Non più dighe, palazzi di banche, castelli di imperatori. Vorrei dirti di osterie, bordelli, vie in cui gli artisti si sono mischiati a gente di popolo, pellegrini, spettri di soldati senza plotone e finalmente uscire dal centro, spalancare i polmoni in Carso e più in là, nella selva.
Trieste è la città di Maria Teresa, di Miramare, di Sissi, delle regate, dei caffè. Tutto vero. Ma c’è un’altra città: quella di Joyce e di chi, come lui, trascorreva le notti in locali malfamati, in mezzo alla calca umana giunta per cercare fortuna in una metropoli che fino a poco tempo prima era stata un anonimo villaggio. C’era e c’è ancora una Trieste di vicoli, di personaggi al limite tra genio e follia. C’è il Carso, non corpo separato, ma parte integrante della città: labirinto di sassi, boscaglie, doline, foibe, trincee. Ci sono boschi e foreste sterminate, luoghi in cui si è combattuto, ci si è vendicati spietatamente, si sono nascoste prove di stragi feroci, e allo stesso tempo rifugi per vagabondi pacifici, viandanti senza bandiera che non conoscono l’odio. Il selvatico batte alle porte del centro. È una forza selvaggia e liberatoria. Siamo disposti a conoscerla?
Luigi Nacci vive a Trieste. Ha ideato e diretto molte rassegne culturali, tra cui il Festival della Viandanza, parola che ha messo al centro della sua ricerca di uomo e autore. Cammina da solo, oppure con i Rolling Claps, gruppo che ha fondato per riscoprire le antiche vie, e la Compagnia dei Cammini. Ha pubblicato saggi e poesie.
Che Trieste sia una città quasi straniera lo senti dalla prima volta che vai al bar e fai la cosa più naturale per un italiano al bar, cioè chiedi un cappuccino. Puoi essere una persona di mondo, aver viaggiato finché vuoi, ma quando alla richiesta 'un cappuccino', ti senti replicare 'triestino o italiano?' tu ti senti sperduto, non sai più dove sei. Ecco, questo era un aneddoto personale. Ma questo libro va proprio un questa direzione: far comprendere che l'italianitá di Trieste è più che altro sulla carta, che i suoi confini sono stato scritti a tavolino e che non esiste una Trieste, ma ne esistono tante quante le differenti etnie che la hanno popolata nei secoli. L'autore ti conduce in un tour, che poi diventa escursione, che parte dal cuore della città, il molo Audace. Ti fa attraversare i caffè, i palazzi stile liberty che sono così eleganti, facendoti notare che dietro quei palazzi dove oggi ci sono condomini un tempo c'erano prostitute e derelitti, visitati da alcuni tra gli scrittori e i poeti che questa città l'hanno scritta e vissuta (incluso l'irlandese Joice). Poi si esce dalle mura delle città, ci si spinge nel carso e si scopre la Ciceria. Perché Trieste è tanto mare quando montagna. Pescatori e pastori. E qui iniziamo a perderci. La storia ci racconta di popolazioni che vengono, che vanno, contadini schiavi disprezzati ma indispensabili. Avevo preso questo libro nella speranza di comprendere meglio la questione slavi vs. italiani, che è sfociata nelle foibe. In realtà, rimango con i dubbi di prima se non di più. Trieste, e i territori che la circondano, hanno accolto per millenni culture diverse, che hanno coabitato senza mai davvero fondersi. Per questo ancora le divisioni ci sono, divisioni che quei confini a tavolino hanno solo accentuato e hanno di fatto tolto ogni protezione a queste minoranze da una parte e dall'altra del confine. Non sorprende quindi la variabilità di questo confine nella storia. Dare un senso è difficile e richiedere un enorme lavoro. Nel frattempo, l'astensione del giudizio è d'obbligo.
Letto tutto d'un fiato dopo 4 mesi di attesa per il prestito dalla Biblioteca civica. Un bel libro, l'autore , triestino ma di famiglia non triestina, ci presenta la città, ma non solo la solita zona dei turisti, la storia ( soprattutto recente) attraverso una copiosissima citazione di autori locali, di cui è specialista, a me noti, e anche ignoti. Qualche piccola imprecisione, ma in sostanza preciso nelle descrizioni. Ama il Carso e in proporzione dà poco spazio al mare. bello l'incipit che parodia quello del Mio Carso di Slataper. omette però di raccontarci che la casa di Slataper a Ocisla non c'è più . Un libriccino che merita di far parte delle biblioteche della città, lui dice che molte cose pochi le conoscono, mi sembra abbastanza pessimista.
Da Triestina posso dire che questo libro è stata una riflessione continua su certezze che pensavo di avere e invece forse certezze non erano, avrei voluto non finisse mai. Mi ha fatto venir voglia di scoprire ancora di più questa meravigliosa città che ho la fortuna di chiamare casa.
Su una cosa non c’è dubbio: la straordinaria forza di Trieste è data dalla sua natura ibrida. Una città meravigliosa, dove il selvatico entra fino in città e non si può stabilire un confine che li divide. Trieste è una città di confine, ma in realtà non ha confini. L’idea di scrivere questo libro è fantastica, ma purtroppo la resa su carta non rende giustizia. Mi spiego meglio: il libro ha 183 pagine, in cui sono densamente concentrate le informazioni, gli aneddoti, i racconti che l’autore vuole dare. Troppe informazioni e troppo poche pagine, la densità toglie il piacere della lettura in molti frangenti. Il continui movimenti sulla mappa e sugli argomenti rischiano di far perdere la bussola al viandante, pardon al lettore. Non è facile seguire l’autore neanche essendo della zona, mi immagino la difficoltà per chi non è mai stato a Trieste, in Carso, in Istria ecc.
Che bella sorpresa. Ho scoperto tante cose della mia città natale che non basterebbe una vita per vederle tutte. Un po’ confusionario il continuo saltare da un secolo all’altro ma alla fine il ritratto è perfetto.
Libro molto bello e ricco di informazioni. Ho un buon ricordo di Trieste ma non avevo tutta questa conoscenza. Non conoscevo tutti i contrasti di questa terra , sono rimasta affascinata dai tanti aspetti. Non così scorrevole però, serve attenzione su molti particolari.