Il romanzo inizia con il funerale di Edith, l'amica di giovinezza del protagonista, un medico specialista in malattie nervose, che torna per l'occasionenella città dove è nato e cresciuto. L'incontro con i parenti e in particolare con la sorella di Edith, rimette in moto i sentimenti di allora e dà il viaalla trama. Alla storia di amore, amicizia e ricordi, si intreccia quella dellavoro in ospedale e dei pazienti più seguiti dal protagonista, affetti da unmale che fa perdere la memoria e la lucidità mentale
Originario di Cosoleto (Reggio Calabria), si laurea in lettere a Roma presso l'Università degli Studi La Sapienza, con una tesi su I Malavoglia di Verga e vince un dottorato di ricerca presso l'Università di Parigi I Panthéon-Sorbonne.
Si dedica quindi con fortuna alla critica letteraria per poi approdare, poco più che trentenne, alla narrativa. Nel 1993 esordisce con il romanzo 'Agosto', nel quale si caratterizza subito per una prosa lucida e straniante, che coinvolge i lettori senza mai cedere a compiacimenti o puntare a facili artifici letterari. Nel 1996 viene pubblicato 'Il comando', seguito nel 1998 da 'L'assedio', nel 2002 da 'L'apparizione' e nel 2005 da 'Libera i miei nemici', sofferta analisi psicologica che declina il tema del terrorismo con quello più privato di un complesso rapporto tra fratelli. Pubblica articoli e racconti sulle riviste Nuovi argomenti, Linea d'ombra, Paragone e L'indice. Collabora alla Repubblica, L'Unità e Il Messaggero.
Una precisa scelta etica lo aveva portato nel 1998 alla decisione di rinunciare alla carriera universitaria per insegnare presso la scuola femminile del carcere romano di Rebibbia, un'esperienza che lo coinvolgerà profondamente, e che in parte emergerà anche nei suoi romanzi.
Mentre sta preparando l'uscita del suo ultimo lavoro, 'Per il tuo bene', muore a Roma in un incidente stradale a bordo del suo motorino nella notte tra il 17 e il 18 luglio 2008. Il romanzo uscirà poi postumo nel 2009.
È strano quello che mi sta succedendo con Rocco Carbone: non lo conoscevo affatto prima di leggerne nel breve ricordo di Trevi, forse lo avevo solo sentito nominare di sfuggita quando già si iniziava a parlare della pubblicazione di Due vite. Mi ha colpita il racconto che ne fa Trevi (così come mi ha colpita la figura di Pia Pera, di cui invece avevo già sentito parlare, soprattutto nel periodo della sua morte e della pubblicazione postuma di Al giardino ancora non l'ho detto) al punto da decidere di volerlo leggere per saperne di più, per scoprire quanto del suo carattere ombroso fosse presente anche nelle sue parole. Non riuscendo a scegliere un titolo in particolare, perché tutte le opere alle quali Trevi accenna mi invogliavano alla lettura, ho deciso di prenotare in biblioteca i primi due titoli seguendo l’ordine cronologico di scrittura: Agosto e "Il comando". Sono due opere brevi, brevissima la prima, che pur iscritta in una cornice unitaria si compone di brevi racconti che risentono dell’atmosfera sospesa e calda di un’estate solitaria trascorsa in città del protagonista, un giornalista, che per età e inclinazione alla solitudine sembra corrispondere all’autore stesso, e agli incontri personali, o legati alla sua professione, che il suo frequentare luoghi che vivono anch’essi della sua stessa sospensione lo portano a fare nei pochi luoghi ancora aperti in città.
"Il comando", invece, si può definire un romanzo breve a tutti gli effetti, ammantato di una malinconia di fondo, di un’assenza di compiutezza della figura del protagonista e io narrante della storia, che ancora coincide con Carbone, con l’idea di Rocco Carbone che mi sono fatta, con l’idea di Rocco Carbone che Emanuele Trevi mi ha trasmesso.
Dicevo è strano quello che mi sta succedendo, perché per due volte su due non so cosa scrivere di questi due brevi libri, ma mentre nel primo caso lo attribuivo alla brevità della lettura e al primo incontro con l’autore, dopo la lettura di queste pagine mi accorgo di essere stata colpita dal fascino della scrittura, dal chiaroscuro dei pensieri e dei comportamenti del protagonista - del quale si riesce a percepire una continua tensione emotiva - di essere stata risucchiata in una storia che inizialmente sembra poter raccontare qualcosa di diverso da quello che occupa invece la maggior parte delle pagine; pagine in cui ci si trova a leggere di una malattia, mai nominata, che sembra essere Alzheimer, demenza senile, altro, che con empatia e minuzia il protagonista, un medico ospedaliero, racconta, descrive, esamina insieme a noi, ma di essere incapace di scriverne come travolta da tanta dolorosa bellezza. È come se il racconto di Carbone, che inizia con un funerale nel paese di origine e - attraversando la breve storia dei suoi studi, della laurea e del matrimonio, che culmina con l’inizio della carriera ospedaliera e imprime alla sua vita una routine che lo accoglie come un bozzolo dal quale non vuole e non può uscire - con un funerale e una morte si conclude, racchiuda in qualche modo tutto il senso della vita, dalla memoria al distacco, alle aspettative, agli incontri che imprimono svolte improvvise, alle ombre che l’attraversano, alla realtà di quello che diventiamo e siamo fino alla nostra fine, al nulla che spesso ci resta fra le mani; alla polvere luminosa che ci scivola fra le dita e che per questo ci sconvolge. Bello, mi ha lasciato addosso una sensazione di strana e misteriosa bellezza, oltre al desiderio di continuare a leggere le opere di Rocco Carbone.
«Logoteta era un camminatore infaticabile. Passava almeno tre, quattro ore al giorno a passeggiare in città, attraversando i quartieri, seguendo dei suoi particolari itinerari, che aveva elaborato nel corso degli anni e che erano fatti di tappe ben precise. Era uno dei pochi che riusciva ad attraversare quasi tutta la città senza percorrere strade frequentate dalle macchine, per parchi e giardini, o spazi pedonali. Era uno dei suoi vanti. A chi gli chiedeva il perché di questa sua ostinata predilezione, che coltivava ormai da anni, il professore rispondeva dicendo che solo i pensieri nati camminando hanno un valore, che la tendenza originaria del genere umano era il nomadismo, che, insomma, gli uomini sono fatti per muoversi, ed è stando fermi che vengono i cattivi pensieri, stabilendosi in spazi precisi e diventando esseri sedentari che nascono guerre e distruzioni.»
«Ci alzammo, lasciandoci alle spalle il fiume. Davanti a noi si alzava la facciata piatta e grigia dell’Institut du Monde Arabe. […] Dopo aver fatto un’ampia curva arrivammo all’ingresso principale. La luce della facciata si rifletteva sul grande cortile di pietra grigia come in uno specchio opaco, che non riesce a restituire allo sguardo l’immagine riflessa. […] Il museo era semideserto, i guardiani, vestiti in impeccabili abiti blu si muovevano silenziosamente nelle sale. La luce giungeva dagli ampi quadrati luminosi della facciata, composti da diaframmi che si aprivano o chiudevano a seconda della luce esterna, come l’otturatore di un apparecchio fotografico, per garantire una costante illuminazione. Quei cerchi, inscritti nei quadrati, formavano dei disegni, degli arabeschi, delle forme di luce che frangevano la superficie di vetro e alluminio rendendo più incerta la distanza tra interno ed esterno.»