Sono sempre rimasta affascinata da tutto ciò che cela un mistero sotto la superficie, dalle vite che finiscono in maniera nebulosa, da quello che non è netto e chiaro, ma che rimane avvolto nell’inspiegabile e nell’ambiguo. Amo tutto ciò che può dare adito a congetture, teorie, complottismi: le vite (e le morti) enigmatiche sono il mio amore segreto, letterariamente parlando. La vita di Roald Amundsen cade sicuramente in questa categoria. Amundsen è stato un esploratore polare norvegese: condusse la prima spedizione capace di raggiugere il Polo sud, sorvolò il Polo Nord e compì la prima traversata del passaggio a nord-ovest, dalla baia di Baffin allo stretto di Bering. Insomma, di viaggi avventurosi ne sapeva qualcosina. Ma ancora più avvincente è l’oscurità che avvolge la sua scomparsa, avvenuta nel 1928.
Il libro di Monica Kristensen comincia narrando la spedizione polare di Umberto Nobile con il dirigibile Italia, organizzata proprio per sorvolare il Polo Nord. Il dirigibile raggiunse il Polo poco dopo la mezzanotte, ma, proprio mentre si accingeva a rientrate alle Svalbard, il maltempo mise fuori uso timone e motori, facendo schiantare il dirigibile contro il ghiaccio. Non tutto l’equipaggio sopravvisse, in realtà solo con un gruppo, dove c’era anche il capo spedizione Nobile e, soprattutto, una radio, i soccorsi riuscirono a mettersi in contatto; degli altri, quelli rimasti sul dirigibile al momento del primo impatto con il ghiaccio che colpì la gondola facendone sbalzare fuori tutti i presenti, non si seppe praticamente più nulla. La storia di Amundsen comincia qui, con la narrazione di tutte le spedizioni private e nazionali organizzate per andare in soccorso della squadra di Nobile.
Quella di Amundsen in particolare fu una spedizione finanziata privatamente. L’aereo francese su cui viaggiava, il Latham, gli era stato gentilmente concesso dal governo francese, dopo che l’azienda tedesca produttrice degli idrovolanti Dornier-Wal si era rifiutata di vendergli un aereo, viste le sue finanze disastrate. La spedizione di Amundsen partì in ritardo rispetto a quelle norvegese e italiana, ma Amundsen sembrava non voler perdersi d’animo: voleva cercare di salvare Nobile, suo nemico-amico ai tempi della spedizione sul Norge, con cui assieme aveva sorvolato il Polo Nord. Il Latham su cui viaggiava con gli altri membri dell’equipaggio, però, svanì, semplicemente. Partì da Tromso la mattina del 18 Giugno e non atterrò mai più. La narrazione qui si dirama in due, raccontando da un lato l’incredibile rete di soccorsi che portò al salvataggio del gruppo di Nobile e dall’altro le ricerche (misere) che vennero attuate per trovare il Latham scomparso e i membri dell’equipaggio volati via con il dirigibile. Quello che se ne deduce è che furono praticamente abbandonati al loro destino.
La storia è avvincente, serrata, lo stile dell’autrice coinvolgente, soprattutto quando Kristensen passa in rassegna tutti i ritrovamenti veri e presunti dei “pezzi” del Latham nei mari intorno alla Norvegia (in particolare 2 serbatoi). Dalle condizioni in cui vengono ritrovati pare fortemente improbabile che l’idrovolante francese sia precipitato in mare. Il mistero si infittisce ancora di più quando si racconta del ritrovamento fatto nel 1936, che solleva nuove e affascinanti ipotesi sul destino degli scomparsi, sia di Amundsen che dei naufraghi del pallone Italia: l’Università di Oxford organizzò nel 1936 una spedizione di studenti che, il 10 Aprile, mentre erano in viaggio in slitta dal Rijpfjord fino all’interno del Zorgdragerfjord e tutt’intorno alla penisola di Platen, trovarono un rudimentale accampamento, con un mucchio di sassi piramidale, alcune scatole e vecchie lattine. «In una delle scatole c’erano documenti italiani, carte di cioccolato e un grosso pezzo di tela plastificata, di quella che si usava per i palloni dei dirigibili. I due studenti fecero uno schizzo dell’accampamento e annotarono i punti in cui avevano trovato i diversi oggetti che furono poi portati alla base centrale e mostrati al capo della spedizione e agli altri partecipanti». Pare, inoltre, che all’accampamento furono ritrovati uno sci spezzato, un osso di foca e un ritaglio di giornale norvegese, biscotti e crostini di pane secchi; era anche evidente uno spiazzo quadrato, dove era stata probabilmente piantata una tenda per molto tempo.
Il ritrovamento più strano fu senza dubbio quello dei crostini di pane, perché non erano tra le provviste presenti sul dirigibile Italia. Erano molto probabilmente presenti sul Latham. L’idea che piano piano prende piede è quella che il Latham, avendo una lunga autonomia, abbia cercato di raggiungere i luoghi del disastro del dirigibile e si sia imbattuto nei sopravvissuti del pallone. L’aereo, però, è sicuramente rimasto danneggiato nell’atterraggio, tanto da non essere più utilizzabile. I sopravvissuti hanno cercato di riparare i danni all’idrovolante (lo dimostrano anche i serbatoi ritrovati nei mesi successivi alla scomparsa, che portano i segni evidenti di intervento umano), senza riuscirci; sono rimasti vivi a lungo? Perché hanno lasciato l’accampamento senza lasciare indicazioni sulla direzione intrapresa? Avevano già abbandonato le speranze di essere ritrovati?
Non esistono risposte a queste domande e, da una parte, la grandezza di questa storia risiede proprio in questo.