Il bosco degli urogalli è il secondo libro di Mario Rigoni Stern. Raccoglie storie di cacciatori, di animali selvatici, di cani, di montagne, in cui si respira un senso di spazi aperti, di paesaggi impervi, e soprattutto una presenza umana. Rigoni sa rendere la limpidezza di ciò che ci circonda e insieme ad essa un accento di fiducia nella vita. Queste pagine confermano «il dono di semplicità e di poesia che gli è proprio – ha scritto Geno Pampaloni –. Ritroviamo l'accento del "sergente Rigoni" là dove si narrano storie di caccia, il silenzio del bosco, i villaggi chiusi nell'inverno e il grato fuoco delle cucine e la limpida solitudine delle albe per i sentieri di montagna: quel paesaggio fraterno e familiare e forte come una presenza morale, la cui immagine antica e gentile egli ritrova tra i contadini di Russia, nelle povere isbe coperte di neve».
Mario Rigoni Stern was an Italian author and World War II veteran. His first novel Il sergente nella neve, published in 1953 (and the following year in English as The Sergeant in the Snow), draws on his own experience as a Sergeant Major in the Alpini corp during the disastrous retreat from Russia in the World War II. It is his only work to be translated into English and Spanish. Other well-known works also include Le stagioni di Giacomo (Giacomo's Seasons), Storia di Tönle (The Story of Tönle), and the collection of short stories Sentieri sotto la neve (Paths Beneath the Snow). He was awarded the Premio Campiello and the Premio Bagutta for Storia di Tönle, and the Italian PEN prize for Sentieri sotto la neve.
"Sono passati vent'anni e ancora gli sembrava ieri. Anche perché il tempo, nella vita di un uomo, non si misura con il calendario ma con i fatti che accadono; come la strada che si percorre non è segnata dal contachilometri ma dalla difficoltà del percorso".
Tra urogalli e pernici bianche, cani e battute di caccia, sentieri impervi e spazi aperti, aria, terra, acqua, rocce, neve, stelle, fatica, sacrificio, camini fumanti e bambini assonnati, silenzi e semplicità, è stato bello andare per boschi e montagne in compagnia di Mario. Poche parole per far rivivere un mondo che ormai non esiste più; poche parole ma usate con rispetto, mai a vanvera, e che sanno trasmettere scenari (interiori ed esteriori) di rara grazia. Perché un uomo libero non è mai un uomo indifferente e neanche un uomo incazzato.
"Ma le pernici bianche vivono sui duemila metri e oltre, poi sono abbastanza rare e con quella neve era difficile e faticoso il cacciarle. E, difatti, procedevamo lentamente e con fatica. Camminando pensavo a quanta neve avevo calpestato in vita mia e come in Russia l'avessi maledetta e promesso di evitarla il più possibile: come sarebbe stato più comodo se fossi restato e, presi gli sci, avessi fatto un giretto per i prati. Sentivo, però, che i muscoli rispondevano allo sforzo, che i polmoni bevevano con piacere l'aria fredda e che tutto era bene e bello. Se avessi portato giù soltanto una pernice bianca o anche niente sarei stato contento e questa era una buona maniera di vivere".
Sotto la prosa limpida e pulita di questi racconti- limpida e pulita come una notte stellata d'inverno, quando tira la tramontana- c'è il fuoco sotterraneo di una passione, di un amore profondo per le cose "semplici" e fondamentali della vita, l'avvicendarsi delle stagioni e delle generazioni, la fratellanza tra gli uomini, la comunione con la natura - non certo una natura bucolica e idealizzata, ma vera, brutale, dove nulla è più naturale della caccia, ad esempio. [A proposito, sempre stata contraria alla caccia, eppure gli episodi di caccia in questi racconti sono anche quelli più felicemente riusciti, li ho trovati bellissimi]
Un fuoco sotterraneo dicevo, quasi impercettibile, nella semplicità di questi racconti, ma che scalda il cuore, come altre volte è riuscito a fare con me il vecchio Mario.
Oltre i prati, tra la neve … Ci sono libri che hanno fatto la storia della letteratura e che non dovrebbero mancare nelle librerie di ognuno di noi. Potrei citarne cento e ancora cento, e fra questi, molti non letti e che probabilmente mai leggerò. E me ne dispiace. Ma poi la vita ti offre di imbatterti in altri libri e altri autori, forse meno universalmente noti dei primi, ma non per questo meno significativi dal punto di vista del messaggio e della capacità di insegnarti tanto. Se solo sei nella giusta disposizione d’animo di ascoltare … quel messaggio. Questo librettino smilzo, di poche pagine, mi ha confermato in questa convinzione. Su Mario Rgoni Stern, tanto si è detto; e tanto si è detto anche sulle sue opere ‘maggiori’. Il Bosco … non fa che confermare quanto di buono sul Sergente si sia già detto e scritto. E’ una raccolta di raconti brevi, legati da un filo conduttore che è la Montagna. Una montagna raccontata attraverso i suoi villaggi, i suoi uomini, i suoi ritmi e le sue leggi; ma anche attraverso la partenza, il viaggio, il ritorno. Una “sporca dozzina” che narra di montagna, di caccia, di America e di Australia, delle due guerre, della neve, del bosco, della vita quotidiana nelle valli e sui monti … «Passarono le stagioni: la primavera con il disgelo, l’estate con il fieno e le malghe, l’autunno con la legna e i funghi, l’inverno con i morbidi pimini sui letti tiepidi e la neve sulle finestre. Tutte le cose mutano in fretta. Troppo in fretta.». Racconta dei treni che partono per il fronte russo, trasportando uomini giovani e ‘stranieri’ che andavano alla guerra, con l’incoscienza forse dei vent’anni, ma anche con la consapevolezza, data dalla saggezza contadina, della insensatezza della guerra. «Intanto, sdraiati nella paglia uno a fianco all’altro, dormivano sognando montagne e ragazza. Ma uno quella notte non dormì. In un angolo del vagone, accompagnato dal ritmo delle ruote sulle rotaie, pensava, per la prima volta in vita sua, al destino della povera gente, alla guerra che pretende che la povera gente s’ammazzi a vicenda e si chiedeva: “Chi ritornerà di quanti siamo su questo treno? Quanti compaesani uccideremo? E perché?” Giacché al mondo siamo tutti paesani.» E poi racconta ancora del ritorno degli alpini, di quei pochi che erano sopravissuti alla guerra, alla prigionia, ad anni di stenti e di fatica, alle loro montagne, ai loro villaggi, al loro focolare. E mi fa rabbia pensare ai quattro … Senza Memoria, che in occasione del raduno di Trento, hanno dimostrato di non aver minimamente compreso il senso profondo della parola “Alpino” e lo spirito, altrettanto profondo, dei loro raduni e del legame con quelle terre e quelle popolazioni. Soprattutto oggi, che la guerra, chissà ancora per quanto, rimane sullo sfondo, come ricordo assai sfocato, ma non meno inquietante. Mario ci narra della caccia e del suo significato più profondo, che può essere spiegato, mi rendo conto della contraddizione che questa parola potrebbe evocare, con un’unica parola: rispetto. Caccia come rito collettivo, ma non quello dei ‘cittadini’ che arrivano al mattino in macchina ed in macchina se ne vanno la sera, indifferenti a tutto. Caccia come ocasione di rinsaldare il legame profondo con la montagna, con la natura, con gli animali. Tutti gli animali, quelli che ti aiutano nella caccia e sì, nella sua brutalità, anche quelli che vengono cacciati. Ero piccolino, quando mio zio, la sera prima della caccia, mi faceva assistere ai preparativi, dal confezionamento delle cartucce alla preparazione del fucile e dello zaino, che sarebbero stati fedeli compagni del giorno successivo. Mi raccontava cose, di come avrebbe aspettato con trepidazione l’alba, bangiato un boccone, fumato una sigaretta, per poi ritrovarsi sulla piazza del paese con gli altri cacciatori, cercando invano di far tacere i cani. E del muto rapporto che lo avrebbe legato con la terra, gli alberi, il cielo, gli stessi animali che avrebbero cacciato. E il ritorno la sera, comunque sereni anche se a mani vuote, perché quella giornata, magari in perfetta solitudine, li aveva avvicinati all’unicità del creato(?) e reso più leggero lo spirito. altro che Prozac. Avete presente la pesca con la mosca di In mezzo scorre il fiume? Ecco, la mia penna non lo sa rendere, ma era questo che volevo descrivere. Mario racconta della partenza al mattino che è ancora buio, accompagnato dalle sobrie raccomandazioni della moglie. «Quando, uscendo, richiusi la porta, mia moglie al rumore si svegliò e mi chiamò sottovoce. – A che ora tornerai? – Mah! – risposi. – Si sa quando si parte ma non quando si torna. Ad ogni modo prima di notte, spero. – Che cosa prepararti da mangiare? – Zuppa di patate e verze e salsiccia. – Che tempo fa? – Nevica. – Matto! Torna a letto. – Ciao. – Abbi prudenza. – Ciao, dormi.» Essenziale. Non una parola di troppo. E racconta così di una dura giornata di caccia del suo amico, che si conclude con l’uccisione di ‘un lepre’, grazie all’impegno del cane (Franco), che arriva a sera stremato e sanguinante: «Aprì il lepre: levò il cuore e il fegato. Si inginocchiò a lato di Franco, tagliò il cuore e il fegato ancora caldi e a piccoli bocconi glieli metteva in bocca. Dopo gli carezzava la testa, gli puliva gli occhi con il fazzoletto, gli asciugava le zampe sanguinanti senza dirgli nulla e sentiva dentro una cosa, una cosa ecco che si fa fatica a dire e che a volte non si prova nemmeno per i cristiani.» Ma, per concludere, dopo queste mie sgangherate riflessioni, voglio riportare il commento (non so di quando) de La Stampa: «Mario Rigoni Stern è la sentinella e l’interprete di un mondo sempre meno vero, irriso, sfregiato… Ma lui, il sergente, non demorde, non abbandona la trincea e distilla quotidiane lezioni di civiltà.». Che altro aggiungere? … Mi immagino ancora Marione che sale lungo i sentieri della sua montagna (con o senza fucile, poco importa) con il suo passo lento, la mente assorta e gli occhi a contemplare quella natura di cui lui si è sentito sempre parte. Ehi, voi due … Sergentmagiù! … Poppy! … grazie!
Vado per i boschi dai colori autunnali, con i due miei cani, con struggimento, e ricordi. E' il secondo libro pubblicato da Mario Rigoni Stern, dopo Il Sergente nella neve. Si tratta di una raccolta di dodici racconti, alcuni di poche pagine, altri più lunghi e completi. Ma in cui si respira sempre aria di libertà, consapevolezza di essere parte della natura, ricerca dell'essenzialità, forte senso dei valori morali. Si respira la Memoria dei luoghi, delle persone, delle tradizioni, degli avvenimenti della sua terra. Si respira la Vita. Eppure sono quasi tutte storie di caccia. Ma perché sparava agli urogalli? alle coturnici? ai francolini? ai forcelli? non lo sapeva nemmeno lui, ma era una necessità perché in quei momenti si sentiva più libero di ogni altro uomo. [...] accadeva che allora scompariva tutto: la fatica del lavoro, i bisogni di tutti i giorni, obblighi e impegni che comportavano il vivere tra gli uomini e tutto il resto.* Ancora una volta ho apprezzato la scrittura molto semplice, equilibrata e sobria; il tono malinconico e il ritmo calmo, capaci di toccare alti livelli di liricità. Ancora una volta ho apprezzato la capacità di Mario Rigoni Stern di indicare al lettore la strada con umiltà, accompagnandolo con lo stesso passo. E ancora una volta mi sono sentita parte delle storie, vivendole con commozione e rispetto.
*In un colloquio con Ennio Flaiano che attaccava duramente la caccia e i cacciatori, [...] Rigoni replicava pacato, spigando il suo codice della caccia basato sul rispetto per l'ambiente e lealtà verso gli animali. Alla fine Flaiano, conquistato dal candore e dalle ragioni di Rigoni, gli rivolse un riconoscimento degno dei suoi migliori aforismi: «...quella del suo fucile è una carica poetica» (da: "Mario Rigoni Stern. Vita, guerre, libri" di Giuseppe Mendicino)
Siccome questa non è una recensione, mi posso prendere un poco di libertà.
I racconti di Mario Rigoni Stern contenuti ne: “Il bosco degli urogalli”, sono la testimonianza di un mondo che (mi pare), all’interno della narrativa italiana non ha mai trovato troppo spazio. Mi riferisco alla montagna; certo, esiste Dino Buzzati, ma la stranezza è che l’Italia abbia alcune delle più belle montagne del mondo, eppure nei loro confronti vi sia una buona dose di indifferenza da parte degli autori. Ribadisco: è una mia impressione.
Questo si spiega almeno in parte, con quello che scriveva Tito Piaz, detto “Il diavolo delle Dolomiti”.
“Si va in montagna per essere liberi, per scuotersi dalle spalle tutte le catene che la convivenza sociale impone; per non inciampare ogni due passi in imposizioni e proibizioni.Si va in montagna anche per sbizzarrirsi una buona volta e immagazzinare nuove energie”.
Forse per questo la narrativa è sempre stata abbastanza distante dalle montagne?
D’altra parte, l’affermazione di Tito Piaz, pur condivisibile, è il risultato di un tipo di uomo e di cultura che potremmo definire “borghese” o evoluto che dir si voglia. Mentre nei racconti di Rigoni Stern c’è un’umanità che emigra in Australia o negli USA per sfuggire alla fame.
Anch’io, in quel tempo, quasi tutti i giorni andavo per i boschi come un orso ferito, masticando ricordi ed esperienze per cercare di vederci chiaro in questo mondo e ritrovarmi.
Si dice, e credo sia vero, che gli isolani siano differenti da chi vive sulla terraferma. Ma lo stesso vale per i montanari (sia detto senza offesa: anzi), e non esistono ovviamente due montanari uguali, in tutte le Alpi. Tito Piaz era unico, e non sarebbe stato d’accordo con Rigoni Stern su un mucchio di questioni. Però su un paio di punti si sarebbero trovati a concordare: il silenzio. L’osservazione. Che sono due elementi che vanno a braccetto, come forse si sa.
I montanari sono persone di poche parole. Perché attorno hanno tanta di quella bellezza e forza che non è semplice aprire la bocca per… Dire che cosa?
Allora brontola: – Troppe feste, troppe feste in Italia. Lavorare bisogna. Lavorare se si vuole essere contenti nella vita.
Esiste il pericolo di considerare questi racconti come la voce di un passato che è andato perduto. Eppure non c’è niente di poetico in queste storie. Il miraggio del posto fisso esiste anche in montagna, e allora ecco il protagonista di uno di questi racconti che si prepara per un concorso a Roma che gli potrebbe dare un aumento. Mesi di preparazione, di studio, di economie, il viaggio, la capitale. Le prove. Il ritorno a casa, e di nuovo a Roma per gli orali. Infine l’esito.
Sino al capoluogo di provincia non volle entrare nello scompartimento di prima perché si vergognava; lo tratteneva un certo pudore.
Sì, davvero i montanari sono differenti, non ce ne sono due uguali in tutto il mondo benché arrivino dalla stessa contrada, la medesima malga. Perché la montagna forse riesce a plasmare le persone in un modo unico, lento e certosino, e consegna esseri diversi. Rigoni Stern ha sempre celebrato senza retorica tutto questo, e ne esce una prosa sana:
Passavano le stagioni. Passavano e ripassavano gli uccelli migratori; sulle montagne lentamente crescevano gli abeti.
C’è una totale mancanza di fretta in questi racconti. In queste vite che vivono in montagna, tutto procede con calma, l’uomo china il capo alla montagna, ma non per questo la montagna diventa dolce. Conserva sempre il suo profilo duro, privo di qualunque delicatezza. Che esiste, ma occorre cercarlo, scovarlo e apprezzarlo.
Sentivo, però, che i muscoli rispondevano allo sforzo, che i polmoni bevevano con piacere l’aria fredda e che tutto era bene e bello.
O abbandonata o cementificata, la montagna sembra aver perso ogni valore e cuore, per diventare lo sfondo di vacanze sempre uguali, perché si finisce col trasferire se stessi e le proprie abitudini da un’altra parte. Mentre dovrebbero rappresentare l’occasione per rimettere in discussione tante sicurezze quotidiane.
L’opera di Mario Rigoni Stern al contrario celebra quella montagna che è sfuggita all’addomesticamento dell’industria del divertimento e del turismo, e resta uguale a sé, quindi differente da tutto il resto, in una speciale forma di disobbedienza fatta non di gesti eclatanti. Ma di silenzio, sguardi e solitudine.
In questi racconti l’autore mette al centro un ambiente che impone una scelta di parole sobria e precisa. Rieduca al silenzio, all’osservazione di dettagli che da soli rappresentano una ricchezza inestimabile.
Se questo mondaccio ha ancora qualche speranza, la ritroverà in una sera d’inverno, e dall’alto di un canalone dove neve e freddo mordono con forza, guardando verso la vallata addormentata sotto la coltre del silenzio e del buio, capirà forse che
Preferisco i romanzi alle raccolte di racconti, ma dopo aver letto “Uomini, boschi e api” di Rigoni Stern, che avevo apprezzato moltissimo, desideravo ritrovare le stesse atmosfere lievi. Ecco quindi che la mia scelta è caduta su quest’altro libro. Ne “Il bosco degli urogalli” prevale il tema della caccia. Premetto che non amo la caccia, ma in questi racconti traspare il rispetto per il selvatico. Gli animali sono descritti e caratterizzati di volta in volta come coprotagonisti della storia, con un carattere proprio, capaci di astuzie per depistare il cacciatore o abili a rubare le galline. Ma non solo di caccia si parla. Ci sono anche racconti sull’emigrazione e la dura vita in montagna, racconti della guerra e del dopoguerra. Dalla prosa semplice e diretta traspare un amore profondo per la montagna, la solidarietà tra gli uomini e l’avversione per la guerra, come quando racconta dei treni che portavano i soldati al fronte russo: “Intanto, sdraiati nella paglia uno a fianco all’altro, dormivano sognando montagne e ragazze. Ma uno quella notte non dormì. In un angolo del vagone, accompagnato dal ritmo delle ruote sulle rotaie, pensava, per la prima volta in vita sua, al destino della povera gente, alla guerra che pretende che la povera gente s’ammazzi a vicenda e si chiedeva: “Chi ritornerà di quanti siamo su questo treno? Quanti compaesani uccideremo? E perché?” Giacché al mondo siamo tutti paesani.”. E’ un libro appassionante e che consiglio.
Esta colección de relatos rurales de Rigoni Stern contiene un cuento romano, muy Romano. ‘Examen de oposición’ se incrusta casi en mitad del libro y es la narración más larga. Actúa por contraste, es la única que no discurre en los Alpes orientales italianos, en sus lindes de bosques, entre trincheras abandonadas de la Gran Guerra, con sus cazadores y sus eremitas. La vida de Roma, burocrática, sucia, anónima, es la vida moderna, la del dinero y las supuestas comodidades, pero Rigoni Stern demuestra que jamás dejará a sus perros, sus escopetas y sus madrugadas de cacería por unos cuantos miles de liras de más.
La bellezza di questa raccolta di racconti sta nel valore che la scrittura e la sensibilità di Mario Rigoni Stern danno alle piccole cose. È davvero un racconti di piccole cose che però hanno un valore enorme, come una casa calda, un camino acceso, bambini che dormono nei propri letti, una vita lenta (e ben diversa da quella nostra odierna) e il legame forte con la propria terra e le proprie radici. Perché le radici sono importanti, come diceva Sorrentino.
Ho sempre creduto che trascorrere del tempo nella natura avesse un potere curativo. Passeggiare in montagna, nei boschi, circondata dalle mille tonalità di verde delle foglie e dei cespugli, mi ha sempre restituito una serenità, un equilibrio, come di un ritorno a una condizione di benessere originale perso nel tempo. Ma vederlo scritto con tanta limpidezza, con un amore semplice e spontaneo come quello di Rigoni Stern è stato molto emozionante. Un'emozione leggera, esile ma non fragile, delicata, come il vento tra i rami, come quella che mi avevano dato le parole di Turgenev
Una scrittura semplice, scarna ed essenziale che riduce tutto all'osso e che mostra subito la vera essenza delle cose. I veri protagonisti di questi racconti sono come sempre la caccia, la guerra, la montagna ma soprattutto la vita vera, scandita dallo scorrere del tempo e dall'alternarsi delle stagioni. Il racconto contenuto a pagina 103 e intitolato "Le volpi sotto le stelle" è uno dei racconti più belli che ho letto finora.
Es una pena que Volcano haya desaparecido pues su apuesta, arriesgada, era al menos muy personal y nos dejó alguna obra maestra, porque sólo así puede tildarse a “En islas extremas” de Liptrot.. Tengo tres o cuatro libros más de la editorial y pendiente de leer me quedaba este del que os hablo ahora, “El bosque de los urogallos”. Además, el diseño editorial era para mi gusto muy exquisito, moderno y elegante, de los que destacan en nuestras librerías.
Libro de relatos, de carácter muy autobiográfico, Stern narra con sencillez y cierta dosis de nostalgia los tiempos de posguerra alrededor de los alpes italianos, con las historias de cacerías, del recuerdo, de los cambios sociales que trajo el discurrir de la vida y las guerras. Desmenuza la vida de esas personas en un entorno aún natural, donde la caza aún se entiende como parte de la vida y no sólo un pasatiempo, y donde se sueña por mejorar utilizando la inmigración o nuevas oportunidades laborales. Porque, aunque todo el tono del libro tiene ese apego al bosque alpino y sus oportunidades, con la omnipresentes guerras europeas del siglo XX como nexo de unión y telón de sufrimiento colectivo, para mis los dos mejores relatos son “Vieja América” y, por encima de todos, “Buscar el nombre”, un relato sobre el sueño de la mejora de la vida a partir de nuevas oportunidades de trabajo que si fuera cine sería una película de Rossellini, de las primeras.
Como retrato de una época y del hombre en un entorno rural y natural aún casi virgen, me parece una lectura perfecta.
Dopo aver letto “La terra, il cielo, i corvi” di Radice e Turconi non ho potuto fare a meno di leggere ancora qualcosa di Rigoni Stern, dopo “Il sergente nella neve”, uno dei libri che ai due valenti fumettisti erano stati di ispirazione e che avevo già letto un po’ di anni fa.
Quello, com’è noto, era un bellissimo racconto di guerra, avente a tema la ritirata di Russia, gli alpini “traditi lungo il Don” come diceva la nota canzone degli Stormy Six. Questo è invece una più tranquilla raccolta di racconti, molto vari come temi ed argomento, e anche vari come estensione (non come qualità, che invece è sempre più che accettabile). Si parla di persone che vanno per il mondo a far fortuna, di concorsi pubblici, ogni tanto anche di guerra, ma soprattutto di caccia. Infatti gli urogalli non sono galli con problemi urinari, ma più banalmente galli cedroni, preda molto ambita dallo scrittore e dai suoi amici cacciatori, nonostante, a quanto scriva, che spesso siano immangiabili e anche imbalsamarli e tenerli in salotto non sembra che sia uno dei suoi principali obiettivi. Ovviamente non solo loro: vittime designate sono anche astute volpi, lepri, beccacce e altri animali. Peraltro i personaggi dei racconti, a cui evidentemente l’autore presta molta della propria identità, non si interrogano mai sul senso di quello che fanno; sono disposti a fare sacrifici assurdi - levatacce antelucane, marce notturne al freddo e nella neve, appostamenti che possono durare giorni senza niente da mangiare e da bere - pur di far fuori qualche volatile che magari non finirà nemmeno in pentola. Visto di qui pare un divertimento assurdo e crudele, ma è scritto talmente bene che viene il dubbio che qualche senso recondito per loro ce l’abbia e che sfugga completamente a chi non c’è nato.
Un altro aspetto gradevole di questo libro è che le storie non sono mai tragiche (salvo che per le bestiole), ma sempre piene di soddisfazioni e serenità; la cosa peggiore che succede a uno dei suoi personaggi è vincere un concorso pubblico da archivista e non essere mai chiamato (e comunque era solo per una promozione, il lavoro ce l’aveva già). In questo ricorda molti dei racconti di Primo Levi, quelli in cui non parla di olocausto, anch’essi sempre molto sereni e positivi, e con uno stile peraltro non troppo lontano da quello di Rigoni Stern. i due grandi testimoni della storia si sono scritti, hanno messo in programma di incontrarsi ma non ci sono mai riusciti. Peccato, ne sarebbe sicuramente uscito qualcosa di interessante.
Sono tornata a leggere Mario Rigoni Stern perché la sua scrittura è un porto sicuro, che mi accompagna nella conoscenza di quello che sento un passato che non ho vissuto, ma che mi appartiene. Qui è oramai tornato a casa e vive i luoghi e le persone di sempre, cambiati come d’altronde anche lui. 📚 I ricordi di casa lo tenevano vivo in guerra e i ricordi della guerra, ora che è a casa, stentano ad andar via e gli fanno apprezzare la vita in modo diverso. È il 1962, sono passati quasi 10 anni da “Il sergente nella neve”. • “Il bosco degli Urogalli” è un’insieme di racconti apparentemente slegati tra loro. Apparentemente. Perché sono uniti dal sapore della memoria, a volte difficile, di chi va avanti dopo la guerra e si guarda indietro per afferrare ciò che gli è accaduto, di chi cerca di andare avanti per la famiglia, di chi torna ai propri luoghi cercando ostinatamente la vita che aveva prima. • Non sono a favore della caccia, ma qui ho ritrovato quelle tradizioni, quei modi, di chi la vive con passione e rispetto per la natura. In generale credo che la verità sia sempre nel mezzo e così non riesco a giudicare con gli occhi di oggi i suoi racconti di caccia di ieri, il suo modo di vivere i boschi, piuttosto cerco di calarmi nei suoi racconti per scoprire un mondo che solo da lontano ho visto. 📚 Leggere poi questi racconti su una prima edizione del 1962, ha il suo fascino e mi ha fatto calare ancor di più in quegli anni, così diversi da oggi.
E' il mio primo libro di Rigoni Stern. Molto bello, interessante e scorrevole, soprattutto perchè ogni storiella che racconta è ricca di descrizioni di un mondo, a cavallo della seconda guerra mondiale, che non c'è più. La vita di paese, semplice e ancora legata alle tradizioni locali, ricomincia dopo il dramma della guerra, e i reduci cercano di riprendere le fila del propio destino. Il tema della caccia è ricorrente e, sebbene talvolta per la nostra generazione sia incomprensibile, tale pratica rappresenta per Stern e amici un modo per stare in contatto con la natura, per scoprirla e amarla. Una buona lettura per rilassarsi, sorridere un pò e soprattutto per non dimenticare il modo di vivere dei nostri nonni.
Un libro in cui ti ritrovi a camminare per il bosco salvatico al fianco di Mario Rigoni Stern e altri suoi amici, a partecipare alle loro battute di caccia, più silenziose che rumorose perché il bosco va ascoltato e non disturbato, anzi, tutt'altro, dovrebbe essere proprio il bosco a disturbarci, a entrare nei meandri del nostro io più intimo per farci riscoprire la bellezza della natura che da troppo abbiamo dimenticato. Sono racconti di partenze e ritorni, racconti dell'America e dell'Australia, racconti di uomini che percepiscono la città come una gabbia soffocante e decidono di disperdersi nel silenzio della natura, nella santità della caccia. Sono racconti umili, intimi, racconti che un nonno potrebbe raccontare ai propri nipoti intorno a un focolare. Quei nipoti siamo tutti noi.
Rigoni Stern racconta di uomini e boschi in modo semplice e al tempo stesso poetico, con quel modo di narrare che ricorda i racconti dei nostri nonni, quando ci stupivano parlandoci della loro infanzia così diversa dalla nostra, del loro mondo apparentemente così distante e, purtroppo, della guerra. Il Bosco degli Urogalli ha riacceso in me quello stupore di bambino; starei ore a leggere i racconti di Rigoni Stern, ad "ascoltare" le sue parole davanti a un immaginario focolare.
E' la prima opera scritta da Rigoni Stern dopo "il sergente della neve". Il bosco rappresenta la certezza, la forza immutabile della Natura di fronte alle difficoltà della vita. Personalmente non sono riuscita ad andare oltre al fatto che si racconti spesso di caccia, vista come un ulteriore immedesimarsi nella natura, per me si tratta di uccidere degli animali.
Un lenguaje tan poético y sencillo que su lectura me ha producido la misma reconfortante cura que el bosque a los personajes. En esta axfisiante pandemia una bocanada de aire fresco.
Si rimane immersi nella realtà di montagna del dopoguerra di una qualsiasi guerra. Ritrovare il legame con la propria terra negli aspetti più semplici e quotidiani
Un inno al bosco, al legame ancestrale tra uomo e natura, alla semplice quotidianità della vita di montagna: dopo le strazianti (e purtroppo indelebili) ferite delle guerre, il ritorno alla natura, al bosco, segna la rinascita della speranza e dell'armonia. Si respira in ogni pagina la profonda simbiosi tra l'autore e il suo altopiano, un mondo genuino, faticoso e affascinante.
I racconti forse insistono in modo troppo ricorrente sulla caccia, che, dal mio personale punto di vista e con occhi di oggi, rappresenta un modo piuttosto discutibile di manifestare il proprio amore per la natura; tuttavia questa era la vita di allora e viene rappresentata in modo spontaneo.
Nel complesso è un'opera piacevole, sincera, che trasporta il lettore in un passato di tradizioni e dignitosa povertà, in cui il respiro dell'uomo entra in comunione col respiro del bosco.