Bello, interessante, completo. Un ottimo approccio alla cultura celtica, adatto sia ai neofiti che ai più esperti. Forse meriterebbe 4 stelle per la dovizia di particolari, ma tale abbondanza è una lama a doppio taglio, perché azzoppa la lettura. Il libro manca di una narrativa coerente, di un filo logico che aiuti il lettore a metabolizzare il copioso flusso di dati e informazioni.
E' vero, la traccia è vagamente cronologica, si parte dall'era pre-romana passando per Giulio Cesare, i missionari cristiani, gli invasori Goti, Angli, Danesi e Sassoni, per concludere con un excursus su Artù e l'eredità religiosa dei Celti. Ma le informazioni sono davvero tante, e per quanto la lettura sia piacevole alla fine resta poco (a meno che non abbiate una memoria di ferro).
E' un peccato non ricordare i dettagli delle rivoluzioni gallesi di Llewelyn ap Iorwerth "il Grande" (primo principe di Galles) e suo nipote Llewelyn ap Gruffydd "l'Ultimo", che strappò la prima dichiarazione di indipedenza a Enrico III. Così come è un peccato non ricordare le gesta di Owain Glyndwyr, il patriottismo di Yeats o le ispirazioni druidiche di John Dee. Oppure che il caratteristico tartan celtico è stato ispirato dagli Sciti, probabilmente durante le prime migrazioni indo-europee. Fortunatamente il testo contiene un indice analitico, utilissimo per recuperare informazioni a distanza di tempo.
Perché la cultura celtica non è mai scomparsa, ma si è solo trasformata all'interno della cultura cristiana. Ne è un prova il protestantesimo, che tanto ricorda la spiritualità dei popoli indo-europei. Oppure, come scriveva J.X.W.P. Corcoran "E' tempo che venga adeguatamente riconosciuto il contributo dell'Europa preistorica e, più in particolare quello dei Celti e dei loro antenati". Non sediamo sulle spalle solo di romani e greci, ma anche su quelle del piccolo popolo.