quando un libro non mi acchiappa, perché la storia non mi interessa (Ohio), perché la storia mi interessa ma non mi piace come è raccontata (La traversata),insomma per qualsiasi ragione, la cosa più facile, la più ovvia, la più efficace è tornare dallo zio commissario, accompagnarlo sul lungosenna, alla brasserie Dauphine, nel suo ufficio con le pipe sulla scrivania. Con lui ho incontrato decine di mariti fedifraghi, mogli avide di denaro o di dominio, prostitute desolate, proprietari di night club dove succede tutto quello che ci si potrebbe aspettare, giovani innamorati di un’idea di donna o di uomo, parenti che non amano parenti, portinai onniscienti, padri padroni, figli che nessuno vorrebbe avere.
Ha ragione chi ritiene che le storie di Maigret siano ripetitive, che spesso denuncino la rapidità, comunque prodigiosa, con cui Georges le sapeva scrivere. Ma nell’incrocio fra tutte queste storie sconfortanti e l’equilibrio personale inscalfibile del commissario; fra le strade di Parigi o della provincia in cui ogni tanto gli capita a lavorare e la scoperta che si può fare giustizia senza né odiare né disprezzare, io trovo una comfort zone che non si usura neanche attraverso settantacinque storie, non tutte perfette o imprevedibili.