La figura di Carlo V domina tutta la prima metà del Cinquecento e ci affascina ancora oggi, per la vastità del suo impero e perché in lui convissero l'uomo del Medioevo e quello del Rinascimento. Dagli anni giovanili fino al desolato tramonto nella solitudine di Yuste, Brandi fa rivivere in tutta la sua complessità il personaggio di Carlo V, il suo carattere, il suo mondo interiore, ricreando con dovizia di particolari l'ambiente in cui visse e regnò, i consiglieri, i nemici, i parenti. E intorno un mondo in tumultuosa trasformazione: le guerre, le sanguinose battaglie, il sacco di Roma, le discussioni teologiche, Francesco I, Enrico VIII, Martin Lutero. Utilizzando un considerevole numero di fonti, dai documenti d'archivio alle tele di Tiziano, dalle memorie e dalle lettere di Carlo V, alle grandi opere innalzate alla sua gloria, Brandi costruisce una fondamentale biografia del pensiero e dell'agire politico di un imperatore sorretto dalla certezza di essere stato chiamato a quel compito dalla suprema volontà di Dio.
Il Carlo più famoso dopo il medievale re dei Franchi fu il sovrano più potente durante un bel pezzo di storia mondiale (tra il 1520 e il 1556) e per alcuni persino il prototipo dell’europeo moderno, al di sopra del senso di appartenenza a una sola nazione.
Nato in seno alla famiglia d’Asburgo, già proprietaria di vasti possedimenti tra Francia, Belgio, Polonia, Mitteleuropa e persino Castiglia (sua madre era la famigerata Giovanna la pazza), egli non dovette che sopravvivere fino all’incoronazione per diventare il numero uno. Come se tutto ciò già non bastasse, contese il controllo di mezza Italia al francese Francesco I in una rissa da galli, uscendone vincitore su tutta la linea; ricevette la Corona di ferro come re della penisola (Bologna 1530) nientedimeno che da papa Clemente VII, un Medici il quale dimenticò il sacco di Roma (1527) da parte dei mercenari di Carlo, dopoché lo stesso sovrano aiutò la sua famiglia a riprendere con violenza la signoria a Firenze; ottenne il controllo effettivo di quasi tutte le figurine mancanti in Europa (il Portogallo, gli altri staterelli spagnoli e italiani, frammenti di Germania, persino l’Inghilterra) distribuendo a destra e a manca figli, figlie e nipoti per accordi matrimoniali; tanto per fare qualcosa di diverso, autorizzò le conquiste americane di Cortés e di Pizarro, quindi un paio di genocidi. Però, come insegna Karl Brandi in questa monumentale e ben scritta biografia, Carlo V è stato un uomo di pace, amante del dialogo; ci viene infine tratteggiata la patetica figura di un sovrano anziano, sull’orlo dell’abdicazione, stanco e dispiaciuto per non aver fatto di più per sistemare le cose come avrebbe desiderato. Forse avrebbe voluto un pronipote alla guida della Chiesa di Roma o un altro a quella della Francia (ci ha provato davvero!).
La storia di Carlo V deve essere studiata perché, nel bene e nel male, essa partecipa a tutti i più grandi eventi storici, sociali e culturali della sua epoca, alcuni dei quali assolutamente decisivi per la storia d’Europa: il protestantesimo di Lutero, le lotte religiose, la vicenda di Enrico VIII, la conquista del Nuovo Continente; persino le guerre contro i Turchi. In quanto reggente della più grande monarchia del secolo e difensore del Cattolicesimo, Carlo dovette assumersi un ruolo importante in questo Risiko, volente o nolente. Ecco perché non trovo affascinante questo personaggio: non vedo in lui né la forza della volontà né il dramma della ‘non volontà costretta‘ in senso amletico. Certo egli fu un uomo, e come tale dovette senz’altro provare i suoi dubbi e il dolore per alcuni errori. Tuttavia ho l’impressione che egli fece della propria vita ciò che il mondo si attendeva da lui, e ch’egli fu nelle condizioni di fare.
Invece l’autore del libro deve aver provato un sentimento di comunanza spirituale con Carlo, tanto da dedicare alla sua biografia una vita intera. Il risultato – non lo scopro certo io – è talmente impressionante a livello di erudizione da rimanere un punto di riferimento ancora oggi. C’è una sovrabbondanza di notizie da far girare la testa.
Altra cosa è il modo in cui sono trattate, tali notizie. E il pericolo di quando ci si innamora del proprio oggetto di studi è quello di distorcere quest’ultimo ai propri sentimenti, di farne uno specchio di sé. Brandi cerca qui e là di smentire alcuni ‘luoghi comuni‘ intorno alla storia di Carlo, e lo fa con passione teutonica: composta e pressoché atona. Prova ad esempio a negare ch’egli fu lo strenuo difensore del Cattolicesimo di cui spesso si parla. Non avrebbe davvero combattuto il luteranesimo, e anzi avrebbe tenuto un atteggiamento neutrale frutto della consapevolezza che la Storia, una volta preso il suo corso, non potesse fermarsi più. Interessante. Ma allora perché la pace con i principi protestanti (la cosiddetta ‘Lega di Smalcalda‘) viene sottoscritta solo quando il re, malato, perdette la speranza di vincere (Augusta, 1555)? Siamo sicuri che quella visione stoica dei destini del mondo succitata sia da attribuirsi a Carlo, e non al suo biografo tedesco di epoca guglielmina?
Inoltre Carlo avrebbe combattuto per tutta la vita con il preponderare del clero nella politica; una sorta di sovrano laico ante-litteram. Anche qui chi parla: il Brandi storico o il tedesco? Come conciliare questa visione con il racconto da lui stesso elaborato su un re sempre pronto alla chiamata del papa e disponibile a varie concessioni all’Inquisizione (cui proibì solo di non tenersi per sé i beni confiscati ai condannati)? Naturalmente io metto in evidenza quelle che mi sono parse le questioni più importanti, ma credo bastino a mettere in dubbio l’intangibilità di quest’opera divenuta un mito per tutti gli studiosi di Carlo V.
Nulla toglie che il libro rimarrà importante oggi come lo era in passato, il frutto di uno studio capace e appassionato. Tuttavia la riverenza per l’opera di un grande studioso non deve arrivare al disconoscimento dei suoi difetti. Questa sarebbe dovuta essere una storia su Carlo V, e invece si rivela essere quella di Karl Brandi e delle sue idee politiche.
Una sorpresa. Nonostante essere stato scritto 70 anni fa il linguaggio e' moderno e scorrevole , le fonti accurate , le lettere manoscritte dell' Imperatore riportate. Bello , completo e scorrevole. .