Un livre d’antan, un libro a metà tra la guida turistica e il reportage, un libro di quelli che oggi non se ne fanno più perché tutte le (bellissime) foto a colori rendono il testo un prodotto carissimo e l’avvento dei social con il propagarsi di tanta (e valida) documentazione fotografica, ha azzerato la produzione di questo tipo di testo. A metà tra una Lonely Planet e un diario di bordo, il libro di Silvia Metzeltin e Gino Buscaini è una lettura molto piacevole: sebbene la Patagonia non sia il “mio” (io sono un’alpinista e non una climber – anche se scalare mi piace molto, quindi se devo scegliere tra Patagonia e Himalaya, Himalaya tutta la vita; poi la Pata ha un clima che non mi attrae per niente, ma se si è appassionati di storia dell’alpinismo, non si può ignorare questo pezzo di mondo che, soprattutto per l’alpinismo italiano è stato luogo di tanta gloria: la Patagonia è il regno di splendore dei Ragni di Lecco), questo è stato il primo testo (e ad ora anche l’unico) a trasmettermi “amore” per questa landa desolata, battuta dai venti inesorabili, ricoperta di ghiacci o di pietra, al limite dello sterile, inospitale eppure capace di andare dritta dritta al cuore per quella manciata di coloro che vi hanno visto (ed apprezzato) il fascino del selvaggio, dove con selvaggio si intende un pezzo di mondo in cui l’uomo ci ha messo ancora poco della sua mano. Suddiviso in sei parti, inizia con un piglio quasi da manuale di geografia, ma scritto come se fosse una nonna che ci descrive la sua terra natale, di cui ci espone i dati classici delle estensioni territoriali, ci parla della geologia, della flora, della fauna e dell’Uomo, dalle origini ad oggi. Una volta il territorio è stato inquadrato, si passa ai racconti di esperienze vissute in Patagonia (il capitolo intitolato “Cosas pagagonicas” è quello che mi è piaciuto di più!). Chiudono due parti molto belle e molto intelligenti: la prima che propone degli itinerari (ma non solo alpinistici: itinerari di scoperta a tutto tondo) e la seconda invece dedicata all’alpinismo stretto, in cui raccoglie (credo per la prima volta), tutte le prime ascese (con tanto di documentazione dei vari percorsi) fatte sulle famose cime andine. Continuo a pensare che la Patagonia non sia per me, ma questo libro è stato il primo che mi ha fatto pensare che comunque un giorno potrei partire anch’io per la “Pata”, perché no e anche se non scalerò mai quelle vie pazzesche, mi piacerebbe comunque andare a vedere questa terra selvaggia e i grandi ghiacciai – finché esisteranno…