Gianni Canova tocca uno dei nervi scoperti del dibattito culturale in Italia, un paese che sembra condannato a diventare nazione di analfabeti e populisti. Secondo Canova l’Italia del XXI secolo è diventata culturalmente anoressica: dopo il neorealismo dell’immediato dopoguerra sono mancati riferimenti riconosciuti a livello internazionale e un consumo di prodotti culturali degno di un paese sviluppato. Mentre l’intellettuale progressista o elitista si crogiola tra i propri idoli, l’unica vera rivoluzione culturale pare essere rimasta quella del cinema. È possibile rianimare o costruire una nuova democrazia culturale per il Belpaese?
Gian Battista Canova è un critico cinematografico, storico del cinema, autore televisivo, direttore artistico, scrittore e accademico italiano. Dal 5 novembre 2018 è rettore dell'Università IULM di Milano.
Questo libro avrebbe fatto la gioia di Breton e di tutti i surrealisti, tanto trabocca d’accostamenti capricciosi a raffica, spesso anche arditi e vagamente insensati: ciò già si nota nel sottotitolo, dove parla di democrazia culturale: sintagma che ha, occorre ammetterlo, del peregrino, del balzano, ma d’un’estrosità sommessa e lunare, dove soltanto per tratti e a chi guardi fisso diventa percettibile un sentore di ossimoro; un po’ come si potrebbe discorrere di civiltà caducifoglia, di geometria monarchica o di teologia subacquea: essendo noto che democrazia e cultura, nella storia, non hanno quasi mai camminato assieme. Ma questo è solo un assaggio. Arriva subito, infatti, un infervorato capitolo o saggio iniziale in forma d’invettiva contro i mali della cultura o dell’incultura italiana d’oggi e non solo, rigurgitante gran parte dei loci communissimi dell’odierna catilinaria comme il faut, dalla penuria, in Italia, di laureati alla penuria di spettatori che sappiano apprezzare La grande bellezza, dalla borghesia italiana che non esiste (ce l’insegna perfino il fratello di Nanni Moretti in un suo recente saggio, a quanto pare) oppure esiste ma è la peggiore del mondo, al cinema italiano che è ossessionato dall’autorialità e detesta il mercato, dalla scuola italiana dove “ci si trastulla” col Foscolo e il Carducci anziché studiare l’i.v.a. e “la finanza”, all’università italiana dove arrivano scolari incapaci di riconoscere la faccia di Greta Garbo e signoreggiano ricercatori autoreferenziali inetti alla sana divulgazione, e i mitici Baroni che pensano soltanto alla carriera, dall’assenza totale d’una “cultura visuale” nei ragazzi e negli adulti d’Italia a una catena d’incongrui scherni contro uno che, di per sé, alla democrazia e alla divulgazione ci tiene assai, e divulga pure bene, Tomaso Montanari. Come in tutte le saturae lances che si rispettino, nessuno vieta che i contrasti divengano accozzi: per esempio, dopo un’acrimoniosa intemerata contro il feticcio dell’autorialità, il lettore si aspetterebbe legittimamente una rivalutazione delle pellicole con Franco e Ciccio, a me tanto care per la loro comicità sempliciotta ma cordiale, forse anche un elogio di quelle con Banfi e la Fenech, o addirittura una commossa commemorazione delle opere cinematografiche con Pippo Franco e Bombolo; e invece no: arriva una lode di Antonioni. Non è un cadavre exquis coi controfiocchi? Certo, un lettore puntiglioso, in vena di polemiche, potrebbe proporsi di rifare le bucce punto per punto allo scritto: ma sarebbe come applicare l’ermeneutica desanctisiana a Tristan Tzara. Gli è che secondo una modesta ipotesi (forse frutto di eccessivo sospetto ma non così folle) del sottoscritto l’opera non è opera di Gianni Canova in carne ed ossa, professore e financo rettore d’università, bensì d’un fantasma. Non però di quelle sindoni deambulanti alle quali siamo avvezzi, quelle, dico, che al conticinio s’aggirano tra merli sbrecciati e bertesche decidue di castelli in rovina; no, codesto è un fantasma tecnologico, un algoritmo scherzoso e beffardo che ha redatto col suo intelligente meccanismo automatico una filippica piena di tutto ciò che si legge o si ascolta nelle tabaccherie, nelle mescite, sui tram, alle fermate degli stessi, sui treni, nei fori di discussione in rete, nelle sale d’aspetto del medico condotto – realizzando, quindi il sogno del surrealismo, e in maniera, direi, lodevolmente felice – per poi appiccicarle una serie di saggi del prof. Canova, professore di cinema e rettore, riguardanti non solo cose di cinema, ma anche Tex Willer e i gialli di Scerbanenco: il tutto introdotto da una specie di titolo secentista, “Attrezzi democratici per fantasticare. Artefatti esemplari della pop culture italiana”; un barocco un po’ dimesso, obietterà il lettore incontentabile, rattenuto, in bigello, en demi-deuil, ma suvvia, siamo democratici, non ci possiamo sottrarre schizzinosi al popolo: è un barocco democratico. L’algoritmo burlone ci squaderna così un mondo out of joint dove si adunano l’invettiva summentovata, scomposta a guisa di certa pasticceria up to date, un frontespizio quasi barocco, e saggi su Tex, sui gialli trucidi di Scerbanenco, su Scola, sulla Piovra, e un dialogo quasi platonico sul cinema. Poi, certo, la burla possiede le sue sottigliezze, perché il fantasma virtuale, ghiribizzoso e mattacchione, prima rampogna gl’italici studiosi come genia di artefatti amatori d’una lingua esoterica, impenetrabile al popolo, quindi agli stessi ricorda, quasi il Rinuccini nel Ballo delle ingrate, “Apprendete pietà, donne e donzelle” verso gli alunni e i lettori, e, come Qualcun altro, discite a me, quia mitis sum et humilis corde, e dai miei attrezzi democratici per fantasticare; ma subito sciorina tali attrezzi democratici, ove leggiamo ad esempio “Il cerimoniale interventistico-profilattico di Tex si struttura narrativamente secondo un percorso centripeto che si ripete pressoché inalterato di avventura in avventura. La “chanson de geste” bonelliana segue cioè uno schema diegetico fortemente recursivo, che vede allinearsi puntualmente, più o meno nello stesso ordine, le medesime funzioni”, oppure “Se a tutto ciò si aggiunge l’ipersemantizzazione operata sul racconto dalla componente iconografica, nonché l’uso costante della tecnica del montaggio alternato e parallelo come meccanismo produttore della suspense…”: che non sarà magari prosa esoterica, ma probabilmente ardua sì per un tornitore col diploma professionale o per una cassiera di supermercato con la terza media lettori di Tex che, incoraggiati dall’indole democratica del saggio, desiderino acculturarsi al riguardo. Ciò mi ricorda - sine ira et studio - i musicisti democratici che parecchi lustri or sono, a quanto si racconta in giro, ammannivano alle maestranze degli opifici, per “sensibilizzarle”, Boulez e Webern invece che Mozart o i valzer di Strauss. Insomma, il fantasma surrealista è zuzzurellone, ma in modo, sotto sotto, maligno e sarcastico. E allora come fare a contrapporgli sillogismi, argomentazioni, brocardi, perorazioni, confutazioni, asteismi e ironie da retorica di vecchia scuola e del vecchio mondo coi piedi per terra? Non si può. A un cadavre exquis surrealista si può rispondere soltanto con ditirambico e accorato panegirico se lo si apprezza, o facendo spallucce in caso contrario. Poi, sicuramente, se il lettore è un discolo e uno screanzato può anche fargli le boccacce. Ma io sono un lettore di garbo, mi limito ad alzare le spalle, mi volto e me ne vo per la mia strada.
Decisamente interessante, sia nel primo, addolorato capitolo, che nei saggi seguenti. Peccato per il linguaggio ridicolo da critico militante anni settanta. Le tesi sono acute, ben illustrate e solidamente supportate.
Descrive un mondo, quello cinematografico, a me sconosciuto con dovizia di tali e tanti particolari in grado di stimolare un ulteriore approfondimento in termini di linguaggio e contenuti. L'aspetto pedagogico educativo è di estrema attualità
Giovanni Canova è un saggista e docente universitario di Storia e Critica del Cinema e Filmologia. All'inaugurazione dell'anno accademico 2016/2017 aveva pronunciato un discorso militante sull'apatia culturale italiana; in quell'occasione Antonio Scurati lo aveva invitato a rimaneggiare il tema dell'invettiva sulla mancanza di una democrazia culturale per pubblicarne un saggio nella collana di non fiction della Bompiani da lui diretta. Ecco com'è nato "Ignorantocrazia".⠀ ⠀ Dai risultati statistici di alcuni studi è risultato che l'Italia è una massa di capre ignoranti.⠀ ⠀ PERCHÉ SIAMO IGNORANTI? DI CHI È LA COLPA?⠀ ⠀ Canova prova a dare una spiegazione, la colpa è dei politici, dei mas media ma soprattutto di professori ed intellettuali. Credo di non essere stata la sola ad avere avuto a che fare con professori interessati più al proprio prestigio che a contagiare gli studenti con la gioia della conoscenza.⠀ ⠀ Altro concetto chiave è il successo commerciale come disvalore. Il successo di un libro o un film non è sinonimo di scarsa qualità. Lo snobismo con cui vengono considerati i bisogni culturali "popolari" è disarmante, queste necessità vengono delegate ai contenuti trash televisivi con conseguenze disastrose. E se anche Pietro Citati scrive che piuttosto che leggere bestseller è meglio non leggere nulla allora c'è veramente qualche problema.⠀ ⠀ C'è un capitolo interessantissimo sull'ossimoro del Neorealismo che voleva creare contenuti per il popolo ma che in realtà creava film SUL popolo PER gli intellettuali.⠀ ⠀ Sarebbe un saggio lodevole se dopo aver voltato pagina 70 non avessi trovato una serie di articoli completamente scollegati dal titolo del libro. Questa non è altro che una raccolta di articoli del professor Canova in cui analizza in modo tecnico il fumetto "Tex Willer", i libri di Giorgio Scerbanenco, la serie tv "La piovra", e la filmografia di Ettore Scola.⠀ ⠀ La prima parte è stata interessante ma dopo aver letto quasi 200 pagine di articoli per me inutili, mi sono sentita abbastanza presa in giro.⠀
Come molti di cui leggo le recensioni, sono arrivato anche io a questo libro attirato dal titolo e dalle recensioni; entrambe però si riferiscono unicamente al primo saggio, ovvero le prime 70 pagine.
A seguire ci sono altri saggi, per carità anche interessanti se uno è appassionato di cinema, ma che nulla hanno a che fare con l'argomento iniziale. Mi aspettavo un saggio di sociologia, mi sono ritrovato una lezione di critica letteraria.
Mossa decisamente poco onesta, non so se dell'editore o dell'autore. Sarebbe bastato aggiungere al titolo "e altri saggi".
Voto 4 al saggio iniziale, 2 agli altri, 0 alla scorrettezza verso i lettori. Media 2.
Il buon Canova si sfoga contro il culto dell' ignoranza, l'élite culturale distaccata, l'analfabetismo filmico, il feticismo del reale e della presunta autorialità (e conseguente inaccessibilità allo spettatore medio), annoverando tra le possibili fondamenta di un'inesistente democrazia culturale la sempiterna saga fumettistica di Tex, i gialli ambrosiani di Scerbanenco e il cinema di Scola. Una lettura agevole; dispiace la mancanza di possibili "remedia" alla situazione che di fatto sembra dover rimanere statica.
Belle premesse, esecuzione pessima, solo alla fine sono riuscito a godere della lettura, una prima parte su Tex veramente indigesta. Solo alla fine riesce a dare un aria di libro da godere e non da studiare. Inoltre una critica è d'obbligo, all'inizio critica la visione degli autori che cercano una nicchia, che l'arte è per tutti, questo libro però non permette e non segue questo concetto che l'autore invece difende. PESANTE
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Un titolo un po' fake per un libro comunque interessante per gli spunti che da. La parte che tratta l'"Ignorantocrazia", cioè la mancanza di una democrazia culturale in Italia, è soltanto la prima. Poi ci sono dei saggi sul fumetti di Tex, sulla televisione italiana, sul cinema di Scola e i libri di Scerbanenco, che ci si chiede a cosa servano per sostenere la tesi dell'Ignorantocrazia. Gli spunti interessanti ci sono nella parte iniziale ma vengono un po' smentiti dallo stesso autore nella seconda parte del libro.
"L'incompetente guarda il suo opposto con un misto di invidia, disprezzo e rancore. E fa del suo non sapere e del non aver nessuna voglia di imparare quasi un marchio identitario."
"Non siamo stati capaci di comunicare che la cultura la si può trovare in luoghi inaspettati e che a volte, inaspettatamente, è la cultura a trovare noi."
lavoro culturale = forma di militanza etica, sociale e civile. cultura = portare bellezza e consapevolezza nella vita di tutti.