Fin dall'infanzia, il protagonista di questo romanzo rivela un'estrosa inventiva nella ricerca della felicità: e se alle volte, come in occasione della memorabile vincita al casinò di Campione, la fortuna favorisce le sue intuizioni, altre volte è lui a forzarle la mano, per esempio con il ricatto innocente grazie al quale entra in possesso dela prima bicicletta a dodicianni. Il romanzo narra le vicende di un talento sempre in lotta con la fortuna, di un personaggio ora candido e sensibile, ora sventato e disonesto sullo sfondo dell'Italia degli ultimi quarant'anni
Il Talento del titolo è quello di cui è convinto di essere in possesso il protagonista, quello di sapersi barcamenare in una vita che poco gli offre. Ed altrettanto poco è in grado così di offrire lui alla vita stessa: a sua figlia, a sua moglie, agli altri (anche i pochissimi amici saranno scelti solo tra persone cui poter chiedere qualcosa). Un uomo arido, anche se capace di soffrire e di riconoscere le altrui sofferenze, un essere sgangherato nell’Italia sgangherata degli anni del boom, quelli di quando il vero talento veniva riconosciuto principalmente a chi faceva soldi e lo mostrava spendendoli.
Scritto in un italiano ineccepibile, con uno stile elegante ma senza inutili fronzoli, mostra appieno le grandi doti dell’autore e “il suo” talento. Con il pregio di non sbattercelo in faccia spocchiosamente. Tuttavia la storia narrata non è riuscita a catturarmi appieno, pur apprezzandone molto alcuni spunti e alcune scene, raccontate con grande efficacia. Solo per questo non mi spertico nel giudizio “stellare” come per il suo successivo "La furia del mondo".
Che cosa sia il "talento di vivere" di Carlo non è chiaro, data l'esistenza fallimentare che conduce inseguendo il suo "diritto alla gioia" (tutte parole sue). A me ha messo addosso una certa angoscia, ma il libro è bello, scritto pregevolmente, e disegna un ritratto preciso di un'epoca, il dopoguerra e oltre fino a Berlusconi.