È notte, l'orfanotrofio è immerso nel sonno. Tutte le ragazze dormono, tranne una. Si chiama Cecilia, ha sedici anni. Di giorno suona il violino in chiesa, dietro la fitta grata che impedisce ai fedeli di vedere il volto delle giovani musiciste. Di notte si sente perduta nel buio fondale della solitudine più assoluta. Ogni notte Cecilia si alza di nascosto e raggiunge il suo posto segreto: scrive alla persona più intima e più lontana, la madre che l'ha abbandonata. La musica per lei è un'abitudine come tante, un opaco ripetersi di note. Dall'alto del poggiolo sospeso in cui si trova relegata a suonare, pensa "Io non sono affatto sicura che la musica si innalzi, che si elevi. Io credo che la musica cada. Noi la versiamo sulle teste di chi viene ad ascoltarci". Così passa la vita all'Ospedale della Pietà di Venezia, dove le giovani orfane scoprono le sconfinate possibilità dell'arte eppure vivono rinchiuse, strette entro i limiti del decoro e della rigida suddivisione dei ruoli. Ma un giorno le cose cominciano a cambiare, prima impercettibilmente, poi con forza sempre più incontenibile, quando arriva un nuovo compositore e insegnante di violino. È un giovane sacerdote, ha il naso grosso e i capelli colore del rame. Si chiama Antonio Vivaldi. Grazie al rapporto conflittuale con la sua musica, Cecilia troverà una sua strada nella vita, compiendo un gesto inaspettato di autonomia e insubordinazione.
Il nero sembra essere il colore dominante di queste pagine. Anche se: A me piaceva pensare che me lo stessi inventando io, quel poco di luce che c’era, perché anche nel buio più fitto ho scoperto che posso chiudere gli occhi e immaginare la luce, e allora è come se la mia testa si illuminasse da sola, da dentro, in segreto io posso pensare la luce, accendere una luce dentro di me.
Il nero, il nero luminoso mi ha fatto pensare molto a Burri. Ma c’è un altro colore che per estensione ritrovo in queste pagine: il rosso. Perché sin dal primo rigo ho cominciato ad avere flash di Suspiria di Dario Argento – la Madre, la ragazza in qualche modo reclusa – e in quel film il colore dominante è il rosso. Rosso che Burri ha usato molto: rosso, e nero.
Io non sono questo sfacelo, io ce la posso ancora fare, io sono forte, io non voglio lasciarmi sciogliere dentro questo veleno nero, io non sono tutta questa morte che vedo, io non voglio inghiottire questo mare, io non lascerò che tutto questo buio entri dentro di me e mi cancelli.
Suspiria ritorna più volte, almeno dentro di me, e chissà se per Tiziano Scarpa è stata una fonte d’ispirazione. E chissà come mai ho aspettato così tanto a leggerlo, almeno finché non me lo ha consigliato chi ha sguardo acuto (grazie Laura).
È la parola che comanda queste pagine, non piegata al servizio della trama, ma capace di evocare immagini e atmosfere gotiche come succede solo nei casi migliori. Le parole sono gusci vuoti dove ha abitato un mollusco, ma io non so come ci si sta dentro. Le parole sono degli avvertimenti dei morti sulle cose che esistono. Le parole sono la vendetta dei morti che ci mettono dentro desideri e aspettative più grandi di noi.
Immagini e atmosfere: l’Ospitale – il Pio Ospitale della Pietà, che fu convento, orfanotrofio e conservatorio, poi trasformato in vero ospedale, nel cui reparto maternità è nato Tiziano Scarpa nel 1963 – descritto come un luogo inventato da Piranesi, reinterpretato da Escher; la Signora Madre, mai persa perché mai conosciuta, oppure perduta prima ancora d’incontrarla; i magnifici dialoghi con la Morte che ha la testa di Medusa e abita il letto di sopra; i canali veneziani come tombe di neonati; gli strumenti a corde che imitano il verso degli uccelli; la messa al buio celebrata da don Antonio solo per sé; i parti che mimano escrementi defecati; le cinque orfanelle avvolte nel mantello col cappuccio nascondono il viso dietro una maschera attraversano la città in barca, e lo spazio circostante apre possibili orizzonti di libertà e fuga, ma suscita sofferenze inattese; le lettere alla Signora Madre scritte tra un pentagramma e l’altro, parole infilate tra le note…
Un’altra fotografia di Henrik Sørensen, come quella sulla copertina.
رواية صغيرة للكاتب والشاعر الايطالي تيتسيانو سكاربا يهديها لواحد من أهم الموسيقيين في العالم.. انطونيو فيفالدي في دار لليتيمات في فينيسيا القرن الثامن عشر تكتب سيسيليا رسائل يومية لأمها التي لم تراها سرد ممزوج بالحزن والعزلة والشعور بالتخلي والخذلان في عالمها الضيق كانت الموسيقى والخيال هما الملاذ وفي النهاية يبقى الخيار بين الموسيقى وبين عالم واسع بلا حدود
Mi è piaciuto, non l’ho trovato per nulla una lagna. La scelta di scrivere sotto forma di diario di un’adolescente fa sì che il lettore si addentri poco a poco, dapprima nella psiche e nella storia della protagonista, poi nell’ambiente che la circonda e infine nella vicenda. Anche le caratteristiche della scrittura sono assolutamente coerenti con il personaggio di una adolescente istruita ma con tutti i patemi d’animo che possono nascere dalla solitudine e dalla prigionia. Proprio come in un diario reale, la figura di Vivaldi emerge poco a poco, come inosservata, per poi guadagnare la scena di man in mano che la narrazione procede. Alcuni tratti della scrittura e alcuni passaggi della storia mi hanno ricordato La ragazza con l’orecchino di perla. Ma rispetto a questo il finale mi è parso un poco frettoloso, o forse mi ha semplicemente un poco deluso: si sente la mancanza di una scena, di un’ultima parola che invece non è stata detta. Infine, concordo con Scarpa circa il fatto che Vivaldi è stato (ed è tuttora) parecchio sottovalutato (se non bistrattato)per il solo fatto di avere scritto una musica per niente ermetica, una musica amabile nell’immediato dai più, una musica emozionale, caratteristica che tra l'altro ha in comune con il molto più osannato Mozart. Anche in questo senso si può cogliere l’occasione al volo: consiglio di leggere il libro ascoltando qualcosa di Vivaldi in sottofondo. Premio strega meritato per 8 o forse anche 9/10
“Signora Madre, è notte fonda, mi sono alzata e sono venuta qui a scrivervi. Tanto per cambiare, anche questa notte l’angoscia mi ha presa d’assalto. Ormai è una bestia che conosco bene, so come devo fare per non soccombere. Sono diventata un’esperta della mia disperazione. Io sono la mia malattia e la mia cura.”
E' scritto bene, ha degli aspetti innovativi... però non mi ha conquistato.
Un fagotto piangente posato sulla soglia, il figlio di un atto impuro, di un abuso, del denaro prostituito, della poverta' che non puo' sfamare. Una neonata che sara' protetta ed educata nell'Ospitale; le suore raccolgono il corpicino e le danno un nome, una data di nascita, archiviano quel segno di riconoscimento che certe madri lasciano sulla figlia, forse un giorno per tornare. Una bambina nuova, una tra le tante, un nessuno come un altro, un'ennesima riga di annotazione nei registri. Le piccole dell'orfanatrofio crescono senza genitori e senza dolore, finche' non sanno . "Signora Madre" scrive Cecilia in lettere accorate al Nulla, ormai consapevole di essere nata altrove, grave su di lei in ogni istante il senso di abbandono, di solitudine e angoscia . Signora Madre, pensa con rammarico in ogni momento che trascorre rinchiusa tra i muri di musica e di canto, nello strazio del suo violino che imita le rondini che non ha mai potuto inseguire, nella nota che infrange sulla scogliera le onde mai Intenso e struggente . Stabat Mater e' un omaggio alle giovani orfane dell'Ospedale della Pieta' di Venezia, dove nei primi anni del 1700 don Antonio Vivaldi insegno' musica alle voci angeliche e alle sottili e leggere dita delle ospiti. “Sono stata attraversata dal tempo e dallo spazio, e da tutto quello che essi portano dentro. Alla fine ero stravolta, in un'ora io sono stata musicalmente grandine, musicalmente afa, musicalmente gelo, musicalmente tepore, musicalmente piedi intirizziti, musicalmente pioggia leggera, musicalmente suolo ghiacciato che fa male caderci sopra, musicalmente prato tenero, sono musicalmente stata dentro il sonno di un guardiano di capre, dentro un cane che abbaia, dentro gli occhi di una mosca, sono musicalmente stata nuvola nera, passo ubriaco, bestia terrorizzata e pallottola che la uccide."
Ancora una volta Venezia è associata alla morte e alla bellezza. La morte è come l'acqua nera stagnante dei canali, sul cui fondo giacciono i bambini "rifiutati"; è la testa dai capelli di serpente con cui Cecilia dialoga di notte mentre scrive lettere alla madre sconosciuta; è l'Ospitale in cui è cresciuta, insieme ad altre ragazze come lei, nate senza vedere la luce, perché abbandonate e destinate a vivere fuori dal mondo apprendendo solo a suonare. Buio e musica sono le dimensioni del racconto. Il buio in cui Cecilia, insonne, si ascolta e riconosce le cose per il rumore che fanno; il buio di chi non conosce nulla di ciò che è fuori quelle mura austere; il buio di chi è strumento senza volto. Le ragazze suonano nascoste da una grata o col viso nascosto da una maschera. E la musica all'inizio è la creazione scadente di un vecchio sacerdote, una musica che non sale, ma cade addosso a chi l'ascolta. Monotona, ripetitiva, vuota e spersonalizzante. Come le parole che vengono dal mondo esterno, parole conosciute ma usate con accezioni diverse, gusci vuoti, rumori e non suoni. Ma un giorno - con l'arrivo di un prete dai capelli rossi, Antonio Vivaldi - la musica si trasforma: diventa donna, emozioni, sentimenti, luce, aria, tempesta. E trasforma chi la suona, attraversando, riempiendo, espandendosi. E diventa liberazione. Un riscatto inatteso, una conclusione fulminante e improvvisa. Forse un finale affrettato, una storia tronca, ma scritta in maniera intensa. Le parole e la musica si intrecciano, rendendo a tratti difficile distinguere l'una dalle altre. Da leggere ascoltando Le Quattro Stagioni di Vivaldi.
في لقاء تلفزيوني مع مؤسس صفحة أطفال مفقودة قال إننا ننسى أن نحمد الله على شيء مهم للغاية، هو أننا نعرف من نحن ومن هم آبائنا.. "اسمك اللي في البطاقة ده نعمة كثير يتمنوها" ويقول أن هذه الأسئلة تراود الأطفال في دور الأيتام وتحيرهم ويبحثون لها عن إجابات طوال حياتهم.. من أنا؟ هل هذا اسمي الحقيقي؟ أين امي وأين أبي؟؟؟
تذكرت هذا اللقاء وانا أقرأ هذه الرواية القصيرة المشحونة بالانفعالات، فتاة يتيمة في السادسة عشر من عمرها تكتب خطابات حزينة لأمها التي لا تعرفها، وتتساءل عمن تكون في الحقيقة.
تدور أحداث الرواية في القرن الثامن عشر في ملجأ للأيتام داخل كنيسة، تتحدث عن التربية المغلقة الصارمة وعن أحاسيس ومشاعر الفتيات، وعن الموسيقى التي تعودن على عزفها بأسلوب معين، حتى أتى إليهن فيفالدي وحاول أن يثور على هذه القواعد الجامدة.
Se potessi trasfigurare in un quadro le sensazioni che mi ha dato questo libro dipingerei in primo piano una foglia soffice e cadente e sullo sfondo un violento temporale: da un lato la leggerezza e la dolcezza di una storia condita da uno stile poetico e carico di pathos, dall'altro il tormento, l'angoscia di un'anima alla ricerca di risposte e di affetto...l'anima di Cecilia, un'orfana di 16 anni, ospite dell'Ospitale della Pietà di Venezia, istituzione ottocentesca nata per accogliere e istruire appunto, orfane. Di giorno Cecilia suona il violino assieme alle altre compagne, di notte, tormentata dall'ansia, si alza e scrive alla madre che l'ha abbandonata in fasce che e lei non ha mai conosciuto. Ogni notte lo stesso tormento, il desiderio di scoprire le sue origini, la necessità di un abbraccio, di una parola cara, affettuosa, familiare, materna. Poi, improvvisamente, un giorno all'Ospitale arriva un nuovo insegnante di musica, un nome per noi noto, Antonio Vivaldi: sarà lui a dare a Cecilia il coraggio di una svolta che, dentro si sè, cercava e desiderava da molto tempo. E' davvero una bella favola emozionale questa di Tiziano Scarpa, una storia abbozzata e struggente il cui segreto sta tutto nella brevità, senza che ci si chieda come e perchè...una foglia che scivola pian piano verso terra, mentre sullo sfondo scoppia un tuono potente e fulminante. E si resta investiti e un po' frastornati da questo bagaglio di emozioni. Amo molto le letture che suscitano emozioni contrastanti, e questo “Stabat Mater” non mi ha lasciata affatto indifferente. Tra l'altro non conoscevo Scarpa e devo devo ammettere che scrive meravigliosamente!
Sicuramente uno dei migliori libri di vera letteratura italiana contemporanea. Scarpa è un maestro della parola e in essa concentra gran parte della tensione psicologica del romanzo. Il quale non manca di riflessioni profonde, mistero, follia e autoanalisi. Tutti meccanismi attraverso i quali la protagonista si racconta nell'Ospedale della Pietà (istituto in cui venivano allevate delle orfane per poi essere reinserite nella società) all'ipotetica Madre mai conosciuta. Sconsiglio la lettura della quarta copertina per spoiler su figure del romanzo che compaiono e si scopre chi sono solo verso la fine della storia.
רכשתי את הנובלה הזו רק בגלל אהבתי הגדולה למלחין הבארוק החשוב ביותר אנטוניו וויוואלדי (ומי שחיבר, בין השאר, את היצירה הקלסית הפופולרית ביותר "4 העונות"). בבסיס הנובלה, כך הובטח, מתוארת מערכת יחסים הנרקמת בין יתומה המנגנת ומלמדת כינור במנזר שמשמש כבית ליתומות שאמותיהן נטשו אותן שם, לבין המורה והמלחין דון אנטויניו וויואלדי. הבעיה שהסיפור לא מעניין מספיק, מאד קודר, אין מספיק או כמעט דגש על היצירות עצמן ווויולדי מופיע רק במחציתו השנייה של הסיפור שכאמור זוהי נובלה המחזיקה 128 עמ'... 3 כוכבים זה ציון נדיב רק כי הספר קצר מספיק מכדי שאתעצבן באמת... ;)
Un libro delicato, ma non accessibile a tutti per via del suo focalizzarsi su eventi interiori, anziché esterni. Non è un testo per gli amanti del picaresco, dell'avventuroso, degli intrecci. E' un testo consigliato agli amanti delle riflessioni esistenziali, più che delle descrizioni psicologiche.
Scarpa cerca di narrativizzare l'angoscia, il sentimento caro all'esistenzialismo in quanto sentimento della percezione del vuoto.E' l'inizio di ogni riflessione (di ogni metafisica, secondo Heidegger). Questa narrativizzazione avviene attraverso due punti: prima di tutto, la protagonista si rivolge ad una Madre mai conosciuta. Questo è il desiderio di essere desiderati lacaniano, la ricerca di una voce altrui che possa dare valore alla nostra. In assenza di tale voce, Cecilia costruisce una seconda voce, quella della sua propria morte, con la quale parla e riflette. E si riflette in essa.
SPOILER
Quel che prima è un personaggio altro, la morte, alla fine scompare per ricongiungersi a Cecilia che, così facendo, dà inizio alla propria maturazione (e fine al romanzo). Se la sua morte diventa propriamente sua, anzi se essa stessa capisce che è la sua stessa morte, allora e solo allora può dare inizio alla sua vita, una vita che sia veramente propria.
L'intera trama si fonda sulla ricerca di una propria vocazione, di una propria voce. Eppure, questa voce nasce e vive sempre in funzione di qualcun altro: che sia l'ipotetica madre, la morte o don Antonio. Solo alla fine, quando scoprirà che deve vivere pensando alla propria vocazione, alla propria voce, abbandonerà Venezia e quella vocazione alla musica che le è stata imposta dall'alto. Si allontana dal proprio passato per conoscere l'altrimenti, pluralità necessaria per effettuare una scelta su se stessi che sia consapevole e non forzata. O almeno, questo è la suggestione che mi è rimasta alla fine della lettura.
Un testo filosofico, che procede per aforismi. Anche se è piccolo, potrebbe annoiare i non amanti di una tale scrittura.
Ma che roba è? Ennesima riprova che il Premio Strega dovrebbe chiamarsi Premio Farsa. Ormai è una regola non scritta: più un libro è deprimente (nel senso più torvo del termine, deprimente che fa venire voglia di grattarsi i maroni, ecco) più ha possibilità di vincere il Farsa. Ma non è solo questo. Un libro può essere grattamaroni ma avere qualcosa da dire, emozionare, comunicare. Ecco, questo romanzo no, è proprio brutto e non dice niente. Alla lunga l'invocazione alla Madre mi ha fatto venire in mente Jean Claude di "Mai dire..." che con il suo "Oh Maddddreeee..." era sicuramente più comunicativo. Un peccato che scrittori che scrivono così bene si cimentino in opere letterarie del genere.
Parte molto bene con una prosa intensa e una storia che stuzzica l'interesse, poi però rimane lì nel senso che questo stile sempre identico fino alla fine, senza climax, senza ritmo ma con lunghi e ripetuti vuoti che occupano spazio a lungo andare stanca e annoia, come annoia la storia che resta piatta, poco si sviluppa e si conclude troppo frettolosamente in un lieto fine a sorpresa che per nulla si sposa con tutto il resto.
Nello strumento non ci sono bambini morti, ma alberi abbattuti e fatti a pezzi, ci sono bestie sgozzate per tirarne fuori le viscere, farle seccare, attorcigliarle e tenderle. Casse armoniche e corde. Nel mio violino c'è la voce delle foreste uccise e delle bestie macellate. Noi suoniamo il funerale della natura, imbracciamo il suo cadavere.
Elamadò. Il premio "anche meno" di quest'anno se lo aggiudica Tiziano Scarpa.
Interesting, but not as convincing a recreation of the past as, say, Dacia Maraini's The Silent Duchess. Most moving is the narrator's pained exploration of what it means to be motherless: "A hollow niche, a missing portion of space, a subtraction, a small amount of nothing is my mother" (p. 95).
"Ma püüan endas läbi elada seda häbi, mida ka Teie pidite kogema. Mis tunne on kanda enda sees viga?
Mõni päev tagasi läksin ma pärastlõunal kööki ja varastasin tükikese seasüdant. Ma keerasin selle väikese riidetüki sisse, peitsin trepikäsipuu metalli ja astmete vahele, jätsin sinna roiskuma. Täna pistsin ma selle põue. Isegi läbi särgi ja kleidi oli haisu tunda. Minu kaaslased kirtsutasid nina, vaatasid mind ehmunult, teised naersid. Õde Teresa kutsus mu kõrvale, pidas mulle manitsuskõne isiklikust puhtusest, "see on peamine asi," ütles ta.
Mis on peamine asi? Olla aus? Jääda neitsiks ja puutumatuks? Armastada oma mustust? Kanda oma vigu rinna all? Mitte hüljata lapsi? Mis on peamine asi, kõige tähtsam asi?
Vaatan Jeesust ristil, ta on räpane, ta on higine ja verine. Tal on haav, millest nõrgub verd, nagu naistel. Ma olen samasugune.
Kas Te andusite armastusele või tujule, vaene proua Ema? Või ehk tungis Teile kallale mõni vägivaldne mees. Ärge petke ennast, sellest ei piisa, et Teile andestada, kunagi ei piisa mitte millestki."
This is beautiful. It's fiction, but the language is so fluid and poetic. The emotion is depicted so vividly, but the book isn't sentimental.
It's the story of Cecilia, an orphan at the Venetian Ospedale (where the girls were trained in music). The book takes the form of letters she writes to the mother she never knew. The book features the new head of music - one A. Vivaldi - and the depictions of the music and descriptions of their performances are really evocative. I suppose I must have known, but had forgotten, that many of Vivaldi's works were written to be performed by girls in an orphanage, who would play from behind screens.
2,5 ⭐️ Non convince del tutto: troppo lunga e piatta la prima parte, sempre uguale.. Poi, quando comincia a cambiare qualcosa nella trama, sei già a 10 pagine dalla fine, quindi ovviamente non c'è il tempo per svilupparla. Stranamente finisce proprio sul più bello... Mah 😞
Il romanzo, ambientato in un orfanotrofio della Venezia del '700, racconta la storia di Cecilia, trovatella molto dotata per la musica. Racconta il suo tormento di bambina abbandonata, la sua solitudine, il suo dialogo con una signora dai capelli di serpente che rappresenta la morte, le lettere che immagina di scrivere ad una madre che non ha mai conosciuto e che magari è anche morta. La prima parte è effettivamente un po' statica, il romanzo si anima quando entra in scena Vivaldi con la sua musica rivoluzionaria, con i componimenti che risvegliano qualcosa nell'anima della piccola Cecilia, ma anche col suo atteggiamento quasi geloso e possessivo nei confronti della bravura della giovane artista. E' in questo incontro e nelle sue conseguenze che la ragazza trova una ragione per crescere e fare quello che non avrebbe mai pensato di fare. Questo percorso di crescita e di ritrovata autonomia è forse la parte migliore del libro.
Un bel romanzo, ho fatto fatica ad entrare in empatia con la protagonista, devo ammetterlo, tanto che in alcuni passaggi l’ho trovata forse eccessiva, però ad un certo punto ho iniziato a immaginarmi la trasposizione teatrale del testo e devo ammettere che forse funzionerebbe bene! Ho amato le parti che descrivevano la musica, veramente belle e ben fatte. Inoltre ho apprezzato la nota finale che spiega i vari riferimenti a Vivaldi.
Un po' flusso di coscienza, un po' romanzo epistolare, il libro racconta la storia di Cecilia, una delle tante neonate abbandonate alla porta di un istituto per orfane. In questo ambiente le bambine vengono avviate alla carriera musicale e Cecilia diventa, senza rendersene conto, la loro migliore violinista. Il salto da competente tecnicista ad artista completa avviene sotto la guida di Antonio Vivaldi, il nuovo sacerdote e compositore dell'ospitale, che non esita ad usare la violenza per addestrare la sua alunna migliore. Al lettore spetta assistere alla crescita di Cecilia in questo ambiente chiuso e rigidamente organizzato, ai dubbi e all'inquietudine che la tormentano e ai destinatari immaginari di lettere e conversazioni. Sì, è anche un bel romanzo di formazione scritto in uno stile frammentario che ben si adatta all'evoluzione psicologica del personaggio.
Due palle di romanzo. Non ci sono altre definizioni possibili. La stessa “menata” che si ripete con identiche parole per la bellezza di centoquarantaquattro pagine senza condurre assolutamente a niente e, tra l’altro, usando periodi frammentati e del tutto slegati tra loro. Il vuoto totale. Per non parlare del finale, che è incredibile oltre ogni dire e sbattuto lì tanto per concludere alla bell’e meglio. Conosco una persona che, se l’avesse letto, l’avrebbe probabilmente commentato così: “Ma cosa c’ha in testa ‘sto qui al posto del cervello? Segatura?”
Pieno di frasi arzigogolate metaforiche e semi-poetiche, dialoghi onirici con teste di serpenti che rappresentano la propria morte, lettere scritte a una persona che non le leggerà mai, un pizzico di ambientazione storica (la parte che più ho apprezzato di tutto il libro) e una fine che pare rappezzata in un ultimo paragrafo molto girl power.
A sedici anni l'avevo divorato, adorato, e riletto. Avrei dovuto saperlo che non avrebbe retto il confronto con il tempo.
Venezia, Settecento, il lamento per la prigionia dell'orfanotrofio, lettere alla madre ignota, la forza travolgente dell'arte, il grande maestro che sfrutta il talento dell'anonima orfanella, il gesto che rompe la catena... in sintesi: una collana di luoghi comuni letterari.
Un romanzo breve ma che non va letto in breve tempo. Bisogna ascoltare le note, la sinfonia che viene suonata ad ogni pagina e lasciare che ci faccia vibrare l'anima. Un romanzo epistolare dalle tinte grige e dalla melodia cupa, ambientato nella Venezia del settecento e sorretto da uno stile di scrittura che rende fluida la lettura di un tema non proprio leggerissimo: le riflessioni, il malessere esistenziale di una sedicenne chiusa in un orfanotrofio. Un romanzo che non lascia spazio alle mezze tinte né alle mezze misure: o lo si ama o lo si odia. A me personalmente è piaciuto molto, nonostante qualche stonatura. Mi è piaciuto l'espediente di scrittura, le immagini evocate e ho amato moltissimo l'ambientazione malinconica che solo Venezia sa regalare.
Cecilia, sedicenne violinista, viene cresciuta ed educata presso l’ospitale di Venezia, il quale ospita le orfane abbandonate. Siamo nel 1700 e alle ragazze più dotate vengono impartite lezioni di canto e di musica, le altre si cimentano in corsi di cucina e cucito.
Cecilia è un’abile violinista, e questa sua dote le permetterà di stare a stretto contatto con Vivaldi, il prete dai capelli rossi, il quale sarà per lei una fonte di ispiraIone e di libertà. La musica, per Cecilia, è molto più che un talento: è una via d’uscita, un linguaggio segreto con cui dare voce a tutto ciò che non riesce ad esprimere.
Nella solitudine della notte Cecilia scrive alla madre che non ha mai conosciuto. Lettere tormentate dall’abbandono, dalla morte, dalla vita, delle emozioni inespresse e liberate attraverso le corde di violino. Le ragazze suonano, si esibiscano in pubblico senza farsi vedere, alle musiciste è vietato mostrarsi. Chi va ad ascoltarle in chiesa può solo che immaginare i loro volti.
Stabat Mater è un romanzo breve ma intenso, che riflette sul ruolo della donna, sulla maternità, sulla morte, sull’arte come strumento di espressione.
Üldmuljet annab hästi edasi P. Raua saatesõna lõpp: "Scarpa kujundirohke ja julge fantaasialennuga looming on midagi meeldivalt värsket kaasaegses kirjanduses, kus kohtame üha tihemini päriselust maha kirjutatud süžeeliine ja kujundivaest väljendust. Scarpa tuleb tagasi selle juurde, mis kirjandus sisimas on: lugude jutustamine kogu selle rikkalikkuses." Esimene pool tekitas minus suuremaid ootusi, kuid teine läks kuidagi liiga kiireks, fookus muutus järsult emalt ja hüljatuselt muusikale. Sellega muutus ka peategelane konfliktsemaks, nii et kahtlen, kas mäletasin ise raamatu esimest poolt valesti (lugesin kahes osas, mille vahele jäi mitu päeva) või oligi see pisut vastuoluline. Kartsin vahepeal, et lõpp tuleb eriti etteaimatav, aga selle päästis ikka ära.
This entire review has been hidden because of spoilers.