Roma, fine anni Settanta: un quartiere appena nato che confina con l’inferno, il sogno della casa popolare che diventa subito incubo. Scilla ha quattro anni quando, sul volto di suo padre, vede disegnarsi la rabbia per la vita che li attende. Ma in un luogo dove ognuno ha un dolore a cui sopravvivere, in uno spazio di abbandono che contamina chi ci vive fino a distruggerlo, c’è anche Renata. Ed ecco che quello spazio si dischiude, poco a poco, e quei palazzoni fatiscenti diventano lo scenario in cui nasce e cresce un rapporto fatto di amicizia, desiderio e paura, un rifugio in cui Scilla e Renata si nascondono da una realtà dove nei vasi fioriscono le siringhe e il riscatto si porta sempre dietro la colpa. Perché dove non ci si può permettere di sognare, la vita corrode ogni legame, separa i destini, allontana le persone. Ma lascia, comunque, la speranza di potersi salvare. Il primo romanzo, intenso e potente di una nuova voce italiana.
Nasce a Roma nell’anno dei tre Papi, del sequestro di Aldo Moro e dell’ultima esibizione pubblica di Mina. Lei è quella che parte quando tutti gli altri arrivano, quella che è in anticipo quando tutti sono in ritardo. Si circonda solo di persone intelligenti con cui fare cose stupide. Piange spesso, ma quasi mai per le cose serie.
Ogni capitolo di questa storia è un (meraviglioso, commovente) cazzotto nello stomaco. Scritto in modo vivido e scorrevole, con pennellate che a tratti ricordano IT di Stephen King, mi ha fatto immergere nella vita di Scilla, nella sua infanzia travagliata, nella povertà dei quartieri-mostri di Roma, nell'ignoranza e nella durezza di una periferia abbandonata a se stessa, dove la protagonista cresce come una margherita fra le crepe dell'asfalto. Ho riso, ho pianto, ho girato le pagine senza rendermi conto del tempo che passava, dalla prima all'ultima. Consigliatissimo a chi vuole sentirsi vivo.
Un pugno nello stomaco. Continuo. All’inizio - nonostante il prologo metta in chiaro fin dall’inizio che non finirà bene - ricorda L’amica geniale, con le stesse ambientazioni e l’amicizia tra due ragazzine così diverse tra loro. Poi ricorda sempre di più altre situazioni, altre trame, come Il rumore dei tuoi passi di Valentina D’Urbano.
Un pugno continuo nello stomaco, un grigio continuo, che sfocia nel nero. Un romanzo che - nonostante il continuo senso di angoscia e un destino già scritto - ti tiene incollato alle pagine. Da leggere.
Bello,intenso,ti incolla alle pagine e ti fa amare e odiare i suoi protagonisti.Per quanto mi riguarda quando ti affezioni ai personaggi e alla loro vita,il libro è vincente.
Alcuni libri ti entrano nelle vene. E quello di Enrica è proprio così: un sangue sporco, tossico, violento, malato, che ti penetra sotto la pelle. È difficile trovare originale un romanzo che parla delle disagiate condizioni di vita nella periferia romana degli anni ’80. Questo libro, però, è qualcosa di diverso. È un libro vero, dove si percepiscono gli odori, le facce e i veri suoni di quegli anni. Non è solo la storia di due amiche. Non è solo la storia di Isola Nuova, un quartiere come tanti altri della periferia romana. Questo libro è il manifesto di una generazione. Sono le cicatrici che i ragazzi cresciuti in periferia portano sulla pelle. Le stesse cicatrici che, molto spesso, si nascondono per vergogna. Proprio come i buchi nel braccio di un tossico.
Romanzo ambientato nella periferia più squallida di Roma, come ne esistono a Milano, a Napoli e nelle grandi città del mondo. Quella periferia, quei palazzoni che se non ci sei vissuto li guardi con raccapriccio. Come si fa a vivere così, in mezzo a criminali, drogati, e gente per bene. Molti si adattano e seguono l’onda del degrado; alcuni riescono ad andarsene, portandosi dietro incubi, trovando normalità. Una storia ben raccontata: talvolta si colgono riverberi del genere di Acciaio, della Avallone, ma meno duri pur senza risparmiare immagini crude. Avvincente, nel suo malinconico contemplare le realtà del popolo più sfortunato che si adatta bovino alla quotidianità avvolta nel non voler sapere. Una scrittrice da seguire.
Parla di amicizia, futuri sbagliati, emarginazione, amore e riscatti il libro di esordio di Enrica Aragona, edito da Corbaccio Editore.
Siamo a Roma, alla fine degli anni Settanta, e il sogno di una casa popolare diventa presto un incubo per il padre di Scilla: la bambina arriva nel quartiere a 4 anni con lui, la matrigna violenta e la sorellastra. Sotto i loro occhi increduli, quell’area popolare si trasforma presto in un ghetto e in un inferno rabbioso e senza speranza.
Ma in quel luogo abbandonato, in quella terra di nessuno che contamina chi ci vive fino a distruggerlo, a meno di non riuscire ad andarsene, c’è anche Renata, con una storia ancora più difficile. Quei palazzoni fatiscenti diventano allora lo scenario di un’intensa storia tra Scilla e Renata, di amicizia prima e di amore poi: un rifugio in cui le due bambine, e poi ragazze che diventano donne, si nascondono da una realtà abbrutita e violenta.
E questa rabbia che ci tiene insieme, ci lega più di un fascio di catene.
Così esordisce il libro, citando il verso di una canzone di Ivan Graziani, e non ci sono parole più azzeccate e più vere…
In quel luogo, fra siringhe e degrado, i sogni svaniscono e la vita corrode i legami, separa i destini, allontana le persone. Ma c'è comunque la possibilità di potersi salvare, come accade a Scilla, pur portandosi addosso ferite che non si rimargineranno mai del tutto.
La stessa cosa non succede a Renata, che invece soccombe, vittima di quella realtà e di se stessa, delle proprie debolezze e dei propri demoni. E ci vorrà molto tempo a Scilla – anni – per superare questa perdita e voltare davvero pagina, ricominciare a vivere.
A un certo punto ho capito che dovevo liberarmi di te e c’era solo un modo per farlo, perdonarti.
Un libro intenso, vibrante e potente, che lascia il segno. Si legge tutto d’un fiato e resta attaccato addosso, graffiante e dolente. Lettura vivamente consigliata.
Sangue Sporco è la storia di Scilla e della sua famiglia sghemba; ma è soprattutto la storia di Scilla e Renata in un quartiere che pare impossibile da vivere, che ti permette di sognare solo se lo abbandoni, lasciandoti alle spalle una scia di dolore e malinconia. Un libro che affronta temi significativi mai in modo banale: l’emarginazione, i quartieri popolari, la droga, e lo fa senza mai scivolare nel melodramma o nella caricatura. C’è umanità in ogni riga, calore, ironia… Sono personaggi storti, tutti, contraddittori e vivi. Di cui ti importa subito, per i quali nonostante tutto fai il tifo.
Un romanzo potente, duro, che ti cala nella realtà delle periferie delle nostre città con le storie di famiglia disfunzionali, di droga, di violenza, di vita, di morte ma anche di amore, forse malato o negato e non accettato ma sempre amore. Quello di Scilla per Renata e per la figlia Serena. L’alternanza dei capitoli fra il presente e l’adolescenza della protagonista ti lascia incollato alle pagine e non vorresti più smettere perché vuoi subito sapere cosa succede dopo, come la storia si evolve, come quello che ci si aspetta dall’inizio accadrà e sarà raccontato. Non sono molti i romanzi italiani recenti che riescono a raccontare in maniera efficace e credibile storie di personaggi che in un modo o nell’altro vivono ai margini della società e che affrontano temi di disagio e degrado che tutti, pur dimenticandocene, sappiamo esistere e che comunque riescono a sopravvivere e a trovare il modo di andare avanti.
Sangue sporco di Enrica Aragona. Edito il 23.05.2019 da Corbaccio. Genere: narrativa. 288 pagine.
Scilla, la protagonista di questo romanzo, è una delle protagoniste più cazzute delle ultime letture fatte, o, forse, la più cazzuta di tutte le letture che io abbia mai fatto. É un personaggio che viene fuori da quelle pagine dove è narrata la sua storia e si pianta in una parte di te, tra il cervello e il cuore, e rimane lì, con la sua storia, il suo immenso bagaglio emotivo, per insegnarti che anche dall’inferno si vien fuori se lo si vuole veramente. Perché Scilla è una persona pulita nel bel mezzo di un mondo sporco, anche se, ironia della sorte, è proprio il suo quel sangue sporco al quale il titolo fa riferimento.
Scilla, il suo nome viene dalla città di nascita del padre, nasce in una famiglia sbagliata, per caso. A metterla al mondo è una ragazza con il vizio della droga che, poco dopo, muore di overdose. Il padre si sposa con un’altra donna. I due daranno vita ad una nuova famiglia con l’arrivo di altre due figlie. Ma Scilla imparerà a suon di botte che lei con le sorellastre non c’entra nulla. Quando torna a casa ad accoglierla ci sono solo botte e insulti, per scontare una colpa che non sa di avere, da parte di una matrigna orribile e con un padre che resta a guardare impassibile. Perché nessuno prende mai le difese di Scilla, a parte Renata, la ragazzetta brutta e magra con la quale Scilla farà amicizia appena arrivata nel suo nuovo quartiere. Il vero protagonista di questo romanzo, infatti, è il quartiere popolare “Isola Nuova”, dove tra canne, violenza, droga, mazzate e sirene delle ambulanze va avanti la vita della gente che vive lì, in mezzo all’asfalto e al cemento. È qui che Scilla conoscerà tutto quello che di brutto la vita può farle conoscere, ma è anche qui, che Scilla dimostrerà a se stessa e a noi, di essere migliore di tutto e tutti. Perché Scilla in quel quartiere non ci muore, perché Scilla non cede alla droga, perché Scilla non cede neanche alla violenza e quando lei stessa sarà madre, farà del suo meglio con la piccola e dolce Serena. Insomma, una storia tosta, come lo è la protagonista. Lo spaccato di una realtà che facciamo di tutto per non guardare e che l’autrice ci sbatte in faccia senza concederci la possibilità di voltarci dall’altra parte, almeno non questa volta. Chi segue le mie recensioni sa che non sono molto in grado di apprezzare le descrizioni lunghissime, o per lo meno non quando, a discapito della trama, hanno solo l’obiettivo di colmare una pochezza di avvenimenti. Invece, lo stile di quest’autrice, a mio parere, è perfetto: diretto, senza fronzoli, immediato e, soprattutto, reale. Lo si capisce già dall’incipit, quando ci troviamo in una pasticceria mentre Scilla è alla ricerca di una torta di compleanno. Si tratta di un romanzo d’esordio e… cavolo, non lo si direbbe.
Un romanzo intenso, doloroso, vero come la vita. Gli do il massimo dei voti, ma non lo smeraldo solo perché alcune pagine sono state così forti da farmi veramente male. Ringraziando il cielo, ci sto ancora male quando leggo di una bambina picchiata dalla matrigna fino a romperle le costole, se così non fosse mi preoccuperei.
Io e te eravamo un’addizione che restituiva sempre un risultato sbagliato.
Siamo a Roma, alla fine degli anni settanta, in uno di quei quartieri fatto di case popolari, abbandono, povertà, rabbia, droga e violenza. Qui è cresciuta Scilla. Qui Scilla ha conosciuto Renata. Tra le due un'amicizia difficile da definire anche per loro stesse...
Questo libro ci racconta una realtà della quale poco si parla: quella delle case popolari. In quei quartieri il mondo gira in modo diverso, tutto è più difficile. È difficile avere una famiglia che ti ama in modo sano, è difficile stare lontano dalla droga e dalla violenza, è difficile avere degli amici veri, è difficile amare perché nessuno ti insegna a farlo, è difficile vivere senza perdere se stessi, è difficile andare via. Scilla ce l'ha fatta in qualche modo, ma il bagaglio che si porta dietro è pesante.
Spesso, nel corso della lettura mi sono arrabbiata: avrei voluto prendere a schiaffi alcuni personaggi, avrei voluto salvarli dal loro destino, avrei voluto farli sparire nel nulla, avrei voluto obbligarli ad aprire gli occhi. Certo, "giudicare" da fuori è molto più facile che esserci dentro fino al collo... ma la rabbia mi è rimasta appiccicata addosso assieme al senso di claustrofobia.
Di tanto in tanto una piccola bambina appare a ricordare che "è tutto finito", "i brutti ricordi sono parte del passato ormai" eppure a Scilla quel passato resta... in ogni scelta, in ogni pensiero, in ogni decisione.
Non oso dire altro per non rovinare il filo della trama a chi ancora non lo ha letto, però questo è un libro che vi consiglio per scoprire una realtà diversa, per vedere il mondo con altri occhi, spogliandosi dei pregiudizi, per imparare che se ti vuoi salvare, lo puoi fare solo da solo. Con le tue stesse forze.
Wow. Un libro da pelle d'oca, crudo e amaro. Racconta di storie e atmosfere che sembrano sempre irreali, lontane, da evitare. C'è odio, violenza, brutalità e decadenza. Ma c'è anche amore, amicizia, voglia di riscatto e speranza. Consigliatissimo!
Una storia di amicizia e amore incredibilmente reale, di riscatto dal dolore e di voglia di normalità. Il racconto di Scilla, prima bambina, poi ragazza ed infine donna e della sua lotta per raggiungere la felicità.
Non ti molla un attimo. Sangue sporco è una storia di borgata e di emarginazione, di rinuncia e di riscatto. Un faro sulla fragilità e sulla tenacia umana. Una storia normale narrata con il cuore.