Sbarramento di Brennero, fortyfikacje na przełęczy Brenner przy granicy austriacko-włoskiej. 6 kwietnia 1947 roku u wejścia do bunkra znaleziono tam zwłoki mężczyzny. Śledztwo pozwala ustalić jego prawdziwą tożsamość: to dr Gerhard Bast, urodzony w 1911 roku w Gottschee, Sturmbannführer SS, członek gestapo, zbrodniarz wojenny, poszukiwany listem gończym przez policję w Linzu. Ojciec Martina Pollacka.
W rodzinnych opowieściach autora jak w soczewce skupia się historia Europy w pierwszej połowie XX wieku. Martin Pollack zabiera nas w poruszającą podróż po dziejach swoich przodków, składając na naszych oczach elementy nieznanej mu dotąd rodzinnej układanki. Odkrywając swoje korzenie, zadaje sobie pytanie – czy mogło być inaczej? Czy można było zapobiec radykalizacji poglądów krewnych? I dlaczego milczenie rodziny na temat ojca z biegiem czasu stawało się coraz bardziej przejmujące? Ta książka to również uniwersalne rozliczenie się z ciężarem własnego pochodzenia, na które przecież nie mamy wpływu.
Martin Pollack was an Austrian journalist, book author, translator, Slavist and historian. "One of Austria's most distinguished public intellectuals", Pollack propagated a fact-based truth and reconciliation in Austria for WWII crimes, which he saw as lacking in public discourse. Born into a family of devout Nazi supporters and war criminals at the end of World War II, Pollack managed to free himself from the beliefs of his family by way of his secondary schooling in the late 1950s in Salzburg.
La foto appartiene all’archivio di Pollack: i bambini fanno parte della famiglia paterna, con cui non ha più voluto avere rapporti.
I mostri sono tra noi, in casa, accanto, dirimpetto, nel cortile. Hanno sembianze familiari, normali, “banali” (la banalità del male?), non spiccano come quella di Leatherface che ci vuole un attimo a capire è un killer, non vanno in giro brandendo minacciosi una sega elettrica.. I mostri possono essere il vicino di casa, il condomino, il giornalaio, l’insegnante, la bidella, il prozio, la cugina, e perfino il padre.
E infatti arrivò un giorno, che certo non si può definire bello, in cui Martin Pollack, giornalista scrittore ricercatore traduttore, all’epoca (1957) quattordicenne, apprese che la persona che aveva sempre considerato il suo padre naturale e biologico lo aveva invece adottato. Contemporaneamente apprese che il suo cosiddetto “vero” padre era nato e morto nazista, cresciuto in quel nazionalismo germanico, che come tutti i nazionalismi va sempre a braccetto con l’orrore fascista. In questo caso nazista.
Il padre, Gerhard Blast. Il mostro della memoria.
Nonostante una premessa così fulminante, nonostante si appresti a raccontare una storia rovente, il libro di Pollack ci mette del tempo a decollare: per le prime decine di pagine sembra un po’ mordersi la coda, ripetersi senza staccare il salto. Come se Pollack fosse intimidito dalla vicenda – estremamente personale – e dall’assenza di basi e fonti storiche verificabili: tanti dettagli e dati, per lui forse troppi, sono ricostruiti più che documentati, supposti e intuiti più che provati e confermati. Personalmente, non mi pare una mancanza: non mi sembra che Pollack si prenda libertà tali da inventare piuttosto che ricostruire.
Il padre biologico di Martin Pollack è il primo a sinistra.
Però, via via, il racconto si avvicina davvero al suo cuore caldo: a quell’adolescente che un giorno scopre di non essere figlio del padre che conosce da sempre e col quale è cresciuto, ma di qualcuno mai visto, qualcuno che è stato un “volenteroso carnefice di Hitler”. Quando cresce quell’adolescente rifiuta e respinge ogni legame con la famiglia del padre nazista, compresi gli amati nonni, (È stato più facile tagliare i ponti che ascoltare i ricordi della mia famiglia nazista, scrive) e inizia viaggi e ricerche, molto spesso accompagnato da sua moglie, per ricostruire l’operato del padre biologico, per capire quanto si sia comportato da mostro con la svastica. Ecco l’indagine su suo padre indicata dal sottotitolo. Un ottimo esempio di storia che si fa Storia, o viceversa, il micro e il macro si intrecciano alla perfezione.
PS Già prima che iniziasse la guerra 1939 -1945, la burocrazia del terrore aveva sviluppato una predilezione per abbreviazioni che soltanto gli addetti ai lavori erano in grado di decifrare, forse e non da ultimo per tenere nascosto il vero carattere delle istituzioni e degli avvenimenti. In fondo, i campi come quello di Dachau erano attivi già dal 1933. In fondo, dovevano sbrigarsi: in dodici anni (1933 -1945) ne hanno costruiti più di 42.000, non c’era tempo da perdere. Attivismo nazista.
«Mio padre sapeva?» «Non lo so. Non ho visto. Non mi è stato detto nulla. Non ho notato nulla. Non c’ero. Queste e simili frasi ritornano continuamente nelle dichiarazioni raccolte dai testimoni vent’anni dopo la guerra. Amnesia collettiva. Cecità. Sordità. Non sappiamo nulla.»
Sceglie invece di sapere Martin Pollack, che solo da adulto (è nato nel 1944), dopo aver scoperto la vera identità del padre biologico (Gerhard Bast, che fu un ufficiale delle SS e della Gestapo e i 9 marzo 1947 fu ritrovato, ucciso, in un bunker nei pressi del confine del Brennero), e cresciuto da un patrigno che fino all'età di quattordici anni aveva creduto fosse il suo vero padre (in una famiglia di tedeschi di Slovenia che fino alla fine rimase nazista), avvia una vera e propria indagine per ricostruirne la storia privata e la carriera, ma che finisce per rivelarsi anche un grandioso affresco della storia di un’epoca e di una regione, la Stiria austriaca, dove il nazionalsocialsmo tedesco (nonostante nel 1933 l'NSDAP, il partito nazista, in Austria venne messo fuorilegge) iniziò a covare nel risentimento fra i tedeschi e gli sloveni, fino ad attecchire per poi spianare la strada all’Anschluss tedesca.
Dichiarava il nonno dopo la fine della guerra: «Sono nato a Tüffer, che oggi si trova in Jugoslavia, e sono pertanto tedesco della frontiera linguistica, e lì ho trascorso la mia gioventù fino a trent'anni. Per tutto questo periodo tra noi tedeschi e gli sloveni infuriò una lotta durissima per la nostra lingua e la nostra identità e cultura*. La conseguenza naturale di questa lotta fu che noi Volksdeutschen siamo sempre stati nazionalisti - ben prima che vi fosse anche soltanto l'idea della NSDAP - e tali rimaniamo. Un cosiddetto "cambio di colore" non l'abbiamo mai accettato, e ce ne siamo sempre e del tutto tenuti ben distanti.»
Gerhard Bast con i suoi genitori (i nonni di Martin Pollack) ad Amstetten nel 1944
Il lavoro di ricerca e ricostruzione di Pollack (che purtroppo si arena spesso fra l'assenza di testimonianze dirette - egli stesso ammette più volte di non aver mai avuto il coraggio di chiedere direttamente alla madre, al patrigno (di cui portò sempre il nome) e ai nonni paterni - e i documenti distrutti dalla guerra o dai nazisti stessi) è imponente, e la sua voce si colloca fra quella squisitamente intimista di Uwe Timm (Come mio fratello), il bellissimo romanzo di Éric Vuillard (L'ordine del giorno) e le conferenze storiche di W.G. Sebald (Storia naturale della distruzione) sui bombardamenti delle città tedesche e il senso di colpa e l'amnesia collettiva che sembrarono colpire il popolo tedesco alla fine della guerra.
«Nella Germania (e nell'Austria) post bellica le distruzioni prodotte dai bombardamenti rappresentarono un tabù sul quale, come ha osservato W.G. Sebald in Storia Naturale della distruzione, in base a un accordo tacitamente accettato e per tutti ugualmente valido, non si poteva parlare né scrivere. Si parlava e si scriveva soprattutto dell'eroica ricostruzione.»
E interessante è proprio il punto di vista da cui Pollack osserva l'avvento del nazismo, perché anche in questo caso (come già nel romanzo di Vuillard), è quello austriaco, che permette di cogliere il risentimento che già alla fine dell'Ottocento, amplificato oltre che dalla dissoluzione dell'Impero Asburgico anche da un punto di vista dei confini geografici e delle cessioni fatte all'Italia e alla Jugoslavia dopo la prima guerra mondiale, animava i tedeschi di confine, permetteva di covare sotto la brace del nazionalismo perduto, sentimenti di "onore", odio e intolleranza nei confronti degli sloveni, degli ebrei e dei comunisti, creando terreno fertile per tutto quello che di tragico, di lì a poco, sarebbe avvenuto.
«L’onore del tedesco, un uomo d'onore; un comportamento onorevole, tuo padre si è sempre comportato con onore, quante volte ho sentito queste parole, me le inculcava mia nonna. Se qualcuno ti chiede che cosa faceva dì che era consigliere governativo.»
Ho apprezzato molto il tono di Pollack, la sua capacità di mediare la vera e propria indagine con lo stupore e il dolore privato, l'essere persona - figlio e nipote di due nazisti (anche il nonno lo fu, in maniera forse meno decisiva da un punto di vista delle azioni, ma senz'altro anch'egli convinto nelle motivazioni) e storico, ricercatore appassionato non solo per la natura e la spinta privata, ma anche mosso dall'interesse per la conoscenza delle radici della sua famiglia e del suo popolo, le domande che pone a se stesso quando si ferma a sottolineare che suo padre non può essere stato altro di diverso da quelllo che furono tutti gli ufficiali nazisti di cui si hanno invece notizie certe.
Mio padre sapeva che cosa sarebbe successo agli ebrei che mandava a Riga? [...] Mio padre non era più un giovane agente della Gestapo: benché avesse appena trent'anni era già il sostituto del direttore di un grande ufficio della Gestapo in cui confluivano informazioni importanti. Nella sua posizione sapeva con certezza tutto, anche quello che succedeva all'Est.» (in Unione Sovietica, dove si recherà successivamente, quando nel 1942 fu trasferito all’Einsatzgruppe come capo guida di un Sonderkommandos)
Personalmente ho imparato molto, scoprendo una parte di Storia (quella che appunto riguardno la Carinzia, la Stiria inferiore e i paesi di confine a lingua tedesca) di cui ignoravo praticamente tutto, a partire dall'usanza a me del tutto sconosciuta dei duelli di iniziazione studentesca - «Il volto del giovane Bast divenne inconfondibile soprattutto dopo la guerra, quando entrò in clandestinità per sottrarsi all’arresto. Il rito iniziatico propedeutico all’ingresso nelle Burschenschaften, organizzazioni degli universitari tedeschi, gli segnò le guance con due cicatrici chiamate Schmisse. Gli studenti, a cui era già proibito il contatto con gli ebrei, per accedervi dovevano combattere un duello con la spada strettamente regolamentato» (dall'articolo de Il Tascabile su Martin Pollack).
Gerhard Bast studente a Graz, alla fine degli anni Venti. Le medicazioni sul viso sono conseguenza di un duello. Le guance dell’ufficiale delle SS erano solcate dalle “Schmisse”, le cicatrici tipiche degli studenti nazionalisti che si sfidavano con le spade.
«Ma Il morto nel bunker fa parte a sé soprattutto perché la storia di Gerhard Bast (e dell’indagine di suo figlio sulla sua identità) è la storia di un intero pezzo di Europa e delle sue complessità storiche, etniche e linguistiche. Il morto nel bunker è una storia di confini. È una storia di appartenenze e di sentimenti nazionali spesso concimati da rancori silenziosi. È una storia di convivenze spesso difficili tra comunità diverse, in cui si rintraccia quel filo velenoso, quella miccia che ha innescato molte guerre. D’altronde, Martin Pollack getta da anni lo scandaglio nelle profondità della Mitteleuropa e delle sue propaggini orientali. È il suo lavoro. In Paesaggi contaminati ha tracciato una mappa delle fosse comuni che il Novecento ha seminato in tutto il Continente, e dopo aver letto quel libro sarà difficile guardare con occhi sereni un qualunque boschetto, dalla Slovenia all’Ucraina, senza pensare a che cosa potrebbe nascondere appena sotto le sue radici. In Galizia ha offerto il formidabile, vorticoso ritratto letterario di una regione che, di fatto, non esiste più, e il motivo per cui non esiste più è un’altra volta quello: troppi conflitti, troppi spostamenti di confine, troppi eccidi, troppi orrori.» (dalla bella recensione su 24ilmagazine)
Мабуть, якщо ти історик, а твій батько був СС-івцем високого рангу, то у тебе в житті не буде іншого виходу, крім як взятися за ґрунтовне дослідження його життя, щоб пояснити і собі, і людям, як же так сталося і чому. Саме таке дослідження перед нами. Я очікувала просто реконструкцію життєвого шляху батька, а отримала значно більше – широченний зріз епохи. Тут не тільки дитинство батька, не тільки життєвий шлях дідуся та бабусі (також палких прибічників націонал-соціалізму) і не тільки про сімейну справу прадідуся і його родини. У нас є унікальна можливість перенестися на початок ХІХ ст. на нинішній словено-австрійський кордон, міста і містечка якого тоді слугували гарячими точками (так, навіть до крові доходило) і полями битв між словенським (читай: слов’янським ) та німецьким (читай: великонімецьким) населенням. Це промовистий приклад того, як відбувалося загострення ідеї верховенства німецької мови («Багато хто вважав, що якщо його німецькі діти вивчатимуть мову сусідів, це стане загрозою національному духові»), нав’язування «правильності» німецьких традицій («Варто було парубкам із села гонористо гукнути «Жівйо» - щось на кшталт «будьмо» - як німці вже бачили провокацію». Спочатку вони відповідали потужним «Гайль!», потім починали літати пивні кухлі, а за ними кулаки.») та зараження людей шовіністичним поглядом на німецькість як таку, що потім призведе самі знаєте до якого фіналу («Якщо придивитися ближче, то в цьому проблискувало дещо, що через кілька десятиліть реалізувалося з кривавою серйозністю і вбивчою точністю. Витіснення, вигнання, зрештою, винищення чужинців, інакших.») Мартін Поллак часто ставить, я впевнена, перш за все перед собою питання про мотиви вчинків свого батька, про його обізнаність і повноту усвідомлення наслідків його дій. Частина з них одразу знаходить свої відповіді у тексті і, здається, автора це анітрохи не тішить. (Чи знав він? Знав.) Врешті-решт, маю зізнатися, що була спокуса зняти зірку за відсутність карти, бо спочатку просто обурює, як автор кидає свого читача у цей географічний хаос - Тюффер / Лашко, Лінц, Лайбах / Любляна, Амштеттен, Готтше / Кочев’є і т.д. – наче переконаний, що читач давно має знати ці словенські і австрійські території. Та з часом я зрозуміла, що він скоріше не допускає думки, що якщо тема зацікавила вас настільки, що книжка опинилася у вас в руках, то ви полінуєтеся пошукати ці назви на сучасних картах чи (що взагалі ідеально) старих. Тож я побуркотіла, полізла в Інтернет і поставила книзі її 5 зірок.
pisano kao miks reportaže, obiteljske sage i osobnog upliva, martin pollack krenuo je od mrtvog tijela svog oca pronađenog u bunkeru ispitivati svoje podrijetlo i otkrivati ne baš ugodne činjenice unutar svoje obitelji. vrlo lijep pripovjedni stil, ne pretjerano, ali dovoljno emocionalan; suočava te s nekim od najstrašnijih zločina u XX. stoljeću, kojih je njegov otac bio sudionik. ne posve u mogućnosti distancirati se od te priče (bio je malen dječak kad je otac ubijen i nema nikakvih osobnih sjećanja na njega), dao si je truda i skupljao dostupnu dokumentaciju iz arhiva da bi "poravnao" sliku o tom ratnom zločincu koji mu je bio tata. informativno i važno štivo za one koje interesira 2. svjetski rat, nacizam, genocid i povijest njemačke.
Mah… Se Pollack voleva scrivere un libro “ catartico” per liberarsi della memoria di un padre biologico “ingombrante” , spero per lui che ci sia riuscito. Che poi venga presentato come una biografia , non posso essere d’accordo . La " cosiddetta " biografia parte un po’ da lontano : nonni e bisnonni nella Stiria meridionale ( ora Slovenia ) nelle prime quaranta pagine ; prosegue con la storia dell’avvento del nazismo, della guerra e della disfatta. In mezzo tutti i vari gradi raggiunti dal padre nella sua carriera nella Gestapo. Il libro ritorno ad essere biografico nelle ultime trenta pagine ( su 220 pagine ca. mi sembra un po’ poco) ; inoltre è costellato da “ non lo so”, “ non sono riuscito a scoprirlo”, “nessuno ne ha mai parlato in famiglia” etc. Dei crimini nazisti , deportazioni, campi di concentramento e fucilazioni di massa , ne possiamo sapere quanto ne vogliamo in tanti altri libri - io personalmente ho letto già parecchi saggi , molto più esaurienti - e non avevamo bisogno di questo libro di Pollack che non aggiunge nient’altro, anzi . Nel complesso deludente rispetto alle mie aspettative.
E' possibile immaginare la pena costata all'autore scrivere questo libro, che racconta il tentativo di ricostruire le vicende del padre Gerhard Bast (padre biologico, dice Pollack, che non lo conobbe mai e visse sempre con l'altro marito della madre), alto ufficiale della Gestapo e delle SS, prima in servizio in Austria e poi come comandante dei famigerati Sonderkommandos, le unità operative che agivano nelle retrovie del fronte orientale, eliminando i nemici etnico-politici del Reich, con i metodi sanguinari che tutti conoscono.
Nazista della prima ora, come tutta la sua famiglia, nazista fanatico, entusiasta, spensierato, che alterna il servizio a escursioni alpinistiche nelle alpi austriache e bavaresi, di cui l'autore conserva numerose foto ricordo. Non ci sono foto ricordo del suo servizio in Polonia, in Ucraina e in Estonia, dove i reparti operativi delle Einsatzgruppen massacrarono centinaia di migliaia di persone, conservando souvenirs e inviando cartoline a casa, che ritraggono i soldati tedeschi sul bordo di fosse comuni, sorridenti, o mentre strappano la barba a un anziano ebreo, o malmenano qualche disgraziato per una strada di Riga o di Kiev. La Germania sapeva, così è intitolato un bel libro su quanto la società tedesca conoscesse degli orrori che si consumavano a relativamente poca distanza da Berlino. La famiglia Bast sapeva benissimo, il figliolo con la Totenkopf sul berretto e le rune sul bavero dell'uniforme era l'orgoglio di casa, ma dopo la sua morte (avvenuta in circostanze singolari al confine del Brennero) venne imposto il silenzio. Al figlio si ordina di dire che suo padre faceva il consigliere governativo.
La ricerca è stata certamente dolorosa, ma il suo esito mi ha onestamente deluso. Il libro è per buona parte una sintesi delle vicende storiche del nazionalsocialismo in Austria, delle "gesta" dei reparti speciali a est e del dopoguerra, tutte cose note a chi si interessa del tema e che non scoprirà niente di nuovo. Più interessante l'inquadramento offerto dei cosiddetti "tedeschi etnici" (nello specifico, di Slovenia, anche se i più famosi erano quelli dei Sudeti e della Prussia orientale), comunità germanofone insediate da secoli in paesi slavi, nei quali erano minoranza che Hitler diceva di voler difendere. La famiglia paterna (biologica) di Pollack era originaria di un paese sloveno della Stiria austroungarica e il libro offre uno spaccato di una delle tante complicate convivenze tra popoli\nazionalità del vecchio Impero.
Per il resto, poco si capisce dei motivi delle scelte del protagonista, di cui l'autore ammette di non sapere nulla e di aver scoperto ben poco durante la sua ricerca. Era una nazista, come suo padre e sua madre, suo fratello, insomma tutti i Bast lo erano (forse anche sua madre, delle cui idee politiche non parla mai, di sicuro era "compromesso" col regime il patrigno, per il quale comunque Pollack ha solo parole buone, pur ricordandolo come un uomo non molto empatico).
Il libro è certamente ben scritto e ha molti passaggi intensi, ma non va oltre una collezione di fatti storici noti e interrogativi personali irrisolti. Non è molto.
Per me uno dei meriti principali di questo saggio biografico e autobiografico sta nell’equilibrio che Martin Pollack ha saputo coraggiosamente conservare mantenendo il piglio del saggista storiografo dal tratto lucido e cronachistico e senza indugiare in dissertazioni romanzate, nonostante la materia scottante e il rapporto emotivo inevitabilmente doloroso con l’ex Sturmbannfuhrer delle SS Gerhard Bast, protagonista del libro e padre biologico dell’autore (che ha successivamente assunto il cognome del patrigno)
Il dottor Bast è una figura di secondo piano nella gerarchia del nazionalsocialismo, e se la documentazione che lo riguarda risulta scarna e lacunosa, “Il morto nel Bunker” è comunque il frutto evidente di un pervicace lavoro di ricostruzione, una ricerca documentale e sul campo condotta per anni su fonti provenienti da almeno cinque nazioni.
Ciò che mi ha suscitato il maggiore interesse è la ricostruzione del contesto prebellico della famiglia di origine e dell’infanzia e adolescenza di Bast nella regione della Stiria, perché a mio avviso tocca uno dei punti fondamentali della parabola esistenziale di un avvocato di provincia in seguito trasformatosi in comandante di diverse unità territoriali della Gestapo, corresponsabile delle atrocità commesse da tale organo poliziesco in diverse situazioni, soprattutto nei confronti della popolazione civile in Slovacchia.
La Stiria degli anni ’20 è una terra di confine e di forzata coabitazione fra le comunità di lingua tedesca e slovena, un ambiente irredentista forte dei propri pregiudizi, nei quali gli abitanti riconoscono il primo strumento di difesa della loro identità linguistica, culturale, nazionale, razziale, quasi inevitabilmente pervaso da un acceso antislavismo (e dall’altra parte antigermanesimo) foriero di crescenti tensioni che “…preannunciano qualcosa cha alcuni decenni più tardi sarebbe stato messo in pratica con serietà sanguinaria e perfezione omicida. L’esclusione, la cacciata e infine l’annientamento dello straniero, del diverso, dell’ebreo, dello slavo, dello sloveno.”
Quanto al passo successivo dell’esistenza del giovane Bast, presso l’Università di Graz gli studenti, più che la giurisprudenza e il diritto, “…avevano imparato a odiare ciò che stava attorno a loro, lo stato nuovo e debole, il parlamentarismo democratico e i partiti politici, i preti e i bolscevichi, i capitalisti e gli ebrei, le potenze straniere che impedivano all’austria l’anschluss con la germania, gli sloveni, che gli avevano portato via la stiria inferiore; volevano sovvertire la società dalle fondamenta, abbatterla, distruggere le istituzioni statali, tutto avrebbe dovuto essere sottoposto a un energico fuhrer. Obbedienza incondizionata al servizio della comunità del popolo tedesco. La fede nel carattere nazionale. Unità del popolo e purezza”.
Quel che seguirà dopo l’adesione al nazismo, l’entrata in guerra e i rastrellamenti ad opera della Gestapo, è facilmente immaginabile in un crescendo allucinatorio verso fosse comuni, eccidi, fucilazioni e camere a gas; l’orrore contenuto che traspare dall’approccio cronachistico adottato da Pollack si traduce in una domanda cruciale sul ruolo nelle stragi assunto dal padre e nella messa in discussione delle proprie origini.
1. V januári 2020 som bol tri dni v Innsbrucku, a tak som zauvažoval o tematickom čítaní. Pretože som sa nedostal k oceňovanému románu Celý život od Roberta Seethalera, vzal som do rúk absyntovku Smrť v bunkri od Martina Pollacka.
2. Autor v knihe rekonštruuje život svojho biologického otca Gerharda Basta (1911-1947), vysoko postaveného nacistu, člena SS, Gestapa a SD, ktorý mal na rukách krv nevinných Židov, Slovanov, Rómov a rôznych politických väzňov zo svojho dôstojníckeho pôsobenia v Nemecku, na Ukrajine, v Bielorusku a na Slovensku (Ružomberok, Žilina, Senica).
3. Túto knihu poznám z pultov dlhšie, no nikdy som sa k nej nemal, pretože v istom období ma prestali baviť knihy (aj filmy) o nacizme, holokauste, genocíde a pod. Teraz som to však vzal, jednoducho som bol tvrdohlavo zvedavý na rakúske reálie.
4. A tie som, k plnej spokojnosti, dostal!
5. O príbehu Gerharda Basta nechcem nič prezrádzať. A to nielen preto, že sa treba vyvarovať spoilerov, ale aj preto, že by to bolo na celý deň. (Napíšem len, že špeciálne pútavou líniou je fakt, že Pollack prišiel na svet ako nemanželské dieťa, a to v čase, keď bola jeho matka otčimovi neverná práve s Bastom).
6. A tak v prvom rade uvediem to, že ma bavilo skúmať tú vznešenú germánsku nadradenosť - ako spúšťač všetkých zverstiev v knihe opisovaných. Tento autentický pocit však nie je niečo, čo Rakúšania (a Nemci) zazimovali na večné časy v archívoch, u mnohých z nich je to každodenný stav, z ktorého pomeriavajú samých seba s okolitým svetom. Samozrejme, nie všetci, a samozrejme, nie krvilačne ako v časoch, keď rozpútali obe svetové vojny.
7. Našťastie, veľkonemecký postoj je pre autora nepochopiteľný fenomén. Martin Pollack vyrastal v tesnej blízkosti svojich starých rodičov (rodičov Gerharda Basta) a tí až do svojho konca – dokonale oboznámení s činnosťou svojho syna počas vojny - ani o centimeter z neho neuhli. Stará mama na adresu svojho mŕtveho syna dokonca povedala: „Čestný prístup, tvoj otec sa vždy správal čestne, prízvukovala stará mama. Keby sa ťa niekto pýtal, čo robil, tak povedz, že vládneho radcu.“
8. To ma privádza k ďalšiemu motívu: na niekoľkých miestach som čítal a aj samotný Pollack to v niekoľkých rozhovoroch pripomenul, že vyrovnanie sa s nacizmom bolo v Rakúsku nedôsledné, dokonca až povrchné. Samozrejme, úhlavní vojnoví zločinci dostali to, čo im patrilo, no v mnohých prípadoch sa nestalo nič. Jednoducho, spoločnosť si bola vedomá, že odsunutím vojnových zločincov na vedľajšiu koľaj, by nemal kto dvíhať krajinu na nohy. A takto mnohí poškvrnení učitelia, právnici, inžinieri, či bankári (radi) zabudli. Ľudia okolo nich tiež.
9. Až neuveriteľnou správou o rakúskej náture je to, že mnohí z presvedčených nacistov boli vzdelaní, dobre situovaní, a zásady bontónu a vkusu ovládajúci ľudia. Napokon, Gerhard Bast bol jedným z nich. Aký to rozdiel od našich súčasných „náckov“.
10. Samozrejme, oba prístupy sú choré, ani jeden nie je lepší ako ten druhý, pričom ten nemecký ani náhodou necharakterizujem ako sofistikovanejší. To len ich východiská sú odlišné.
11. Je to podivný kraj to Rakúsko. Na jednej strane dokonale uprataný, na druhej strane dokonale sterilný (obzvlášť v nížine popri Dunaji), na jednej strane mimoriadne cudný, na druhej strane mimoriadne zverský, na jednej strane neuveriteľne idylický, na druhej strane neuveriteľne výkonný. V mnohých ohľadoch však nasledovaniahodný. Už len cesta vlakom z Viedne do Innsbrucku (a správanie sa personálu v ňom) je veľkým zážitkom.
12. A na záver to najpodstatnejšie: Smrť v bunkri je výborná kniha. Pollack ju napísal ukážkovo: citlivo, rozvážne a hlavne bez pátosu. Takto na prvú mi vychádza, že z textu nič neodstávalo, ani mu nič nechýbalo.
"Až oveľa rokov neskôr mi začalo dochádzať, v akej zradnej idyle som žil. V skutočnosti som vyrástol pod temnou hviezdou. Svet dospelých okolo mňa, ktorý mi mal zabezpečiť pocit istoty, bol silno traumatizovaný a len s vynaložením najväčšej námahy sa mu darilo pred nami deťmi budiť dojem normálnosti," napísal Pollack v eseji o svojom neznámom otcovi. Túto myšlienku ďalej rozvinul v knihe Smrť v bunkri.
Opísal svoju rodinu, ktorá si minulosť rada prispôsobovala, fungovanie sveta stručne vysvetľovala a nepripúšťala žiadne protiargumenty. "Američania boli svine. Francúzi boli svine. Židia, samozrejme, takisto. Aké jednoduché! Svine Česi našich úbohých SS-Manov vešali za nohy, posťažovala sa stará mama, keď som ako sedemnásťročný oznámil, že chcem ísť na výlet do Prahy."
Pollack sa s históriou rodiny pokúša vyrovnať, študuje staré fotografie, otcove denníky, rakúske a nemecké archívy. To najdôležitejšie mu však rodina sama nikdy nevysvetlila, o takýchto veciach sa totiž doma nehovorilo. Najviac ho preto ďalej trápilo, prečo sa pre kariéru gestapáka rozhodol práve jeho otec. "Čosi viem od svojej starej mamy, ktorá o ňom zriedkavo zvykla rozprávať. Išlo výhradne o neškodné zážitky a neopodstatnenosti, akoby si nebola celkom istá, s čím sa mi zdôveriť a čo radšej zamlčať." Nakoniec pre väčšinu svojich otázok nenašiel odpovede.
Tre stelle perche' descrive egregiamente la storia di una "famiglia di frontiera" nella Stiria inferiore, prima appartenente all'impero asburgico e poi, dopo la Prima Guerra Mondiale, assegnata all'odiata Slovenia. Piu' che la ricerca sull'identita' del padre, di cui Pollack alla fine non riesce a ricostruire un ritratto soddisfacente, e' un grande affresco sulla sua famiglia e sugli anni che vanno, appunto, dalla dissoluzione dell'impero asburgico alla caduta del nazismo. Un consiglio alla casa editrice: questo genere di libri dovrebbe essere digitalizzato, ho sentito tantissimo la mancanza della mia amata Wikipedia per esplorare meglio i luoghi ed i fatti descritti nel libro, la cartina all'inizio e' un po' miseranda.
Se da un lato la tematica della resa dei conti con il nazismo della propria famiglia (e in particolare del padre), per quanto ben trattata, risulta un po' debole - tale resa dei conti nei fatti non avviene mai, finchè nonni e genitori erano in vita l'autore non riusciì mai a trovare il coraggio effettivamente di porre le domande scottanti - dall'altro il libro segue una linea cronologica tale da fornire un quadro completo dell'ascesa del nazional socialismo e della fine del "mondo di ieri".
In effetti è quasi più interessante la prima parte dello scritto, nella quale Pollack, risalendo ai propri bisnonni e alla situazione di convivenza decisamente conflittuale tra etnie tedesche e slovene nella Carniola di fine '800, mette in mostra quelle che sono le basi dell'odio che sarebbe stato. Meno, ma perchè forse tutti ne sappiamo già di più, la narrazione di quello che fu il nazismo.
Sono narrati benissimo gli sconvolgimenti dati dalla prima guerra mondiale, la ritrovata pace che fin dall'inizio si mostra fragile e la discesa agli inferi della seconda guerra mondiale. Il tutto seguendo la parabola del padre, comandante della Gestapo a Graz e poi mandato in missione sui vari fronti orientali: "ma si rendevano conto?" è la domanda retorica che più volte l'autore si pone, come tutti noi; tutte le volte però rimane senza risposta, come tutti noi.
Доктор права Ґергард Баст, батько Мартіна Поллака, був переконаним націонал-соціалістом і керував підрозділом гестапо в австрійському Лінці, одному з "важливих міст Фюрера". Після аншлюсу в його стрімкій кар'єрі одна за одною змінюються посади, що супроводжувались сотнями смертних вироків. Мартін Поллак народився у 1944, а доктора Баста застрелили в бункері на кордоні між Австрією та Італією в 1947. На питання про батька його баба відповідала, що той "був урядовим радником, ідеалістом, порядною людиною". Порядною? І що означала для нього гуманність, яку приписували йому окремі свідчення? Крім приватної історії, Мартін Поллак детально розповідає, як Австрія та Словенія стали частинами "Третього Райху", якими були алгоритми дій нацистів в окупованих містах, що не всі гестапівці були антисемітами, бо більшість "вважали себе прагматиками, інтелектуалами. Холодні, дистанційовані і від того більш ефективні". Роздратування від величезної кількості героїв і географічних назв, які згадуються то у словенському, то у німецькому варіантах, після п'ятдесятої сторінки поступилось місцем цікавості аж до враження, що то одна з найкращих книжок, прочитаних останнім часом.
Un taglio forse troppo documentaristico. Avrei preferito qualche considerazione di carattere personale anche s emi rendo conto che indagare (e scoprire) sui trascorsi del proprio padre come alto gerarca della Gestapo e delle SS deve essere destabilizzante per cui il taglio documentaristico è forse una forma di difesa, un modo di rendersi 'impermeabile' rispetto alla scoperta degli eccidi commessi dal proprio padre.
Deti, nerobte zle, lebo potom budete mať deti, ktoré sa za vás budú hanbiť a ešte aj knižky o vás písať. Martin Pollack sa s odkazom svojho otca-kriváka-nacistu vysporiadal knihou, v ktorej podrobne zmapoval jeho život bez náznaku ospravedlňovania jeho činov. Takto nejako by sme sa mali vysporadúvať s minulosťou. Relativizovanie v zmysle 'taká bola doba' je cesta do pekla.
Got more interesting as it went on. Some of the earlier back story I felt was irrelevant and not necessary. I realise it is a true story but felt it ended in a bit of sharp and weird way with no further explanation. Overall an interesting family story of which there were probably many but few that are documented.
Keď čítam niečo hrozné, tak sa sústreďujem iba na obete, spisovateľ je väčšinou sprostredkovateľ, ktorý sa nám snaží priblížiť ľudské osudy (áno, nájdu sa aj výnimky). Smrť v bunkri bola sčasti autobiografia, takže čitateľ súcití s obeťami, ale tiež so samotným Pollackom. Toto vami pohne. Hlavne keď sa budete pokúšať analyzovať autorove myšlienky...
Spesso si dice che i figli non si scelgono e che non è detto che l'educazione dei genitori possa influire in modo deterministico sulla buona riuscita della prole. È anche vero il contrario però: non sempre i figli possono sentirsi orgogliosi dei loro genitori. Quando scopri che tuo padre da giovane sposava le idee nazionalsocialiste e che in età adulta arrivò addirittura ad indossare l'uniforme delle Gestapo, la delusione potrebbe raggiungere livelli così profondi da decidere di non voler portare il suo cognome. È quello che accade a Martin Pollack, autore del libro. Figlio naturale dell'ufficiale Bast, Martin scoprì solo da adulto di essere stato il frutto di un amore extraconiugale che la madre aveva vissuto con un ex ufficiale delle SS. Decide, a distanza di più di 60anni, di ricostruire la biografia del padre. Tra indagine e memoria scopre che il padre, in quanto SS, dopo la fine della guerra era andato alla macchia e cercando di mettersi in salvo varcando la frontiera italo-austriaca, era stato freddato da un contrabbandiere cui si era affidato per raggiungere Innsbruck dove lo attendeva l'amore della sua vita, la mamma di Martin. Nella notte del 9 marzo del 1947 finisce la vita intensa di questo papà cosi discutibile, che aveva con tanta dovizia eseguito gli ordine di distruzione imposti dall'alto. Il suo corpo rimane nel Brennero, in uno dei bunker creati da Mussolini anni prima. Oltre a scene raccapriccianti di barbarie umane compiute ai danni di ebrei, zingari, sloveni e nemici politici, il libro permette di conoscere un po' di più le intricate vicende di un territorio di difficile convivenza civile in cui le varie etnie e le diverse annessioni territoriali avvenute tra la Prima e la seconda guerra mondiale avevano portato a inutili rivendicazioni scioviniste e ad appartenenze etniche discutibili fondate su concetti di superiorità scientificamente non dimostrabili.
U jednom bunkeru u Južnom Tirolu 1947. godine pronađen je mrtav čovjek. Imao je prostrijelne rane na glavi i prsima. Na osnovi tetovaže na ruci i brazgotina na licu, nastalih u studentskim dvobojima, ustanovljen je identitet ubijenoga: to je Gerhard Bast, gorljivi nacist, vođa SS- ova jurišnog zdruga i pripadnik Gestapa. Pola stoljeća kasnije na mjesto ubojstva dolazi Martin Pollack kako bi istražio okolnosti ubojstva. Pollack je jedva poznavao ubijenoga, ali su oni su krvno povezani: Bast je Pollackov biološki otac! Hladna, objekivna, gotovo forenzička istraga pokazuje Basta u pravom svjetlu. Odgovoran je za deportacije Židova i narodnih neprijatelja u koncentracijske logore, a kao pripadnik i časnik u Einsatzgruppen vjerojatno je i sam sudjelovao u egzekucijama i naredbama za masovna ubojstva u Sovjetskom Savezu. U pozadini šokantne priče o Bastu i njegovoj obitelji ocrtava se život u austrijskoj i slovenskoj provinciji uoči i za vrijeme Drugoga svjetskog rata. Vrhunska dokumentaristička proza s dramatičnim akcentima. 4.5
How to deal with a father who happened to be an elite Nazi and murderer? Pollack tried writing to heal from this trauma. But those readers who expect dramatic direct confrontation or psychological analysis will be disappointed. When Pollack became seriously interested in the Nazi past of his family, most of the main characters were already dead. That’s why Pollacks research depended mainly on fragments from childhood memories and historical archives, which can hardly explain personal motives for becoming a Nazi. Nevertheless, this book is extremely interesting.
By exploring history of his family and local Austrian area, the author shows that extremists are not necessarily raised in some disrupted families or born in poor conditions. On the contrary, they often belong to educated, privileged middle class. In the book, you won’t find any sadists or psychopaths, but attentive fathers, sportsmen, and good neighbors. And yet, those amiable people can commit most horrific war crimes. The very same problem can be viewed from a different angle: what makes an individual, raised in a family of devoted Nazis, become a humanist like the author himself? This is not a simple question to answer, but the genuine search process itself can be very liberating.
Excellent book about Martin Pollack's journey to find out more about his biologoical father and more about his family journey in pre and post WW2.
He wanted to find out why his father was discovered murdered in a military bunker close to the Brenner Pass in 1947. One of the infamous ratlines for Nazi War Criminals to escaped the closing circle around them.
He wanted to know his father Dr Gerhard Blast former head of the Gestapo in Linz, a wanted war criminal. It was a journey for him discovering the real father and the unspoken crimes that he committed in the name of National Socialism.
It writes his fathers story from growing up in Austria, to the eastern front and back again. Where in the official Gestapo records nothing really happened, but from other records death followed whereever his father and those under his command went.
The book ends when he meets the family of the man that killed his father.
Doslo u mna k hlbokemu nedorozumeniu. Nejak som nadobudla dojem, ze to bude vylucne o SSakoch na Slovensku. Nie uplne, Slovensku je venovana len jedna drobna kapitola. Cele je to o tom, ze sa autor v jednej linii snazi zistit viac o korenoch nacizmu a patra po spolocenskych zmenach od konca 19. storocia. V druhej, hlavnej, linii je to mapovanie zivotnej drahy jedneho nacistu, autorovho otca. Je zrejme, ze kniha je urcena pre rakuske publikum a mozno prave preto sa mi zda zaujimava. Pretoze podava uplne iny pohlad na aky som ja, suc slovenska citatelka, zvyknuta.
«Він завжди був порядним, людиною честі», - саме так казали родичі автора про його батька. Мені дуже сподобалось. Поллак не просто переповідає історію свого батька - члена СС та командира зондеркоманди, він намагається прослідкувати коріння нацизму та зрозуміти, як «порядні та чесні» люди перетворювались на злочинців. На прикладі своєї сім’ї автор також показує, що ще дуже довго після війни чимало австрійців зберегли свої погляди та вподобання, не розкаявшись, не зрозумівши нічого.
Extremely interesting! Pollack is analyzing Nazism through his own family's awkward history. A child of a Gestapo officer, Nazi grandfather and anti-Semitic grandma, Pollack is a curious case. In his search of truth and facts he meets the strange behavior of post-war Germans: "I didn't know that", "I didn't take part", "Das war ein Befehl!". A great, though scary story!
Przedstawianie historii pojedynczych ludzi, w tym wypadku rodziny autora, jest o wiele ciekawsze niż sucha historia polityczna. Martin Pollack skupił się na odkrywaniu nazistowskiej przeszłości swojego ojca, zbrodniarza piastującego rozmaite ważne funkcje w nazistowskich organizacjach, a który po wojnie ukrywał się przed wymiarem sprawiedliwości. Mikrohistorie ukazane są na tle przemian społeczno-politycznych. W pierwszej części książki Pollack opowiada o skomplikowanych relacjach Austriaków i Słoweńców, co przerywa często opisami miejsc, przyrody i wrażeń z dzieciństwa. Druga część jest bardziej wartka, okazuje się, że cała rodzina była zarażona nazistowską chorobą i z tej choroby nie wyleczyła się nawet po wojnie. W rozmowach pomijano temat Żydów, rasizmu, pojawiało się wręcz poczucie wyższości wobec narodów Wschodu i mówienie o sobie jak o ofiarach. Pollack pisze, że zerwał relacje z rodziną po tym jak podjął studia w Warszawie, a babcia pewnego razu napisała mu w liście, że nie zaakceptowałaby jego małżeństwa z Polką, a tym bardziej Żydówką. Temat braku poczucia winy za zbrodnie systemu, który ta rodzina pomagała kreować również pojawia się w rozważaniach autora. W książce są też przerażające i tragiczne opisy masakr dokonywanych przez oddział, którym dowodził ojciec Pollacka. Oddział ten zajmował się między innymi zwalczaniem partyzantów i szukaniem ukrywających się Żydów aż do ostatnich tygodni wojny... Autor zwraca też uwagę, że nazizm nie ograniczał się do jednej partii i nie był wyłącznie wymysłem Hitlera. Już od drugiej połowy XIX wieku w Austrii istniała niechęć do demokracji parlamentarnej, dopuszczenia do udziału w rządach nie-germańskich obywateli Austro-Węgier (zwłaszcza Czechów) i uwielbienie dla Prus. Po rozpadzie monarchii habsburskiej szybko powstały stowarzyszenia opierające się na rasizmie, zwłaszcza antysemityzmie. Kiedy Hitler spisywał swoje przemyślenia, miał już przygotowany grunt dla realizacji swoich planów. Poparcie społeczne dla zakazanej w Austrii NSDAP pod koniec lat 30. było już tak duże, że rząd austriacki nie był w stanie dłużej opierać się żądaniom Hitlera. Jest to książka pełna refleksji, wielowymiarowa. Nie sposób opisać tu wszystkich wrażeń i przeżyć towarzyszących lekturze. Mam jedynie uwagi do redakcji. W jednym akapicie mamy niekonsekwentne wyrażenia "na Słowacji", w innym "w Słowacji". Poważny błąd wystąpił w odmianie nazwy słowackiej miejscowości Donovaly, która nie jest w ogóle odmieniana, co brzmi jakby to była nazwa jakiegoś irlandzkiego miasteczka. I tak mamy tu "pojechali do Donovaly", "W Donovaly znajduje się", "Donovaly było". Przecież to nazwa, która powinna odmieniać się według wzoru "Donowały".
I honestly didn't "get" this book. I love non-fiction, but this was mostly just an endless naming of places (in several languages) and people. The story about "the dead man in the bunker" got entirely lost in these repetitions. It did have its moments though where the story was given time and place to shine, mostly in the last fourth of this book. But there are many many books about the second world war and its various murderers, also written by children or family of the subject. I'd pick on of those in stead and skip this.
Upravo se spremao da ovu knjigu ocijenim na goodreadsu, kad na portalu Jutarnjeg da je baš danas pisac ove knjige preminuo. Sorry Martine, nije me se tvoj libar dojmio, nekako mi je feeling zbrdozdolan. 🤷♀️
Táto kniha predstavuje veľmi špecifický druh literatúry. Poukazuje na to, že aj páchatelia tých najhorších zločinov majú ľudskú tvár. Je výstražným prstom, aby sme boli ešte obozretnejší pri výbere ľudí, ktorých si pustíme do života aj tých, ktorých pustíme k správe krajiny. Desí ma, koľko paralel s dnešným svetom som našla.
Obdivujem autora, že napriek všetkému, čo o G.B. vie, ho dokáže nazývať otcom.
Keďže kniha nie je písaná úplne chronologicky, miestami to trošku spôsobovalo zmätok, ale nebolo to nič veľmi rušivé.
Jediné, čo ma na tejto knihe trošku rozhodilo, je obal. Mala som veľmi zvláštny pocit, keď som po svete chodila s knihou, ktorá má na obale fotku človeka v nemeckej uniforme z druhej svetovej vojny.
Podľa mňa oveľa lepšie napísané, celistvejšie ako Americký cisár. Dychberúce dielo, v ktorom sa autor snaží rozkryť neuveriteľne zložitú mozaiku jeho rodiny, presnejšie postavenie jeho biologického otca a práve celú túto vetvu, rodiny ktorá pochádzala z dnešného Slovinska, na hranici etnických Nemcov(Rakúšanov) a Slovincov, poznačenú rokmi bojov medzi sebou a vetva, ktorá bola až do smrti všetkých členov tak oddaná myšlienke národného socializmu... Nikdy mu totiž nezabudli pripomenúť, aký bol jeho otec slušný a čestný človek, oddaný pravidlám a poriadku... A popritom tento človek, stál za vraždami, transportami do vyhladzovacích táborov, utrpením tisícov... v šialených časoch vojny, je aj nemysliteľné štandardom...