4.5 stars
“La Balena e la Bambina”
è una piccola ma splendida fiaba Maori in cui mi sono imbattuta per puro caso la scorsa settimana mentre curiosavo tra gli scaffali della bibloteca locale. Non avevo nemmeno mai sentito parlare del ben più celebre film che ne è stato tratto nel 2002 e che ha riscosso notevole successo al botteghino: vincitore del Toronto International Film Festival e del più noto Sundance Film Festival, ha fruttato alla sua interprete principale, la giovanissima Keisha Castle-Huges, la candidatura agli Oscar 2004 come miglior attrice protagonista. Ma tutto sommato, meglio cosi: forse non avrei apprezzato pienamente il libro.
La vicenda ha inizio quando, in un piccolo villaggio sulla costa neozelandese, viene alla luce Kahu, nipote del capo tribù Koro Apirana, la cui unica colpa agli occhi della comunità è quella di essere nata femmina… Da sempre, infatti, la tradizione Maori stabilisce che a prendere le redini della tribù possa essere solo un erede maschio, come maschio fu il capostipite della tribù, Paikea, il quale, secondo la leggenda fondativa, approdò sulle coste neozelandesi dopo un epico viaggio sul dorso di una balena e lì fondò il villaggio di Whangara e la sua comunità.
Secoli dopo, il vecchio Koro Apirana, vedendo interrotta la discendenza maschile, si prodiga come un matto nella ricerca di un erede maschio e si fa promotore della cultura Maori, organizzando corsi di lingua, tradizioni e leggende riservati ai soli bimbi maschi del villaggio. Acciecato dalla propria chiusura mentale, il vecchio rifiuta di continuo l’affetto della piccola nipotina che, però, stravede per lui. Crescendo, Kahu diventa la sua ombra: lo segue ovunque di nascosto, e cerca di apprendere quanto più le riesce sulle tradizioni Maori e sul mare, proprio per conquistare il cuore del burbero capo tribù e per dimostrarsi degna della propria discendenza.
A difesa del diritto di Kahu alla leadership della comunità, si schiera un altro personaggio femminile incredibilmente forte: Nonna Flowers. Moglie di Koro Apirana, nonna Flowers è in continua lotta col marito, che definisce troppo tradizionalista e retrogrado e che chiama affettuosamente (ma non troppo) “paka”, “canaglia” in lingua Maori. Secondo Nonna Flowers, le donne Maori hanno oramai ampiamente dimostrato di avere un ruolo forte nella moderna società Maori e non sono più disposte a farsi accantonare sulla base di antiche leggende. Da qui, la quotidana e buffissima minaccia della nonna di divorziare da Paka e andare a vivere con un arzillo vecchietto che fu la sua prima fiamma in gioventù!
Intanto gli anni passano e Kahu cresce nel totale disinteresse del nonno, anche se in svariate occasioni dà piccoli segnali del suo essere speciale. Nessuno lo sa, ma Kahu ha un dono che oramai l’uomo moderno ha perso: lei riesce ancora a parlare alle balene. In Kahu, infatti, complice forse la purezza che solo i bimbi possiedono, vive ancora lo spirito degli antenati. E sarà proprio questo spirito a riemergere in tutta la sua forza in un momento tragico e straziante per la piccola comunità di pescatori.
Questa fiaba, solo all’apparenza banale con il suo linguaggio volutamente semplice ed infantile, tocca in realtà tantissime tematiche importanti. Ed è cosi che affiora, ad esempio, il tema della presa di coscienza del nuovo ruolo delle donne in una società per molti versi ancora tribale come quella Maori; o ancora, la perdita del rapporto di rispetto tra Uomo-Natura e le conseguenze che da tutto ciò stanno scaturendo, soprattutto in luoghi cosi profondamente legati all’elemento naturale e da esso dipendenti per la sopravvivenza quotidiana, come certe isole della Nuova Zelanda (ma si potrebbe parlare di Amazzonia o Polo Nord e la situazione non sarebbe poi migliore!). C’e poi la tematica dell’emigrazione forzata che affligge le nuove generazioni di queste terre sperdute: ecco, quindi, che la voce narrante del libro, lo zio Rawiri, ad un certo punto lascia il suo Paese e va in Australia per fare esperienza e cercare un futuro diverso da quello che Whangara potrebbe offrirgli.
Una particolarità stilistica di questo libro che mi ha molto affascinata è che si sviluppa anche su una dimensione parallela alla narrazione delle vicende di Kahu e della sua famiglia. E’ la dimensione più ancestrale del mito originario, dove protagonista è il branco di balene che portò sul proprio dorso Paikea e il lettore, ascoltando la voce stessa della balena-totem, ne segue il peregrinare negli abissi, fino all’epilogo (molto intenso e che confesso mi ha commossa) che vede i due universi – quello reale e quello mitologico – incontrarsi nuovamente e fondersi in una terza dimensione, sospesa a metà tra realtà e immaginazione, sulla superficie dell’oceano illuminato dalla luna e “tutto intorno le balene saltavano, riempiendo l’aria di spruzzi lucenti come diamanti...
Hui e, haumi e, taiki e.
Che sia."