Celeste Vanni ha lavorato per una vita, quasi una vita, al Petrolchimico di Porto Marghera, e lì nello spettacolare scenario di una delle più grandi industrie del mondo, produttrice di ricchezza e di morte, tra rovine spettrali e reparti in metamorfosi, tra i quali il cracking in cui si spaccano le molecole, solo e isolato continua a vivere, a contare i morti, a raccontare storie di lotta e malavita, e a lasciarsi visitare da infiammati pensieri di giustizia. Gli è accanto, quasi figura di nebbia, la moglie Rosi, che, attraverso il filtro del tempo, gli appare indomita e dolcissima, a rammentare, senza nostalgia, quando esisteva una forte classe operaia, esistevano parole d’ordine fiere e condivise, ed esisteva anche il monte Civetta a promettere il conforto di fughe in altezza. E anche ora, mentre la fabbrica giace, smoke on the water, davanti alla laguna, Celeste pensa a un gesto che ha a che fare con l’altezza. Lui e la ciminiera incisa come un allarme nel cielo della notte: si arma di zaino, di corde, e sale, sale, sale, fin dove si può vedere in lontananza la cima pallida e rocciosa. Che cosa ha in mente? Che cosa ha da opporre al silenzio, alla rassegnazione, al vuoto? Cosa può fare un uomo solo? Mentre l’alba si avvicina, lungo la parabola della notte, torna la vita vissuta, tornano le promesse fatte, e, tornito nel buio, prende forma un gesto di rivolta, perché là sotto, da Venezia all’Europa, nella distesa del tempo bisogna decidere: se la Storia è davvero finita o è appena cominciata.
Bettin racconta, conoscendolo benissimo, il Petrolchimico di Porto Marghera. Lo fa mescolando storia e cronaca all'invenzione di un personaggio forse un po' troppo "eroico" e stereotipato, così come i ruoli secondari che gli fanno da contraltare. Tuttavia, Bettin scrive bene e il libro si fa leggere con molto piacere, aggiungendo un capitolo doveroso al filone del romanzo industriale italiano.
Romanzo più necessario che bello. Marghera e il petrolchimico assumono a tratti il pathos fosco della Marsiglia di Izzo, ansa cieca dove si rifugia un'umanità dolente e bieca. Ma la fiction non riesce a imporsi sul documentarismo, personaggi e vicende rimangono paradigmi rigidi. Lettura, ripeto, necessaria. Ma dal punto di vista letterario mi pare un'occasione perduta.