Otto B Kraus attinge alla sua esperienza nel blocco per bambini nel campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau per scrivere questa commovente storia che per protagonista Alex Ehren, che proviene dal ghetto di Tezerin, lo stesso di Kraus, che sogna di iniziare una rivolta e nel frattempo si prende cura dei bambini rinchiusi nel Blocco 31, mentre i loro genitori lavorano ad Auschwitz.
Sono piccoli gesti, ma sufficienti per ricordare che la quotidianità aiuta a rimanere in vita, a sopravvivere alla fame e al freddo. Era già qualcosa....
“Non c’erano abbastanza scodelle di cibo, ai bambini servivano scarpe, camicie, pezze da piedi e, siccome gli sgabelli scarseggiavano, molti bambini dovevano accovacciarsi sul pavimento di terra battuta.”
È vietato insegnare ai piccoli , ma Alex non si rassegna e insieme ai suoi compagni di prigionia si impegnano affinché a queste giovani vite venga il più possibile risparmiato l’orrore e lo spettro della morte, come Lisa Pomnenka, che dipinge di allegri colori una parte del muro del Blocco.
“Non parliamo di morte né del camino. Facciamo loro credere che resteranno qui fino alla fine della guerra e che poi torneranno a casa”
Le voci del diario segreto di Alex catturano la disperazione straziante e il pragmatismo del campo di concentramento: la sempre presente minaccia di morte per fame, malattia o camera a gas, i limiti umani, ma anche i desideri e quell’istinto di normalità a cui istintivamente ci si aggrappa.
“Gli inservienti rubano tutto. Perfino le poesie.”
È una storia potente, un capitolo della Memoria angosciante e drammatico che ho letto con il groppo in gola.