondi sono? È in questi anni del dopo-Giovanni che ho imparato a gridare senza suono.
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Balcón, Portón, Scalón… Cimón, Pilón… Vado a buttarmi nel Bus del Busón? Cesén, Cima Camín, Passo di Alvís… Mi strapiombo dal Pont de la Mortís?
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Ma questa luna… non è un po’… poetica? Sarebbe un crimine da parte mia. È l’impoetico la mia poetica: il poetico ammazza la poesia1.
1. Vladimír Holan, Ancora una volta, in Una notte con Amleto, traduzione di Angelo Maria Ripellino: «È solo il poetico a distruggere la poesia…»
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Sono a Belluno, Padova e Milano i tre morti che mi tengono in vita… che chiamo… che mi tengono per mano… e che mi accoglieranno seppellita.
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Che bella notte! È piú chiara del giorno… del giorno sullo Schiara che si screzia… come un giorno piú grande intorno al giorno… La porterò con me a Porta Venezia.
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Le piante secolari della piazza le conosco per nome ad una ad una. La sera al bar le guardo mentre impazza la schiera di colòmbidi importuna.