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Réfugié. Une odyssée africaine

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Persécuté pour des raisons politiques, Emmanuel Mbolela (né en 1973) a fui la République démocratique du Congo (RDC, ex-Zaïre) en 2002. Il a voyagé six ans durant lesquels il a affronté les mêmes difficultés que des milliers d’autres migrant-e-s : racket des douaniers, business des passeurs, embuscade dans le désert du Sahara, travail au noir à Tamanrasset pour financer la suite du voyage et enfin la nasse marocaine, où il est resté bloqué pendant quatre ans. Là, et c’est l’un des deux apports principaux de son récit, il a fondé avec des compatriotes la première association de réfugié-e-s : l’Arcom, Association des réfugiés congolais au Maroc, refusant ainsi le statut de victime muette et impuissante dans lequel on le tenait. L’autre intérêt de ce livre est de montrer combien les femmes subissent encore plus de violence et d’exploitation que les hommes tout au long du parcours, mais aussi comment ce sont elles qui sont à l’initiative des actions de résistance et de protestation contre les conditions indignes imposées aux réfugié-e-s. Emmanuel Mbolela a fini par obtenir l’asile politique en Hollande en 2008. À partir de là, il a très vite rencontré des réseaux d’activistes pro-réfugiés en Allemagne (association AEI : Afrique Europe Interact), ce qui explique que son récit a été publié d’abord en allemand sous le titre Mein Weg vom Kongo nach Europa (Mandelbaum Verlag en 2014).

264 pages, Pocket Book

First published May 15, 2014

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Emmanuel Mbolela

4 books11 followers
Emmanuel Mbolela is a political activist who fled from his native Congo in 2002.

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Displaying 1 - 3 of 3 reviews
Profile Image for Ale.
47 reviews7 followers
July 17, 2019
Si tratta del racconto del viaggio di Emmanuel Mbolela dalla Repubblica Democratica del Congo all’Olanda. Mbolela è costretto a partire dal Congo per sfuggire alle persecuzioni politiche, attraversa vari paesi dell’Africa sub-sahariana e il deserto per arrivare in Algeria e infine in Marocco, dove ottiene lo statuto di richiedente asilo e resta per qualche anno, finché non ha la possibilità di entrare legalmente in Olanda.
Il libro inizia con un breve riassunto della storia del Congo dalla colonizzazione fino al 2002 (anno della partenza di Emmanuel), racconta il viaggio e si sofferma in particolare sugli anni passati in Marocco, durante i quali l’autore si impegna attivamente per la difesa dei diritti dei rifugiati che vivono nei campi.
Lo scopo non è quello di impietosire o di far appello alle emozioni, ma di illustrare la realtà delle condizioni di chi affronta questi viaggi, e mi sembra che per questo l’autore abbia scelto una narrazione « pudica », evitando di soffermarsi sui particolari più dolorosi o violenti ; nonostante cio`non è una lettura facile e l’orrore di queste esperienze emerge chiaramente.
Mbolela riesce bene, a mio avviso, a intrecciare il piano personale della narrazione con quello politico. Sul piano personale (ossia di storie delle persone) ci mostra delle vite ridotte a niente, private dei diritti e delle difese più elementari, e possiamo immaginare le conseguenze che questa situazione ha sui singoli individui. Sul piano politico Mbolela punta il dito direttamente sui paesi colonizzatori che hanno saccheggiato l’Africa, torturato e ucciso mlilioni di persone, poi sostenuto regimi criminali e dittatoriali per mantenere privilegi economici e infine delegato ai paesi del Maghreb il « contenimento » del fenomeno migratorio, di fatto finanziando la creazione di campi di detenzione in cui migliaia di persone quotidianamente sono vittime di soprusi e violenze. Qui si parla dei campi marocchini fino al 2006 (anno in cui Mbolela parte per l’Olanda) ; l’Europa è riuscita addirittura a peggiorare la situazione con i campi libici. Aggiungo solo che Mbolela mette in luce la situazione delle donne migranti, spesso usate come « pagamento di pedaggio » alle frontiere, spesso costrette alla prostituzione per sopravvivere. Anche tra gli oppressi c’è una gerarchia, e le donne come al solito sono sul gradino più basso.
La parte finale del libro racconta l’arrivo di Emmanuel in Olanda, le difficoltà iniziali e la situazione di sfruttamento alla quale è sottoposto per poter lavorare legalmente (l’equivalente della situazione degli immigranti sfruttati nei campi da noi).
Ci sarebbero tantissime riflessioni da fare in seguito alla lettura di questo libro, riflessioni che vanno al di là delle mie competenze (ma non del mio sentire umano) ; credo che questi racconti dovrebbero essere scritti, letti e diffusi : poi ognuno puo`restare della propria opinione, ma non possiamo tollerare l’ignoranza come scusa.
90 reviews
July 18, 2017
Buy this book. Read it. Cry. And then get up and change the world.
Profile Image for Paolo Ventura.
375 reviews2 followers
March 22, 2024
(Non mi è "piaciuto". Ovviamente non è narrativa, per cui andrebbe valutato di conseguenza. Tuttavia, non è proprio scritto [o tradotto?!] benissimo. Pieno di dettagli, al punto da annoiare. Allo stesso tempo "istruttivo" [e forse necessario, come altre testimonianze, probabilmente] per conoscere, capire, sapere, approfondire di più un "fenomeno" ...liquidato troppo in fretta e troppo facilmente, ogni giorno da quelli fortunati, come me.)


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Partito nel giugno del 2002 da Mbuji Mayi, la mia città natale, arrivai nella capitale Kinshasa, poi attraversai Congo Brazzaville, Camerun, Nigeria, Benin, Burkina Faso, Mali, Algeria e Marocco, per arrivare infine, nell’aprile del 2008, in Olanda.
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Il Belgio si accaparrò questo immenso territorio nominandolo in maniera ipocrita Stato indipendente del Congo e instaurò subito un regime di una ferocia inaudita, al fine di sfruttare l’avorio e in seguito il caucciù. Difficilmente si possono immaginare gli orrori ai quali il mio popolo è stato sottoposto, al punto che alcuni non hanno esitato a fare un paragone con l’olocausto nazista.
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Altri progettavano di comprare dei grossi autobus, come quelli della tv, e di inviarli al paese per fare servizio di trasporto – facendo per il popolo ciò per cui gli amministratori si dimostravano incapaci. Tutti partivano per cercare altrove quello che mancava al paese, tutti volevano rendere felici le proprie famiglie.
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Nel seguito del viaggio, mi resi conto che le donne, nel cammino, erano sistematicamente divise per ogni gruppo – evidentemente, servivano da moneta di scambio con i poliziotti, i militari, i doganieri… Sono uno dei metodi di pagamento per i capi delle connessioni, contribuiscono alla sicurezza dei loro affari.
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L’Unione europea concede mezzi considerevoli a questi paesi per proteggere le sue frontiere, sapendo bene che i più elementari diritti umani sono calpestati. La politica europea contro l’immigrazione clandestina è direttamente responsabile della morte dei migranti nel deserto, degli annegamenti nel Mediterraneo e dell’intensificazione del razzismo e della xenofobia.
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[…] denunciare pubblicamente non solo la politica del Marocco, ma anche quella dell’Unione europea. Quest’ultima, infatti, delega la gestione delle frontiere ai paesi limitrofi, in cambio di aiuti finanziari e materiali. È quindi anch’essa responsabile degli arresti e dei rinvii nel deserto che i migranti subiscono continuamente. Conclusi dicendo che l’Europa avrebbe dovuto interrogarsi sulla relazione di causa a effetto. Cosa bisogna guarire? Il male o i suoi sintomi? L’immigrazione africana che oggi tutti deplorano, non è nient’altro che la conseguenza del saccheggio delle risorse da parte delle multinazionali, il sostegno cieco e incondizionato che l’Europa concede a quei dirigenti africani che eccellono nell’esercizio della dittatura e del mal governo, ed è anche la conseguenza dei programmi d’aggiustamento strutturale che la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale impongono ai paesi africani, senza preoccuparsi dell’impatto che questi programmi hanno sulle popolazioni locali.
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L’Europa non è come ce l’immaginavamo quando stavamo in Africa.
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Il miraggio europeo, nel quale credono le nostre sorelle e fratelli africani è il risultato, tra le altre cose, di alcuni comportamenti dei primi migranti che tornavano in paese per le vacanze. Bisognava che dimostrassero a tutti i costi che ce l’avevano fatta, perché l’insuccesso era una vergogna.
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Non riesco a non chiedermi come faccia oggi l’Europa a chiuderci le porte in faccia, dimenticandosi dell’orrore inferto agli africani con la tratta degli schiavi.
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Chi ci faceva da guida ci parlava di un gran numero di malattie infettive contratte a causa dell’assunzione di acqua non potabile. Un bambino di quattro anni agonizzava: appena prima del nostro arrivo, assetato, aveva bevuto della candeggina.
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Vorrei appropriarmi la frase di Malala Yousafzai, una giovane donna afgana che lotta per i diritti all’educazione: “Con le armi si potranno uccidere i terroristi, ma con l’educazione si ucciderà il terrorismo”.
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14 settembre 1960. Un certo Joseph Mobutu, nominato Capo di stato maggiore dell’esercito, risolve la prova di forza tra Lumumba e il presidente Kasa-Vubu sostenuto dai belgi. Con l’accordo e il sostegno della Cia, annuncia che l’esercito prende il potere fino alla fine dell’anno. I due rivali sono “neutralizzati”, ovvero confinati in residenza sorvegliata. Il golpe si concluderà con il mantenimento di Kasa-Vubu al posto di presidente, le cui prerogative si ridurranno alla nomina di Mobutu primo ministro. Lumumba rimarrà sotto arresto. 17 gennaio 1961. Consegnati a Moïse Tshombe da Kasa-Vubu e Mobutu, Patrice Lumumba e due dei suoi fidi, gli ex ministri Maurice Mpolo e Joseph Okito, dopo essere stati torturati, vengono assassinati, da poliziotti e militari del Katanga, con la complicità delle autorità belghe e dei servizi segreti occidentali alla presenza del presidente Tshombe, dei suoi ministri Munongo e Kibwe, e di quattro belgi: Frans Verscheure, commissario di polizia e consigliere della polizia del Katanga; Julien Gat, capitano della gendarmeria del Katanga, François Son, brigadiere della stessa gendarmeria e Gabriel Michels, luogotenente. Il giorno seguente, un altro belga, Gérard Soete, ufficiale della polizia del Katanga, fa scomparire i cadaveri. Taglia le spoglie delle vittime a pezzi che scioglie poi nell’acido solforico. 24 novembre 1965. Mobutu mette fine all’instabilità politica con un colpo di stato militare e si proclama presidente. Il regime si sviluppa rapidamente in un’autocrazia assoluta. Tutti i partiti sono messi al bando, salvo il partito Mouvement populaire de la révolution (Mpr). Dall’inizio degli anni settanta, il maresciallo Mobutu gioca la carta nazionalista, ribattezzando il paese Zaire confiscando i beni appartenenti agli stranieri. Tale politica beneficerà soprattutto a lui e al suo clan.
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