Feci una delle migliori maturità di Firenze. Credo di aver avuto la media dell'8, con 9 in filosofia e 9 in italiano, che era eccezionale. La Banca Toscana mi scrisse una lettera che fece sdilinquire la mia famiglia, t'immagini, mi invitavano ad andare a un colloquio! Io ci andai e mi offrirono un lavoro in banca, che era come dire a fare il Papa per mio padre. In casa mia fu come se Gesù mi avesse detto “Vieni con me!”
Io ero terrorizzato, per me era la morte civile. Però avevo tutta la famiglia contro.
F: Ah, è per questo che lavorare in banca è sempre rimasto per te il simbolo del male!
T: Il simbolo di tutto quello che non bisogna fare.
Ho una certa compassione, una certa commiserazione per i giovani che non hanno niente in cui credere, che non hanno un ideale per il quale impegnarsi, tanto che si rivolgono al calcio, alla moda, al motociclismo, allo sport. Ora, tu puoi immaginare che l'anima di un giovane, le speranze di un giovane debbano essere legate all'amore per una squadra di calcio? C'è qualcosa che non torna. Pensa invece che allora c'erano quelli legati dall'amore per Che Guevara! Poi puoi giudicare se il Che fosse un politico giusto o sbagliato, ma c'era qualcosa di grande in lui.
Appena gli altri sono partiti inforco la mia bicicletta e pedalo fino al monastero di Sera.
Distrutto! Non c'era nessuno. Vidi un vecchio a una finestra. Mi ha raccontato tutto, come era successo
Fu a quel vecchio che chiesi dove facessero i funerali del cielo. Perché, come sai, i tibetani non bruciano i loro morti, li tagliano a fette e li danno in pasto agli avvoltoi. Per i morti di Lhasa c'è un posto speciale su una grande roccia dove questo avviene. E io sono andato a vedere. Mi sono nascosto, sono stato lì alcune ore, ho visto vari funerali che arrivavano e ho fatto foto da lontano.
F: I cinesi non volevano che si vedessero questi riti?
T: No, per i cinesi erano la barbarie. Farli vedere voleva dire che loro accettavano la cultura dei tibetani. Sono razzisti da morire nei confronti di tutti quelli che non sono della razza han.
Lo stesso risentimento razzista che oggi sta venendo fuori nei confronti del mondo arabo anche qui in Italia. “Puzzano, non si lavano...” Sai, i discorsi che creano l'immagine di un popolo, di una civiltà, e che poi giustificano l'uso della violenza. Ricordati quello che ti dico: il primo passo di ogni guerra è la disumanizzazione del nemico. Il nemico non è un uomo come te, quindi non ha gli stessi diritti.
La mia speranza è che fra cinquanta, cent'anni qualcuno ritrovi per caso un mio libro in una vecchia biblioteca e, non sapendo chi sono stato -come sarà perché è sempre così- cominci a leggere e mi riconosca, riconosca un sentimento, qualcosa che lui ha vissuto.
E in quel momento io rivivrò un piccolo momento di eternità.
Voi mi potete ben chiedere: ma perché cavolo ci hai messo nella scuola cinese? Venivamo da una scuola bella, internazionale, a Hong Kong, e tu ci schiaffi lì, in quella scuola squallida, comunista?
Fu una decisione per me facilissima e fondamentalmente ideologica.
Se avessimo fatto quello che faceva la maggioranza degli stranieri del nostro tipo – ricchi, del primo mondo – avremmo potuto vivere in Cina senza mai stare in Cina. Vi avremmo messi nella scuola francese o americana e voi avreste avuto per amici il figlio dell'ambasciatore del Timbuctu, la figlia del segretario dell'ambasciata tedesca, sareste andati alle loro feste di compleanno e la Cina non l'avreste mai vista. La Cina sarebbe rimasta qualcosa di esterno.
Per noi la Cina era una cosa molto diversa. Volevamo andarci per conoscerla, per entrarci dentro. Io ero affascinato dall'esperimento maoista, mi sarebbe pesato moltissimo essere escluso dalla vita dei cinesi e il fatto che sia io che la Mamma avessimo studiato il cinese ci era di grande aiuto. Se io vi mettevo alla scuola internazionale voi della Cina non sapevate niente.
Avete imparato a marciare, avete imparato a pulire i gabinetti e avete scoperto l'orrore del comunismo. Vi siete vaccinati contro il comunismo. Io vi imposi la Cina, ve la imposi. Ma ve la imposi sicuro che in fondo facevo qualcosa di buono, che vi mettevo in condizioni di fare un'esperienza stupenda, diversa, che aggiungeva qualcosa alle vostre vite.
Avevo una repulsione per i compromessi. Ho fatto questo mestiere come una missione religiosa, non cedendo a trappole facili.
La più facile, te ne volevo parlare da tempo, è il potere.
Facendo questo mestiere la frequentazione del potere è necessaria, perché è quello che determina le sorti del mondo e tu che sei lì a descriverle devi andare dal Potere a chiedergli come stanno le cose.
Forse nel fondo sono un anarchico, ma a me vedere un presidente, un ministro, un generale, con la loro aria tronfia, con la loro pillola da rivenderti, mi ha sempre fatto ribrezzo. Oggi vedo tanti giovani che godono, che fioriscono all'idea di essere vicini al Potere, per trarne lustro, gloria. Io questo non l'ho mai fatto. Perché il potere corrompe, il potere ti fagocita!
Non mi è mai piaciuto. Ho sempre avuto questo senso di orgoglio che io al potere gli stavo di faccia, lo guardavo, lo misuravo, e lo mandavo affanculo. Aprivo la porta, entravo dentro, ma quando ero nella sua stanza, invece di compiacerlo controllavo che cosa non andava, facevo domande. Sono stato uno dei giornalisti che alle conferenze stampa del mondo era proverbiale per fare sempre le domande più provocatorie, quelle che non vedi più fare oggi.
Questo è il giornalismo. I giornalisti più orribili sono quelli che stanno nel Pentagono, nel ministero degli Esteri, sempre lì, pronti a pigliare il caffè. Si annuncia “Conferenza stampa!” e loro accorrono.
F: Cioè, uno dovrebbe sfidare il potere?
T: Questo è il mestiere. Scusa, le suddivisioni del potere nell'ambito dello Stato sono legislativo, esecutivo, giudiziario. E c'è un quarto potere: la stampa e i mezzi di informazione che controllano il giudiziario, l'esecutivo e il legislativo.
Se no non funziona il sistema. Non funziona la democrazia. Se la legge è sbagliata, chi lo va a denunciare? Nessuno. Se invece la stampa incomincia a protestare, a studiarne le conseguenze, acquista un'importanza enorme, diventa la voce della gente che non può parlare.
Non sono mai stato amico di un potente. È molto importante questo senso della propria libertà, del non voler dipendere dal benvolere di nessuno.
Da giornalista ho incontrato tanti quaquaraquà. Gente inchiappettata che
faceva la sua parte e che, proprio perché io ero giornalista, incontrandomi mi dava un pacchetto bell'e fatto e mi raccontava le puttanate.
Ma non ho incontrato nessun personaggio grande. Nessuno.
Davvero, se devo ritornare sui miei passi, Madre Teresa mi ha colpito, il Dalai Lama certamente, e alcuni anonimi personaggi, sai, come il monaco della Mongolia a cui chiedo se ha paura di morire e lui risponde “Paura? Non vedo l'ora di morire. Questa vita noiosa! Voglio vedere cosa c'è nella prossima”. Personaggi così, puliti, solitari. Di grandi non ce n'era più uno. Erano morti all'asilo, come diceva un nostro amico cinese. Vero. Distrutti dalle scuole, dalla cultura, dall'azzeramento delle teste.
L'idea del socialismo era semplice: creare una società in cui non ci fossero padroni che controllano i mezzi di produzione con i quali impongono la schiavitù alla gente. Quando tu hai una fabbrica e ne sei il padrone assoluto, puoi licenziare e assumere, puoi assumere anche bambini di dodici anni e farli lavorare, ed è chiaro che accumuli un profitto enorme che non è dovuto a te, è dovuto anche al lavoro di quelli. Allora, se loro già partecipano allo sforzo di produrre, perché non lasciare che copossiedano la fabbrica?
Voglio dire, uno ha un'azienda agricola a monte di un fiume con tanta acqua. Può fare una diga per impedire che l'acqua arrivi al contadino a valle, ma non è giusto. Non si potrebbe invece trovare un accordo per cui quell'acqua arrivi anche a quello di sotto? Il socialismo è l'idea di una società in cui nessuno sfrutta il lavoro dell'altro. Ognuno fa il dovuto e da quello che è stato fatto in comune ognuno ritira quello di cui ha bisogno. Cioè vive di quello di cui ha bisogno, non accumula, perché l'accumulare toglie qualcosa agli altri e non serve a niente. Guarda oggi, i ricchissimi, anche in Italia! Quell'immenso accumulare, a che serve? Serve a farsi lo yacht, la villona al mare. Spesso tutto quel denaro non viene nemmeno riciclato nel sistema che produce lavoro. C'è qualcosa che non torna. Da qui nasce l'idea del socialismo.
Se ci penso bene non avevo quella grande necessità che molti hanno di avere un amico. Sì, bei rapporti, molto belli, fra uomini. Ma insomma, potevo farne anche benissimo a meno.
F: Forse perché avevi sempre la Mamma.
T: È vero. Questa è la cosa più giusta che hai detto, perché lei era tutto. Primo, costituiva una certezza attorno alla quale tutto girava, una certezza di libertà e un senso di sicurezza. È stata quello che il grande poeta bengalese che cito sempre è riuscito così bene a descrivere: il palo al quale l'elefante si fa legare con un filo di seta. Se l'elefante dà uno strattone può scappare quando vuole, ma non lo tira. Ha scelto di essere legato con un filo di seta a quel palo. Questa scelta l'ho fatta che ero giovanissimo, avevo diciotto anni, e questa scelta è stata il grande, grande punto fermo della mia vita.
F: Cos'è la differenza fra socialismo e comunismo?
T: Il comunismo ha tentato di istituzionalizzare l'aspirazione socialista creando – come uno pensa sempre sia la soluzione – istituzioni e controlli. A quel punto l'essenza del socialismo è sparita, perché il socialismo è in fondo anche un po' anarchico. Quando cominci ad avere una polizia che controlla quanto pane mangi, che manda tutti a lavorare alle otto e chi non ci va parte per il gulag, è finita.
Ogni idea, se si istituzionalizza, s'incancrenisce, diventa morta. Le religioni sono così. Le religioni nascono come grandi ispirazioni. C'è un profeta, ci sono i seguaci, c'è un senso di grande scoperta e di euforia. Poi arriva uno che dice “Be', allora la Chiesa la si fa così. Quelli che vogliono entrare si mettano il cappello giallo...”
Rido. No, ma è così, è così! E perdono tutta la loro freschezza, tutta la loro originalità. Ma secondo me, se lo vuoi sapere, l'idea del socialismo sopravvivrà a questo periodo egoista e capitalista. Un altro esempio erano le vecchie comunità monastiche, dove non c'era quello che mangiava di più.
Tutte le comunità monastiche del passato le puoi chiamare socialiste: si fa il campo tutti assieme.
Spogliare l'uomo della sua orribile materialità che lo vuole ricco eccetera, eccetera, per mettergli in testa che il premio del suo lavoro è l'incentivo morale.
T: Tu sei bravo, ogni giorno ari un ettaro di terra più degli altri, e la sera a cena vieni lodato dalla comunità. Ti si dà la fusciacca, o un bottoncino rosso, e Terzani è un eroe della comune. L'incentivo morale invece dell'incentivo materiale! Ti potevano anche dire “Caro Terzani, sei stato bravo. Ecco una bella stecca di cioccolata”. Invece no: un bottone rosso. Voglio dire, l'uomo che ne viene fuori dovrebbe essere diverso, no?
Però, al fondo, nonostante si debba ammettere che questi sono sentimenti e valori belli da avere, al fondo al fondo al fondo c'è il bisogno dell'uomo di assoluta libertà. E l'assoluta libertà conduce al capitalismo, all'accumulazione.
Mi piacerebbe vedere che i miei nipoti vivono in un mondo di cui si sorprendono, in cui c'è dovunque qualcosa di meraviglioso da osservare. Ho visto ieri sera la prima lucciola e sono stato lì, a guardarla. Nel buio della notte la vedevo fare ti-ti-ti... Una gioia ti piglia!
Mi ricordo di quante storie i miei mi raccontavano sulle lucciole quando ero piccolo. Dicevano che se ne acchiappavi una e la mettevi sotto il bicchiere, la mattina dopo ci trovavi una monetina. Loro ce la mettevano, la monetina, e il mio mondo si arricchiva. Allora, perché ai miei nipoti non far vedere le lucciole perché si stupiscano della meraviglia del mondo?
Altro che la televisione e andiamo a mangiare la pizzettina! E da lì che partono tutti i discorsi sulla violenza. Ogni giorno la violenza ce la facciamo da noi. Basterebbe dire “Basta!” Pigli il bambino e lo porti la notte a vedere le lucciole. Viviamo vite troppo di corsa, troppo piene di stimoli, continuamente distratti dal lavoro, dal telefono, la televisione, i giornali, da quelli che ci vengono a trovare. Siamo sempre di corsa, sempre di corsa, non ci fermiamo. Chi si prende più degli spazi vuoti, del tempo per il silenzio? La sera al bambino gli danno da mangiare, lo mettono un po' davanti alla televisione e poi a letto. Sarebbe così semplice dire “Fermi tutti. Stasera si va a vedere le lucciole!”
Non è così complicato. Sei tu, tu che puoi scegliere se andare in pizzeria o se portare il bambino a vedere le lucciole.
Onestamente, Folco, questo mondo è una meraviglia. Non c'è niente da fare, è una meraviglia. E se riesci a sentirti parte di questa meraviglia – ma non tu, con i tuoi due occhi e i tuoi due piedi; se Tu, questa essenza di te, sente d'essere parte di questa meraviglia – ma che vuoi di più, che vuoi di più? Una macchina nuova?
Da noi non incontri persone con quell'ampiezza di vedute sull'universo e il tempo come le trovi ancora in India. Ma Folco, se tu nasci e cresci in una città europea, se vai in quelle scuole occidentali dove la prima cosa che devi fare è competere con il tuo compagno di banco per ridurlo a un imbecille, così che tu sia il primo della classe, come vuoi poi crescere con una grande apertura mentale? Se sei spinto a studiare non per capire la vita, ma per avere un mestiere, per guadagnare dei soldi, è molto difficile che ti si apra la mente. Però anche qui, l'hai visto tu stesso, ci sono quelli, come quel giovane frate di San Miniato a Firenze, che invece di dire “Ferma il mondo che voglio scendere!” fermano se stessi, scendono dal treno e salgono su un altro treno, un treno che ha una tradizione a volte bellissima e in cui trovano alcune risposte.
Ma l'idea che l'India è il toccasana la voglio proprio evitare perché è un errore ideologico, no? Non è che solo gli indiani hanno le risposte.
Facevo questo pensiero proprio stamani mentre rileggevo Krishnamurti, che la conoscenza è il nostro più grande limite. La conoscenza, che dovrebbe aiutarci a crescere, a cambiare, è un limite, è una trappola, perché la mente è condizionata da tutto quello che sa e non può fare salti mortali, è abituata a quello. E lì devo dire che Krishnamurti dice una cosa molto bella: bisogna liberarsi della conoscenza. Solo se ti liberi della conoscenza puoi scoprire qualcosa, altrimenti ti ripeti.
l'incontro con il Swami – a parte che era bello, vestito di arancione, un po' etnico – mi colpì. Io ero sempre corso dietro al tempo perché da giornalista avevo le scadenze. Un giorno stetti per un paio d'ore in quella grande sala dove lui riceveva tutti, a osservarlo. Venivano tutte queste donnette indiane, gli impiegati di banca o i direttori, a toccargli i piedi, a chiedergli che cosa fare col figlio che non andava bene a scuola o a raccontargli che avevano paura di morire. “Swami-ji, Swami-ji, come si fa a morire? Cosa c'è di là?” E lui, sempre con grande pazienza, per ognuno aveva un sorriso, una parola e alla fine un chicco d'uva. C'era una leggerezza in tutto questo che mi ha dato tantissimo.
Quando venne il mio turno io mi avvicinai e lui, carino, mi fece entrare nella sua stanzetta.
“Ma scusi, Swami”, gli dissi, “come diavolo fa a dedicare tanto del suo tempo a questa gente?”
Lui mi guardò fisso e fece quella sua risata meravigliosa.
“Io non ho più bisogno di tempo. Il mio tempo è tempo degli altri. Io ho già raggiunto quello che volevo raggiungere, moksha. Il tempo per me non ha più valore.”
Mi colpì, mi lacerò quando disse questa frase.
Tu conosci meglio di me l'India con la sua divisione della vita in quattro
stadi. Il primo, in cui si è giovani e si apprende; il secondo, in cui si restituisce alla società quello che si è avuto, cioè si lavora, si è un buon marito e un buon padre di famiglia; il terzo stadio in cui, avendo completato gli obblighi familiari, si va nella foresta, magari ancora in compagnia della moglie e di qualche libro. E alla fine, se ci riesci, c'è un quarto e ultimo stadio, quello in cui parti, da solo, in cerca di Dio.
Il mio “distacco” di ora, che secondo me è possibile solo perché in qualche modo ho svolto bene e con coscienza il ruolo di capofamiglia di cui parli.
Di tutti i discorsi del Vecchio, che mi affascinavano, che trovavo interessanti, la cosa per me più bella era, all'alba, salire sul crinale. Sai, alto su quel crinale dell'Himalaya, davanti a un oceano di montagne godi di sentirti vivo. Mi sentivo così pieno d'immenso.
Perché io non sono un intellettuale. Mi interessa, ma io sono uno fisico. Una mattina, su quel crinale mi ha colpito un maggiolino. Mi sentivo quel maggiolino. L'ho seguito, camminava avanti e indietro e poi è arrivato in cima al filo d'erba e ha aperto le sue piccole ali vellutate, trasparenti, ed è schizzato via, verso l'infinito! Sotto c'era un precipizio di centinaia di metri . Lì davvero ho sentito che la mia vita era parte di questo. E con questo vivi, vivi bene, ti prepari. Niente diventa più terribile. Non mi interessava più, questo cancro. Se hai per un attimo questa sensazione, ma che torni a fare il giornalista, a cena con il signor R?
Quella notte sono andato a letto in trance. Grazie indubbiamente prima di tutto al Vecchio, sono arrivato al di là della materialità. Ho potuto sentire un senso più grande, che era legato al tutto e che è la mia grande consolazione di ora.
Ho sempre visto il mio ruolo di padre non come di qualcuno che portava i bambini in piscina o a giocare a pallone. Per niente, non ero io. Per me il ruolo del padre era quello di uno che seminava ricordi, che seminava esperienze, odori, immagini di bellezza e misure di grandezza che vi avrebbero aiutato. Anche il mio portarvi a giro aveva questo scopo.
Sempre fuori dalla norma! Sai, questo è il tema del Vecchio e di Krishnamurti e di tanti. “La verità è una terra senza sentieri”. Cammini, trovi. Non c'è chi ti dice “Guarda, il sentiero per la verità è quello”. Non sarebbe la verità. Se rimani nel conosciuto non scoprirai niente di nuovo. Come fai? Viaggi sui binari del conosciuto e rimani nel conosciuto. E così è quando cerchi. Se sai cosa cerchi non troverai mai quello che non cerchi... e che magari è giusto la cosa che conta, no? Per cui è uno strano processo che richiede una grande determinazione, perché implica rinuncia, assenza di certezze. E comodo adagiarsi sul conosciuto, no? Alle otto c'è il treno, alle nove apre la banca, comportati bene, non rubare i soldi, e avanti. Ma se tu esci dal conosciuto e cerchi strade che non sono state completamente battute o, come dico, se te le inventi, hai la possibilità di scoprire qualcosa di straordinario.
Ogni garanzia è una condizione. Se tu vuoi avere la pensione, devi lavorare tutta la vita per avere la pensione. Se tu vuoi avere l'assicurazione malattia, la devi pagare. Ma pagare l'assicurazione malattia vuol dire ogni mese mettere da parte trecento euro. Non sei libero, perché una garanzia è una condizione, è una limitazione.
Ma secondo me c'è in tutte le cose sempre una via di mezzo. Non occorre né rinunciare a tutto, né volere tutto. Basta avere chiaro cosa stai facendo, quali sono i compromessi.
Vedi, tutto quello che dico ti porta a qualcosa che è il mio unico vero contributo, credo: guardare il mondo in un altro modo. Guardalo in un modo tuo, in un modo più sensibile. E lì, meraviglioso. Invece lo guardiamo tutti allo stesso modo e sempre di più lo guardiamo attraverso questi maledetti strumenti tecnologici. Non guardiamo più il mondo com'è e non lo guardiamo con i nostri occhi.