SQUARCIARE L'OSCURITÀ
"Tutti posso guardarmi ma ti giuro, oggi è stata la prima volta che qualcuno mi ha vista davvero. Tu, che sei cieco, sei la prima persona che mi ha vista davvero."
Splendido, davvero. Persino nel momento in cui ho previsto il colpo di scena, con un'espressione tipo "L'urlo" di Munch che portava con sé tutta l'angosciosa consapevolezza di una storia pronta a cadere nel banale e nel patetico, questa stessa storia ha saputo deliziarmi con un arsenale di ostacoli capaci di far emergere potentemente la statura dei protagonisti. È stato proprio con la seconda parte del libro, infatti, che mi è stato possibile affezionarmici. In modo particolare, mi sono identificata con l'ermetismo e la fragilità di Nina, le cui parole mi hanno profondamente commossa.
"Credimi, essere orchidee fa schifo, Flo. È come essere malati, sai? Essere orchidee vuol dire che saluti una persona che rivedrai dopo due giorni e già ti manca, essere orchidee vuol dire che niente ti scivola addosso, che ti ricordi tutto, tutto ti si scrive sulla pelle, altro che tatuaggi [...] quando c'è qualcosa che ti fa star male [...] tutti ti dicono quella frase, “Ma sì, fregatene!” [...] ci ho provato, giuro, a lasciarmi andare, ma quando vedi che lasciarsi andare spesso vuol dire lasciarsi fregare poi ci stai sempre più attenta [...]. E scottarsi non è bello, Flo, perché anche se il male passa, il segno resta e lo vedono tutti. Essere orchidee fa schifo per questo, perché più lo sei e più ti senti ridicola, ti sembra di essere una bambina in confronto agli altri, tutti che sembrano sapere come si fa [...] Dio, che invidia per tutti quei soffioni, tutti quei soffioni là fuori che gli possono dire quello che vogliono e loro niente, che non stanno male per uno sguardo in più o in meno, che non soffrono per cazzate [...] e hanno già dentro quella forza che noi invece ci dobbiamo costruire da noi, pezzo dopo pezzo, la forza di non sentire, ecco che cosa volevo, la forza di non sentire, di non stare sempre così male."
"«Flo, tu non ti senti mai come un museo vuoto, che nessuno viene a visitare? Come se fossi un posto pieno di quadri, statue, affreschi e per tutto il giorno la gente passasse solo davanti, senza entrare? Al massimo qualcuno che arriva e si affaccia, to’, ma poi non mette piede dentro, se ne va con la faccia annoiata...»
[...]
«Però è anche vero che quando qualcuno provava a entrare, ero quasi sempre io a farlo uscire a calci in culo!»
«Sì, anch'io. Ma in realtà, non so come spiegarti, credo di farlo perché così so se a qualcuno importa davvero, di me.»
[...]
«Quando io e lui abbiamo iniziato a fare questo gioco, sembrava come se qualcuno finalmente fosse entrato nel museo, tipo di nascosto, ed era felice di essere lì! Non mi era mai successo, sai? [...] Bello e anche brutto. [...] Perché a volte ci sono quadri che magari uno non vuole che siano visti.»"
Un altro elemento che mi ha colpita (e divertita) è stata l'ironia di cui l'autore si serve per stemperare una vicenda altrimenti troppo "pesante", un'ironia letteralmente personificata dal personaggio di Carlo. Essa è la concreta dimostrazione di come in questo romanzo non sia mai tutto completamente buio, fatto comprovato dal protagonista maschile: Michele sarà anche cieco, ma ha una lucidissima consapevolezza dei rapporti sociali e della loro fragilità, nonché una resilienza pazzesca con cui poter squarciare l'oscurità della paura e della solitudine.
"Ci sarebbe tanto da dire, su questo fantomatico nostrobene che salta fuori ogni volta che i genitori prendono delle decisioni al posto nostro [...] «Lo so perché ci sono già passato». [...] Non avete mai pensato che, semplicemente, anche se per un tratto siamo stati sulla vostra stessa strada, poi a un certo punto ci è venuta voglia di cambiare e abbiamo preso un percorso nuovo, voltato a un bivio e non ve ne siete accorti? Quelle erano le vostre buche, le vostre macchie d'olio per terra, perché dovrebbero essere anche le nostre? [...] No, non ci sei passato, perché questa è la mia strada, ed è diversa dalla tua."
"Chiedere scusa è come usare il bianchetto: non cancella l'errore, lo copre e basta. E, quando lo usi troppo, lascia uno strano odore."