Incendies.
Qualche tempo fa, qualche mese fa, sono finalmente riuscita a vedere lo splendido e doloroso “Incendies” del regista canadese Denis Villeneuve - “La donna che canta”, in italiano; il film è tratto dall'opera teatrale di Wajdi Mouawad, autore di questo romanzo.
Sembrano gemelli diversi, film e romanzo, per ambientazione e storia, mentre invece sono uniti non solo dalla medesima scrittura, perché figli dello stesso scrittore, ma anche dalle radici, profonde, che sono quelle dell'autore (classe 1968), che è naturalizzato canadese ma libanese per nascita e origini.
E il Libano, con le sue ferite e le sue cicatrici profonde mai rimarginate, con i suoi fantasmi sempre presenti nei sogni e negli incubi orrorifici dei protagonisti di entrambe le storie - nonostante, ci tengo a precisare, si tratti di due storie completamente diverse (“Incendies” non è la riduzione cinematografica di “Anima”, ma dell'opera teatrale omonima) - il Libano, dicevo, ribalta imprevedibilmente la scena sia in “Incendies” che in “Anima” diventando, lentamente e naturalmente nel film, prepotentemente e improvvisamente nel romanzo, cuore pulsante della storia, centro e origine delle vicende.
È un romanzo durissimo, “Anima”, a partire dall'efferatissimo delitto che dà l'avvio alla storia, che già nelle modalità (che mi concedo di non raccontare proprio perché anche solo leggerle o ricordarle mi provoca malessere) avvisano il lettore che non sarà una lettura facile.
Ma quello che caratterizza la storia, e che accompagna Waach Debch, l'uomo che si mette in cammino sulle tracce del brutale assassinio della moglie attraverso i territori del Québec, è il punto di vista: a narrare il suo percorso, che non è solo geografico, ma soprattutto interiore, sono gli animali che Waach incontra lungo la strada: a partire dal gatto unico testimone ne dell'assassinio, poi via via, in successione e alternandosi l’uno all’altro nella narrazione, cani, uccelli, topi, mosche, farfalle, insetti, larve. Ognuno di loro ha uno spirito di osservazione dato dalla propria indole, ognuno di loro ha un senso acuito dall'istinto e dal proprio istinto alla sopravvivenza, e ognuno di loro sarà capace di sfiorarlo, toccarlo, o accompagnarlo lunga una strada che attraverso le ferite e le cicatrici che dal Canada ripercorreranno quelle dei nativi indigeni massacrati arriverà a unirsi e a confondersi con quelle del massacro libanese di Saabra e Chatila, dove il trauma originario di Waach ha avuto origine e inizia ad affiorare pagina dopo pagina fino a rivelarsi e a esplodere nel finale del romanzo.
È un agghiacciante viaggio andata e ritorno dall'inferno per Waach Debt e per i lettori, quello che Wajdi Mouawad consegna alla narrativa, un viaggio in cui, a qualsiasi latitudine, gli uomini si riveleranno, sempre, più bestiali e brutali delle bestie.
Un romanzo che non mi sentirei di consigliare a nessuno, proprio a causa della sua crudezza (anche se, ci tengo a sottolineare che si tratta di un giallo - un thriller? - che mantiene vivo per tutta la durata del romanzo il suo aspetto), ma che sono contenta di aver letto.