Sono solo alla prima sezione, ma il commento è troppo lungo per gli updates;
nella prima sezione, ovvero i compiti tattici, Trotsky si avvicina -se si vuole adottare una posizione di dogmatismo leninista- all’economismo, rivalutando il valore degli scioperi che invece il periodo dell’iskrismo aveva apertamente abbandonato a favore di un approccio più intellettualista. Secondo Trotsky, però, una simile tendenza non avrebbe fatto altro che indebolire il partito che si andava creando, e lo avrebbe trasformato in un “apparato adatto alla sola funzione tecnica della stampa e della diffusione di proclami”. Non mi sembra perciò calzante l’accusa fatta a quest’opera di spontaneismo, in quanto Trotsky non fa altro che incitare il partito a educare 𝘱𝘰𝘭𝘪𝘵𝘪𝘤𝘢𝘮𝘦𝘯𝘵𝘦 le masse per far sì che il gruppo dei rivoluzionari professionali non marci al posto di, bensì 𝘢𝘭𝘭𝘢 𝘵𝘦𝘴𝘵𝘢 𝘥𝘪 un proletariato che deve essere cosciente. Dunque, non fa altro che rifiutare la tendenza del gruppo cospiratorio di rivoluzionari professionisti, anelato da Lenin, al sostituirsi politicamente a quelle masse che si illude di trainare, quando, in realtà, una simile linea d’azione lascia gli operai spiazzati e con il quesito irrisolto del “che faremo, noi, ora?” -come in seguito alle vicende del III congresso sul problema della formazione tecnica e professionale del 1904-. Questa prospettiva, a posteriori, è innegabilmente corretta, poiché gli avvenimenti che hanno coinvolto la Russia, a partire dalla rivoluzione d’ottobre, hanno dimostrato che il far affidamento su un manipolo di rivoluzionari professionisti per mettere in atto e quasi forzare una rivoluzione, che invece avrebbe dovuto evolversi e crescere sotto la guida delle masse, è un approccio che conduce quest’ultime a sentirsi alienate e ignorate, e che porta all’ineluttabile avvento dell’autoritarismo.