La pericolosità della parola
Nell’Iphigenie di Racine il ruolo da protagonista lo ha la parola in quanto tale. Tutti i personaggi principali della tragedia: Achille, Ulisse, Agamennone, Ifigenia, Erifile, Clitemnestra, sono personaggi che sono chiusi nel loro confine verbale.
L’erotico, in Racine, è lasciato agli sguardi, forse per una questione di auto-censura o forse per una questione di bienséance generale. Certo è che però non è possibile per me mettere da parte queste due cose: come se la passione fosse qualcosa che va aldilà dell’inganno, in una sorta di sincerità animale, che parla un’altra lingua e che, dovendosi tradurre a parole, fallisce nella miseria della confusione.
In più parti della tragedia (si vedano le scene 6 e 7 dell’atto II, dove c’è un climax in questo senso) la maggior parte dei personaggi ha una percezione della realtà completamente errata per via delle parole stesse. Ifigenia crede di non essere amata da Achille e che lui ami Erifile, Achille crede di non essere amato (seppur brevemente) da Ifigenia. Lei crede anche che suo padre sia stato freddo con lei per il semplice motivo di non volerla vedere addolorata per la delusione di Achille. Clitemnestera è offesa dalla bugia: Achille è un traditore.
In questa generale coltre di inganno due oggetti/soggetti permangono nell’apparente verità: una, Erifile, che è il male, è lo specchio totale di Ifigenia; l’altra è il sacrificio: esso stesso, però, è una bugia, nasconde in sé una bugia. A questo punto della tragedia lo spettatore non lo sa, per cui percepisce sarcasmo oscuro dietro le battute veloci della fine del secondo atto.
C’è una grande e profonda pena per ognuno dei personaggi: potrebbero risolvere i loro problemi ragionando sul parlato, sulle parole degli oracoli, sui rischi delle parole, ma questo non avviene mai. Le parole nascondono bugie, si permeano con le passioni, gli amori, gli odi creando una costante situazione di incomunicabilità. La figura di Calcante, che non appare mai in scena ma è sentita così centrale, ricorda la figura della morte, del non conoscibile: sai che c’è qualcosa che ti punta un coltello al fianco, qualcosa di inesorabile che sta avvenendo proprio nel momento di ogni tuo respiro e non ti è né visibile né evitabile. Lo sai, eppure cerchi di combatterlo, ignorarlo, affrontarlo.
Calcante è anche, in fondo, la verità fallace, la verità che sfrutta la sua forza comunicativa sul popolo per far presa sull’incoscienza generale. E il popolo è la massa informe ed emotiva, irrazionale, religiosa: non appena il popolo sa della necessità del sacrificio, nulla può fermare i tumulti e le proteste.
In fondo Iphigenie è il trionfo della bugia della parola sulla carnalità dell’essere umano. Ifigenia è vittima della volontà di gloria del padre Agamennone (come mai potrà essere glorioso dopo l’ultimo atto? Dopo che Achille, un guerriero a lui minimamente fedele, ha soppresso il suo intero campo, dopo che si è dimostrato così indeciso e indegno? La gloria di Agamennone è un’illusione, una menzogna); dei modi subdoli di Ulisse, che tanto ha spinto il re a sacrificare sua figlia, che sembra essere tra tutti il più capace con le parole, come se da esse potesse svelare la sua egotistica verità, ma che è costretto a scusarsi sul finale con Clitemnestra per il suo errore di valutazione (l’eroe che per eccellenza conosce le parole, sa usarle, sa convincere, in Racine fallisce completamente, risulta un povero mostro vittima del suo stesso inganno); degli dei, che non danno mai spiegazioni, che non chiariscono, che parlano in modo misterioso (la lingua di Dio, la lingua degli dei, è la nostra stessa lingua? Se non possiamo esserne sicuri, non c’è sicurezza di nulla.
Un’altra parola chiave è inesorabile. Perché l’andamento degli eventi, lo scorrere generale, sembra appunto inesorabile agli occhi dello spettatore: inesorabile è che Achille sfrutti tutta la sua potenza (non forza brutale e basta, ma letterale potenza), inesorabile è che Agamennone cerchi di uccidere sua figlia e così via. Non c’è assolutamente nulla che si possa fare – tutti i tentativi di cambiare il destino finiscono e cadono nel nulla.
È la condizione giansenistica dell’essere umano: non è assolutamente mai possibile essere fedeli a se stessi, giusti in qualche modo, salvabili. Ogni personaggio è in effetti criticabile fino all’estremo.
Tutti i personaggi dell’Iphigenie sono vittime delle loro passioni: ma che cosa sono le passioni in Racine? Sono qualcosa a cui non solo il destino non può rispondere, ma nemmeno l’identità stessa.
Sebbene ci troviamo in un’epoca storica a confine con l’illuminismo, che metterà alla guarda dalle emozioni e dai loro rischi, non solo i personaggi raciniani non possono rispondere al destino, né cambiarlo, non possono cambiare l’inesorabilità del sacrificio, del potere, della forza divina; essi sono portati a bruciare in passioni, emozioni, che li guidano, incontrollati, su tutta la scena. La condizione raciniana degli esseri umani è una condizione miserabile, perché questi personaggi lasciano scorrere la loro vita senza controllarla minimamente in nessun momento.
Il finale, con Achille che sorge sull’altare (scena raccontata, non mostrata), con Calcante disperso, con il caos più assoluto, con la morta di Erifile e il plauso generale. Erifile è senz’altro il male personificato, ma sempre una persona sventurata; sventurata in se stessa e fuori. L’impossibilità di potersi emancipare dal proprio sangue, dalla propria ombra, dalle proprie passioni rende Erifile un personaggio dannato agli occhi di spettatori attuali, un qualcosa che fa paura. E se fossimo anche noi incastrati e condannati a vivere nel costante errore?
Questo è il suggerimento di fondo. La tragedia raciniana infonde un dubbio immenso sulla statura dell’essere umano, sulle sue possibilità, sul valore delle sue scelte.
In questo senso oggi è praticamente una tragedia eretica e inaccettabile per noi. Credo sia un capolavoro che non smetterà mai di darci da riflettere.