Liborio Bonfiglio è una cocciamatte, il pazzo che tutti scherniscono e che si aggira strambo e irregolare sui lastroni di basalto di un paese che non viene mai nominato. Eppure nella sua voce sgarbugliata il Novecento torna a sfilare davanti ai nostri occhi con il ritmo travolgente e festoso di una processione con banda musicale al seguito. Perché tutto in Liborio si fa racconto, parola, capriola e ricordo: la scuola, l'apprendistato in una barberia, le case chiuse, la guerra e la Resistenza, il lavoro in fabbrica, il sindacato, il manicomio, la solitudine della vecchiaia. A popolare la sua memoria, una galleria di personaggi indimenticabili: il maestro Romeo Cianfarra, donn'Assunta la maitressa, l'amore di gioventù Teresa Giordani, gli amici operai della Ducati, il dottore Alvise Mattolini, Teté e la Sordicchia... Dal 1926, anno in cui viene al mondo, al 2010, anno in cui si appresta a uscire di scena, Liborio celebrerà, in una cronaca esilarante e malinconica di fallimenti e rivincite, il carnevale di questo secolo, i suoi segni neri, ma anche tutta la sua follia e il suo coraggio.Attraverso il miracolo di una lingua imprevedibile, storta e circolare, a metà tra tradizione e funambolismo, Remo Rapino ha scritto un romanzo che diverte e commuove, e pulsa in ogni rigo di una fragile ma ostinata umanità, quella che soltanto un matto come Liborio, vissuto ai margini, tra tanti sogni andati al macero e parole perdute, poteva conservare.
Remo Rapino è stato insegnante di filosofia nei licei. Vive a Lanciano. Ha pubblicato i racconti Esercizi di ribellione (Carabba 2012) e alcune raccolte di poesia, tra cui La profezia di Kavafis (Moby-dick 2003) e Le biciclette alle case di ringhiera (Tabula Fati 2017).
Di solito vado d'accordo con il Premio Campiello. Questa può essere l'eccezione che conferma la regola perché stavolta non mi è piaciuto granché. Come sempre mi faccio fregare dalla copertina, c'è un sosia di Tolstoj a cui non ho saputo resistere. A suo modo poetico, passa bene il concetto che in nuce siamo tutti matti potenziali, divertente l'esperimento linguistico; però in questo romanzo sa tutto di già detto e già visto, ho aspettato con ansia un guizzo, un colpo di genio che desse lustro a una storia che altrimenti sarebbe stata soltanto la rivisitazione di uno schema già usato e stra-usato: raccontare gli ultimi ottanta/novant'anni di Storia d'Italia attraverso la storia personale di un personaggio comune. Ma il colpo di genio non è arrivato e così resta solo una vaga imitazione dello stile di Paolo Nori (che però scrive tutt'altro genere di storie), di Terra Matta di Vincenzo Rabito (che però è un documento autentico e difatti ha ben altre dimensioni), di quello che fa Umberto Eco all'inizio di Baudolino (che però quando arriva alla fine ha sviluppato un'opera di ben altra caratura). Anzi, nel caso di Rabito l'imitazione è tutt'altro che vaga, l'opera del siciliano si intuisce essere di fortissima ispirazione, per Rapino, nel creare il linguaggio del suo protagonista Liborio Bonfiglio, e nel creare la premessa del personaggio che si chiude in casa per scrivere le sue memorie.
Raccontare/mostrare La Storia d'Italia attraverso una storia di un personaggio ordinario: l'aveva già fatto assai bene Crovi con La valle dei cavalieri (anche lui premio Campiello), lo fa anche Balzano con L'ultimo arrivato (toh, premio Campiello anche lui), una cosa molto simile fa Tabucchi con Piazza d'Italia (qui niente Campiello), e chissà quanti altri che in questo momento non mi vengono in mente.
La scelta di far raccontare tutta la storia ad una voce narrante che sa parlare/scrivere in modo sgrammaticato, oltre ai due esempi citati sopra Nori e Rabito, è piuttosto affine anche a quanto fatto dallo stesso Balzano, e in ogni caso questo profilo di protagonista - che forse è solo un sempliciotto o forse è un vero e proprio autistico, magari affetto da una forma più o meno lieve di Asperger - è già stato stra-usato per non dire abusato, in letteratura per non dire nella cinematografia, e mi viene anche il sospetto che sia una scelta un po' gigiona o piaciona o dir si voglia, un modo un po' troppo facile di proporre un protagonista che i lettori possano trovare immediatamente "adorabile". Il suo essere "un semplice" consente all'autore di fare alla Storia d'Italia qualcosa di più del riassunto, direi proprio un riassuntino all'acqua di rose (guerra-boom economico-rivendicazioni-terrorismo-televisione-berluscone-millennium bug-torri gemelle): sarà coerente con il personaggio che non è informato e non è colto, sarà coerente con il contesto perché uno che vive i momenti storici in diretta non ha la stessa prospettiva di chi il studia sul libro di Storia tanti anni dopo, ma proprio per questo ci sono alcune riflessioni che stonano, suonano come interpolazioni o sviste perché in verità potevano essere fatte solo con il senno del poi o solo da uno colto e informato, e così cade la maschera, al di sotto della maschera del protagonista le sviste lasciano intravedere per un attimo il volto dell'autore.
Somiglianza con Balzano anche nella trama che sottolinea l'aspetto positivo del lavoro in fabbrica negli anni del boom economico, che ha letteralmente consentito la sopravvivenza delle persone senza altri mezzi all'infuori delle proprie braccia, e ne sottolinea nel contempo il lato negativo ossia quello di un livello di alienazione prima di allora inedito in Italia; il colpo di testa come conseguenza dell'esasperazione dell'alienazione, e poi a cascata le ovvie conseguenze del colpo di testa.
Ci penso e ci ripenso, ogni dettaglio e ogni aspetto che esamino concorrono a rendermi il personaggio e la storia sempre meno credibili, la trovo un'operazione poco o per niente riuscita, che non sa se stare di qua (dalla parte della finzione del racconto) o di là (dalla parte storica). Qualcuno potrebbe replicare che esiste il genere romanzo storico apposta per indicare l'opera che mescola le due cose, realtà storica e finzione, ma anche in questo caso è un livello di commistione che non mi si confà, è troppo deboluccio sia sul fronte invenzione che sul fronte ricostruzione. Resta solo il lato poetico che citavo all'inizio, ma anche questo è troppo poco per dirmi soddisfatta della lettura. C'è di buono che mi ha fatto venire una mezza voglia di cimentarmi seriamente con "l'originale", ossia Terra Matta di Rabito.
Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio avrebbe potuto essere un grande romanzo, se solo il suo autore si fosse fatto bastare la sapida lingua e alcune belle e poetiche invenzioni (i segni neri, gli occhi del padre perduto) che caratterizzano l’esistenza e la psiche del protagonista. Purtroppo ha ritenuto di doverci appiccicare un riassunto del Novecento italiano che irrigidisce la narrazione in una stantìa e pedante articolazione cronologica e pare essere più che altro il pretesto per un po’ di sociologia a buon mercato.
Liborio Bonfiglio è l’uomo con cui si attraversa la Storia d’Italia dall’anno in cui nasce (1926) fino all’anno della sua morte (2010). Una storia piccola, dentro la nostra Storia. Dicevano di lui che aveva gli occhi come suo padre, ma lui, suo padre, non lo aveva mai conosciuto. E il padre è uno dei tanti segni neri di Bonfiglio Liborio.
“Tanta di quell’acqua è venuta pure quando sono nato, era na sera d’agosto che in cielo, dietro le nuvole, doveva esserci bello grande il segno del Leone, ma non si poteva vedere perché pioveva che Dio Padre la mandava a cascanne d’acqua forte e sulla terra se ne calava a piombo un fracasso di temporale che tutte le bestie, i cani e i gatti, s’erano squagliati dalla faccia della terra e gli uccelli s’erano ficcati nei nidi e nessuno parlava più manco per una preghiera di salvezza d’anima.”
Cresciuto dalla madre e dal nonno, a lui ci si affeziona sin da subito, perché lui, un diverso, getta uno sguardo su tutti i diversi e gli emarginati:
“Quanto sarà grande quel cazzo di mare? Na cosa grossa raccontano i migranti, che le onde sono alte come una casa e ti s’inghiottono con una morsicata sola navi e bastimenti, e certe notti di vento forte si strafoga pure l’anima di chi ci sta sopra a navigare, che uno si vomita tutto, pure i ricordi e quelle cose che s’è lasciato alle spalle e quello che deve venire.”
E così vediamo e amiamo Liborio Bonfiglio da studente che deve tutto al suo maestro delle elementari; da giovanotto che si innamora di una ragazza che non lo corrisponde; da operaio della Ducati; da sindacalista della FIOM; da matto a stretto contatto con il dottore Mattolini Alvise; da recluso per aver fatto tornare i conti da sé.
“Le persone hanno dei nomi. Questo perché non sanno chi sono. Neil Gaiman, Coraline
Tutti i ricordi della vita mia ci faccio scrivere sulla lapide, dopo che un giorno prima o poi farò l’ultimo volo di rondine. La lapide deve essere di marmo chiaro, con le lettere d’oro, finto però, che va a finire che se sono di oro vero, come ci sta per il mondo la malagente, uno in una notte di poca luna se la ruba, che dopo si legge meno di niente, e tutto quel lavoro va sprecato, e mai si saprà chi ci dorme sotto quella terra e manco un cane mi si ricorda. Amen.”
L’ho ascoltato in due giorni, letto da Fabrizio Gifuni: ho riso, mi sono commossa, ho riflettuto.
Un libro dalla parte degli emarginati. Una scrittura interessante. Un libro che merita di essere letto e/o ascoltato.
Una voce narrante ininterrotta che procede come un fiume inarrestabile con una lingua che ricorda Bordonaro e la sua Spartenza, un mix di italiano e dialetto, univerbazioni e geminazioni frequenti. L’orecchio capisce subito che a parlare non è la lingua di Liborio Bonfiglio, ma la sua mente e forse ancora di più il suo cuore. Una mente che a molti è sembrata mal funzionante, cocciamatte mi chiamavano, ma che forse aveva dei buoni ingranaggi, che cominciavano a picchettare solo quando la frustrazione e la sofferenza diventavano insopportabili. Sì, perché L’alienazione e i soprusi non sono facili da ingoiare soprattutto quando gli occhi su cui Liborio avrebbe sempre voluto specchiarsi, ‘dicono che abbia proprio gli occhi uguali ai suoi’, non li aveva mai visti. E l’amore non sempre è sostituibile, soprattutto quello di un papà e di una mamma andata via troppo presto. La vita però ci regala degli incontri: un maestro elementare, un medico dei matti che in qualche modo ci salvano. Anche già solo regalandoci quella società stucchevole ma rassicurante del libro Cuore. Rapino ha scritto un libro intimo e sociologico allo stesso tempo. Ripercorre la vita di un uomo e di un’intera società, rilevando ancora una volta che la pazzia è di chi reputa normale sopraffare e sminuire l’importanza dell’amore.
Ero partito con l'intenzione di farmelo piacere. Ne avevo sentito parlare un gran bene e avevo un sacco di aspettative, specie dopo la vittoria al Campiello. Invece niente: non mi ha convinto né il romanzo e manco il suo protagonista/voce narrante. La storia del tizio che si chiude in casa a scrivere la storia della sua vita è stata raccontata troppe volte. Stando così le cose, o questa storia la si racconta in modo nuovo oppure si cambia storia. La 'novità' introdotta da Rapino consiste nel far esprimere il suo personaggio con una lingua a metà fra l'italiano standard e la lingua regionale, con tanto di storpiature e sgrammaticature. Ma questa non è affatto una novità: è la solita solfa, vecchia cent'anni e qui ribollita in una salsa un po' più pop del solito. Anche le vicende di Liborio, gira che ti rigira, si riducono alla solita trama da fiction della RAI, al solito racconto da 'boomer' che ci spiega per filo e per segno la storia d'Italia dal secondo dopoguerra ai giorni nostri, dai partigiani fino al Berlusconismo e oltre, con in mezzo le lotte operaie, l'alienazione degli uomini di campagna che vivono in città, le case chiuse, i manicomi e i partiti politici. Ovviamente, il punto di vista è quello dell'anti-fascista proletario che vive ai margini della società: originale, non c'è che dire. Alcuni episodi, poi, sono costruiti a tavolino per far scendere la lacrimuccia e forse la lacrimuccia è scesa pure a me, solo che oramai non ricordo più perché.
Aggiungo che ho da poco finito di leggere Guida il tuo carro sulle ossa dei morti, di Olga Tokarczuck, e il confronto fra i due romanzi è stato inevitabile ma impietoso: la Tokarczuck è riuscita a creare una stupenda 'vecchia pazza', raccontando una storia inusuale, magica e interessante, mentre il 'vecchio pazzo' di Rapino è solo uno stereotipo.
Memoriale, di Paolo Volponi: quello sì che è un romanzo grandissimo su un uomo alienato dalla mente scissa che va sgretolandosi sempre di più durante i turni in fabbrica. Questo di Remo Rapino? Un romanzetto nazional-popolare buono per qualche ora di svago, ma molto superficiale negli intenti e nell'esecuzione. Mi aspettavo di più, da un romanzo che ha vinto il Campiello. Mi ha proprio deluso.
Bello, emozionante, epico. Tutto ciò attraverso un unico flusso di coscienza di un matto (o così lo convincono di essere). Comprato ad occhi chiusi fidandomi della bella edizione e del risultato ottenuto al Premio Campiello, devo dire di aver azzeccato la scommessa. Il Premio è stato vinto molto meritatamente in quanto secondo me è una delle migliori opere in italiano (il linguaggio in realtà è per lo più inventato/adattato a quella che può essere la mentalità del "cocciamatte") degli ultimi anni. L'epopea di Liborio Bonfiglio attraverso il novecento italiano risulta a tratti commovente, a tratti molto dura, molto semplicemente realistica. E' una vita intera, una vita vera. Oltre al protagonista meritano molto i personaggi secondari, è grazie a loro se il romanzo riesce a entrare nella sfera emotiva del lettore.
ho terminato la lettura un'ora fa e sto ancora metabolizzando. ho iniziato questo libro di malavoglia perché la tecnica mi rendeva diffidente; l'ho continuato di malavoglia perché attraversa dolori e solitudini che reggo poco; l'ho finito di malavoglia perché proprio ora che mi ero abituata al linguaggio...! 4 stelle necessarie. Ammetto che è un libro che un abruzzese non può non leggere.
"E pensavo pure che me ne stavo a uscire un poco di coccia, piano piano senza rumore come una figlia che da verde diventa rossa, poi si fa gialletta e poi cade dal ramo e il vento se la porta dove vuole lui senza chiedere permesso, e ci credo che dopo mi hanno chiamato Cocciamatte e che forse avevano pure ragione quelli che mi ci chiamavano, che forse ci ero arrivato davvero alla fine del film".
Bonfiglio Liborio, protagonista ed eroe di questa storia (la sua storia) si presenta a noi lettori in tutta la sua eccentrica unicità già dall'incipit del romanzo che è, secondo me, fulminante. Si, perchè Bonfiglio Liborio è un "cocciamatte", così lo ha definito la gente del paesino in cui è nato e cresciuto, cocciamatte perchè se ne sta sempre per conto suo, perchè d'inverno nasconde nelle tasche del cappotto pietre pesanti per impedire al vento gelido di portarselo via, perchè è nato da una madre stanca e da un padre sconosciuto. Eppure una cosa di lui la sa: ha gli occhi proprio uguali ai suoi, almeno così gli ha sempre raccontato la sua povera mamma.
"Questo solo so. E fin da quando ero nu guaglione piccolo piccolo, e poi pure da più grosso, ogni volta che passavo davanti a uno specchio o a una vetrina, sempre mi guardavo, ma solo gli occhi mi guardavo, per cercare di capire come era fatto mio padre, almeno la sguardatura, il colore almeno degli occhi suoi. Pure da uomo fatto m'è rimasta sta cosa, come un tic, una fantasia che mi porto sempre appresso, ma non ci ho cacciato niente, mai, pure se i sforzavo e chiudevo gli occhi per veder meglio, solo un'ombra mi rimaneva tra le mani e nel cuore, che pure al cuore gli veniva da piangere certe volte, specie la notte che per pensare a sta cosa brutta di stare senza un padre non mi prendeva sonno e mi rivoltavo dentro alle coperte e chiamavo, ma piano per non farmi sentire, papà, papà, a pa'".
Il desiderio di incontrare quegli occhi che sono lo specchio dei suoi diventa per Liborio un desiderio ossessivo, una delle maggiori speranze della sua vita unita a quella che vede quel padre mai conosciuto arrivare dalla "Merica", attraversare il mare per venire finalmente ad abbracciarlo. La vita di Liborio è in fin dei conti un viaggio, un peregrinare in tante città italiane a cominciare da quella in cui viene chiamato a svolgere il servizio militare, passando per molte altre che lo porteranno a lavorare per pochi spiccioli, a partecipare a comizi politici, a cercare di sbarcare il lunario in un'esistenza fatta essenzialmente di solitudine e precarietà. Viaggiamo con lui nella nostra penisola attraversando gli anni della guerra, del boom economico, gli anni di piombo, quelli delle turbolenze politiche e sociali, fino a tornare nel paesino dove tutto era iniziato. Sono proprio quelle del ritorno a casa, a mio parere, le pagine più toccanti di questa storia, dove mi è sembrato di toccare con mano l'estrema solitudine di quest'uomo che dopo tanto tribolare non ha mai potuto godere del conforto e del calore di un abbraccio. Sua madre, suo nonno, suo padre lontano, il maestro Cianfarra Romeo morto troppo presto, Giordani Teresa che ha sposato quell'inutile Maccarone anziché scegliere di stare con lui e poi Palmiro Togliatti, Ermes e tutti coloro che ha incontrato lungo la strada della sua vita e che per lui sono stati importanti, tutti scomparsi, tutti diventati ormai solo un ricordo.
"Forse perchè mi mettevo a ripensare a tutti i miei morti mentre risalivo a quel cencio di casa che mi ritrovavo e dove ci vivevo ormai da solo e senza manco una foto nel vetro dello stipo, che poi pure il vetro s'era rotto, senza manco una voce che chiamava il mio nome Liborio, senza manco una lacrima che neanche piangere serviva ormai a niente, allora me ne stavo sulla porta seduto su una sedia di paglia tutta mangiata dalla vecchiaia a guardare la gente passare ma quelli non mi guardavano e io non li vedevo, che la testa per conto suo se ne andava e io la lasciavo andare, che mi stancavo pure a pensare, che ogni pensiero era come una coltellata nel costato".
E così, mentre gli anni passano, vediamo scorrere sulle pagine la vita di Liborio e, con essa, i momenti salienti della politica e della storia d'Italia, tutti filtrati attraverso i suoi occhi. Non è in questo che risiede, per me, la particolarità di questo romanzo (quante volte abbiamo letto della storia d'Italia tramite gli occhi di personaggi fittizi e attraverso le loro gesta), ma piuttosto nel peculiare pastiche linguistico di cui Rapino si è servito per raccontarlo. Infatti alla lingua italiana si incastrano strutture sintattiche ed elementi lessicali del dialetto abruzzese tanto caro allo scrittore. Proprio questo rende la voce di Bonfiglio Liborio pura, autentica e credibile agli occhi e alle orecchie del lettore. Il suo italiano spesso sgrammaticato, contaminato dall'inflessione dialettale ha dato a questo protagonista un volto reale che mi ha permesso di entrare nel suo mondo strambo e peculiare, di capirlo e di volergli bene. La lingua è, infatti, ciò che più mi ha incuriosito e, al contempo, l'aspetto che mi ha messo un po' in difficoltà e mi ha portato a leggere il romanzo con estrema lentezza, nonostante questo dialetto sia piuttosto vicino al mio. Non ho avuto difficoltà a livello lessicale proprio perchè il dialetto abruzzese non è così lontano da quello molisano (non temete, alla fine c'è un utilissimo glossario che vi illuminerà in ogni caso!), eppure non riuscivo mai a leggere tante pagine tutte in una volta, come se avessi bisogno di metabolizzare, prendermi del tempo e respirare, complice anche la presenza di paragrafi e capitoli lunghissimi fatti di tante frasi attaccate l'una all'altra e con pochissimi accapo che spesso mi facevano "annegare" nella pagina. Si tratta di una storia densa, cruda, dal ritmo lento, una storia molto commovente scritta con una penna che anche nel graffio del dialetto sa essere piena di lirismo e che, soprattutto nelle parti finali, tinge il tramonto dell'esistenza di Bonfiglio Liborio di struggente tenerezza. Il racconto di questa vita va secondo me assaporato piano e alla fine regalerà a tutti un personaggio davvero indimenticabile al quale poi scoprirete che è impossibile non affezionarsi.
Sono cresciuta e vivo anch'io in un paesino di montagna circondato dalle montagne e in cui tutti conoscono tutti e a me sembra di vederla l'ombra di Bonfiglio Liborio che, sghemba e inconfondibile, si staglia sui sanpietrini delle mie strade, attraversa la piazza, si perde su un sentiero di montagna, si sovrappone a quella di tanti "cocciamatte" che noi, bambini di paese, spesso siamo abituati fin da piccoli a conoscere.
Ecco, è così che me lo immagino: pellegrino, errabondo, perso nel suo mondo, con le pietre nel cappotto e l'amato libro "Cuore" stretto in una mano. Chi, in fondo, non ha mai incontrato un "cocciamatte"?
Questo libro è un viaggio nell'entroterra abruzzese, in qualche bar di Paese in cui un vecchio mezzo pazzo ti ferma perché ha bisogno di raccontarti la sua storia, un cocciamatte che poi alla fine mica tanto matto è. Consiglio a chi ama la cultura popolare e la storia italiana del secolo scorso
L'ho scelto perché mi fido di Minimum Fax e perché nella dozzina dei finalisti del Premio Strega, ma è un libro che mi ha colpita moltissimo. È un libro che prende per mano dalla prima pagina e porta dentro la testa di Bonfiglio Liborio, che è un uomo un po' "pazzo" - lo metto tra virgolette perché quando arrivate infondo vi chiedete se i pazzi non siamo noi. Liborio nasce negli anni Trenta e con lui ripercorriamo tutti i fatti importanti della storia italiana - la guerra, la leva obbligatoria - e anche diversi luoghi d'Italia. La lingua è particolarissima (e alla fine del libro trovate un glossario, usatelo, io l'ho scoperto quando l'ho finito) e le emozioni che proverete sono vere. La lingua è la sua forza ma può essere un muro. Ma come in tutte le cose faticose, dopo la fatica iniziale c'è la ricompensa.
E' un romanzo riuscito ed è la cronistoria degli ultimi novant'anni di storia italiana visti dagli occhi di un soggetto particolare, estraneo a una società che suo malgrado è costretto a subire. Sprovvisto com'è di armi, finirà per vivere più intensamente con un animo puro, da esiliato, casto e folle. I pregi di questo romanzo ne sottintendono al tempo stesso i difetti, in una prima persona totalizzante senza dialoghi e dove i pensieri, le gioie, ma soprattutto le disillusioni e i dolori si inseguono senza esaurirsi. L'originalità sta nella forma più che nei contenuti, che ammiccano spesso a un buonismo popolare, ingrediente ormai indispensabile nella narrativa italiana contemporanea per ambire a un più ampio consenso. L'ho letto comunque con un certo trasporto, in una fase ahimè di profonda disillusione e di scetticismo, anche nei confronti delle letture.
Il linguaggio usato da Rapino in questo racconto è il punto di forza del libro, o, per meglio dire, ne costituisce il motore narrativo che diventa esso stesso uno degli elementi della storia.
La lettura, per questo, è stata più difficile, ma devo ammettere che la storia di Liborio ne esce ancor più coinvolgente emotivamente.
Dal 1926 all’anno della sua morte, il 2010, Liborio ci racconta la sua vita, affrontata sempre con determinazione, nonostante i segni neri, ossia le disgrazie che l’accompagnano.
In fabbrica, al manicomio, nel ritrovato paese natìo, Liborio racconta le sue avventure che commuovono e divertono, con una umanità che lo rende superiore a tanti altri personaggi incontrati e con un candore che rafforza la sua dignità di uomo libero, come il suo nome afferma.
Un libro che sta dalla parte dei matti, degli emarginati, ma che arriva dritto al cuore.
Liborio, protagonista e narratore, ci racconta la sua storia dal 1926, anno della sua nascita, al 2010, anno della sua morte. Attraverso gli occhi di Liborio si ripercorre quindi tutto il 900. Ma Liborio non è un narratore qualunque: Liborio è il folle, il pazzo di paese da cui tutti girano alla larga e che tutti deridono. Tutto è narrato attraverso i suoi occhi, con il suo linguaggio di uomo semplice e poco istruito. Una prospettiva nuova da cui osservare gli avvenimenti del "secolo breve".
Appena concluso, i miei pensieri su questa storia, sul povero Bonfiglio Liborio sono ancora confusi.
E’ stata una piacevole scoperta e del tutto inaspettata. La storia di un cocciamatte, chi è abruzzese (o Lancianese come me) capirà di certo. Remo Rapino ha avuto una straordinaria capacità di raccontare la vita di un uomo qualunque, nato e cresciuto a Lanciano – anche se non viene mai nominata è impossibile non riconoscerla. Una tra tutte, la tradizione delle feste di Settembre viene raccontata in maniera estremamente emozionante . Il romanzo è una sorta di autobiografia che Liborio scrive alla fine della sua vita, e la butta giù tutta d’un fiato; è un flusso di coscienza di un uomo che si sforza di parlare in italiano anche se il dialetto prende spesso il sopravvento e conduce il lettore a ritrovare i modi di dire che fanno parte della nostra cultura e che mi hanno riportata a casa più di una volta. Spesso mi sembrava di sentire parlare i miei nonni. Nonostante questa tecnica di scrittura potrebbe spaventare – il flusso di coscienza non è sempre facile da leggere – in questo caso si è rivelata capace di tenermi attaccata alle pagine fino alla fine. L’ultimo capitolo è a mio parere una trovata geniale per concludere la storia di un uomo semplice, che il paese considera matto, ma che ha vissuto molte più esperienze dei suoi concittadini. Si prova, durante la lettura, compassione per quest’uomo solo, spesso non compreso o preso in giro da chi lo circonda. Viene allora da chiedersi: quante volte non ci sforziamo abbastanza di comprendere gli altri, ma giudichiamo solo guardando all’apparenza? Non meritava forse il povero Bonfiglio Liborio qualche possibilità in più dalla vita?
Volevo dire tante cose di questo libro ma a lettura terminata non riuscivo a mettere in ordine le idee, tanto è stato intenso, ed ora so che non gli renderei onore. È una storia che ripercorre il 900 italiano e la vita di un uomo considerato "lo scemo del villaggio" nelle mille sfaccettature e dalle mille emozioni. Sembra un diario mentale o un monologo: Liborio è un uomo solo e per questo riversa gioie e dolori nella narrazione della propria vita cercando un compagno in chi lo leggerà o nell'amico immaginario a cui si rivolge. Di tanti dolori è costellata la sua vita, persino da lunghi anni in manicomio. Un uomo geniale e di ispirazione, nella sua genuina semplicità. Un libro più che da leggere da "sentire" col cuore. Se l'atteggiamento è quello giusto non si potrà non coglierne la meravigliosa essenza. È bellissimo!
Uno Stoner ancora più struggente, un giovane Holden ancora più sboccato. Bonfiglio Liborio è quel vecchietto un po' rimbambito di ogni paese che nasconde un universo di esperienze e segni neri che aspetta solo di essere raccontato. Consiglio comunque di ascoltarlo in audiolibro. La recitazione di Fabrizio Gifuni è straordinaria e rende ancora più bella la scrittura già così originale. Mi mancherà quella voce.
Per la costruzione delle frasi mi ricorda Paolo Nori, ma senza la sua ironia. L'uso eccessivo dei dialettismi mi ha ricordato i neologismi di Cocco Bill, ma senza la leggerezza. Tutto sommato bella l'idea alla base del libro, anche se non originalissima, ma la pesantezza lessicale ne ridimensiona il risultato.
La particolarità del romanzo di Rapino, oltre alla bravura dell'autore nel calarsi in un personaggio così ai limiti, così fragile ma in fondo coerente, è la lingua utilizzata. È un'invenzione... http://www.piegodilibri.it/recensioni...
Sentimenti contrastanti. Alle volte la lettura non scorreva e le espressioni dialettali risultavano difficili, ma devo dire che ho apprezzato la grande capacità dell’autore di costruire un vero e proprio monologo che porta in scena la vita straordinaria di un personaggio ordinario. Dal Novecento ad oggi assistiamo proprio alla vita di Liborio, nato purtroppo non troppo fortunato e che vivrà una serie di vicissitudini che, spesso, ci faranno affezionare a lui.
La vita di Liborio Bonfiglio raccontata, come un fiume in piena, dallo stesso protagonista . Funaro, aiuto barbiere, operaio alla santa Rosa, fiommista e poi "cocciamatte". Comunista, ingenuo, umano, una lunga vita che attraversa le più importanti vicende del secolo scorso. La lingua, il dialetto abruzzese (perfettamente comprensibile), è anche la forza del romanzo. 4/5
Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio (Kindle Edition) by Remo Rapino #LLCChallenge2022 #categoria45 Un libro di un autore che viene dalla tua regione. Remo Rapino ha affermato che Liborio è una mistura fra Forrest Gump e Don Chisciotte. Don Chisciotte non l'ho trovato, se non nelle intenzioni, Forrest sì. Liborio risponde all'archetipo del candido, dello scemo, del matto. Una volta scrissi una cosa sul Gruppo Leggo Letteratura Contemporanea su tutti i Candidi che avevo conosciuto e riconosciuto nella storia della letteratura e nel cinema: lo stesso Candido di Voltaire, Allan Karlsson il protagonista del "Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve", Lazarillo De Tormes, i personaggi comici un po' tonti o ingenui dei film muti e delle slapstick: Charlot, Stanlio di Stanlio e Ollio, Buster Keaton, Harold Lloyd e per ultimi Forrest Gump e Truman di The Truman show e tanti ... tanti altri candidi. Il paragone più diretto per struttura e per genere letterario è quello, secondo me, con Allan Karlsson, il centenario. Nel romanzo di Jonas Jonasson, Allan, il centenario, ripercorre la propria vita dall'inizio, alternandola con le vicende rocambolesche del presente. La storia di Remo Rapino è invece più lineare, inizia dalla nascita di Liborio, ragazzino timido e povero, che aveva gli occhi come suo padre. Padre che però non ha mai conosciuto, perché ha lasciato la madre prima che lui nascesse, l'uomo si presenterà al figlio, in versione onirica, verso la fine del racconto, quando, come in una festa gitana di Kusturica, tutti i vivi si riconcilieranno con tutti i morti. Il romanzo, vincitore del premio Campiello, è scritto in un quasi pseudo dialetto abruzzese gonfiato da intrusioni gergali, errori lessicali (voluti ovviamente) e neologismi. La struttura del parlato è abruzzese e non ci sono dubbi, è complessa, contorta, con periodi lunghissimi e interminabili, piena di incidentali, di spiegazioni ad libitum, di reiterazioni, perché noi siamo così. Siamo così perché per anni ci hanno considerati: cafoni, buzzurri, montanari, stupidi, ci dicevano che il nostro paese, come il cuginastro Molise, non esisteva e allora è così: dobbiamo far capire che le cose le sappiamo, che ragioniamo, che dobbiamo essere esaustivi per far tacere ogni dubbio perché non possiamo perdere sempre. Però Liborio perde sempre, ci sono i segni neri, le sciagure, le maledizioni, le cattiverie che lo inseguono per tutta la vita, che ripercorre la storia italiana dall'inizio della seconda guerra mondiale fino all'anno 2010, anno in cui Liborio immagina che morirà. Altra considerazione, Bonfiglio Liborio non è una storia umoristica come quella del centenario Allan Karlsson. Noi abruzzesi purtroppo non siamo ironici, sarcastici come gli umoristi ebrei, eleganti e iperbolici come Aldo, Giovanni e Giacomo o comici come lo scrittore svedese Jonas Jonasson, siamo capaci di sfotto, sì, di battute caciarone, sì, di ironia cattiva, sì, ma l'ironia buona, quella non ce l'abbiamo, e così questo romanzo è una storia forse buffa, paradossalmente molto più simile alla realtà di quanto si possa immaginare, ma non comica. E' molto più vicina all'epopea dei vinti Verghiani, ai cafoni Siloniani che a Forrest Gump. E questa malinconia, questo senso che comunque vada andrà male e non solo: andrà sempre più male, si sente dall'inizio e mi viene da consolarlo nella mia lingua che è anche la sua "che ciccis Libò nn te ne va una bone!", la traduzione è : che possa venire ammazzato Liborio non te ne va una buona, questa è una delle frasi apotropaiche che noi abruzzesi usiamo, si respinge il male evocandolo. La storia di Liborio inizia in un paese fra il mare e la montagna, identificato essere nel comprensorio di Chieti, come anche le storie di Donatella Di Pietrantonio sono ambientate fra il mare e la montagna, perché l'Abruzzo è piccolo e tanto ce vo per j in montagna e tanto pe j a lu mare. Inizia la sua vita in una casetta modesta, accudito dal nonno e dalla mamma, casetta ove morirà. questo mi ricorda: “Qui è dove sono nato e qui morirò”, la canzone Padania degli Afterhours. Adolescente assiste ai bombardamenti tedeschi, inizia a lavorare per gli artigiani del paese, poi parte e va a Milano in un azienda dalla mentalità Ford, si trasferisce a Bologna per lavorare alla Ducati e si iscrive al sindacato ed al partito comunista, in seguito ad una bagarre viene internato in manicomio per molti anni e poi fa ritorno a casa. Narrati sono anche gli amori non corrisposti o evaporati. Una buona parte del racconto è colorata funestamente dalla vita da matto di Liborio, che tornando al paesello subisce tutte angherie e i pregiudizi che la gente riservava ai malati di mente e disagiati fino a qualche anno fa, e qui noi lettori ci mettiamo nelle tasche di Liborio, come i sassi che vi infila dentro per non essere portato via dal vento, e ci sentiamo perduti, soli, senza la luce, senza speranza o forse una luce c'è: è quella che illumina il televisore spento di Liborio in una particolare ora del giorno, lui crede che in quel frangente si animi e funzioni, ma in realtà è il suo bel volto riflesso. Mi sto dilungando troppo, ma sarebbe interessante anche parlare del rapporto che noi abruzzesi abbiamo con la pazzia, la fobia della pazzia. In Abruzzo, a Teramo, fino agli anni 90, ha funzionato uno dei più grandi manicomi secolari d'Europa, le vicende delle povere donne che vi venivano internate sono raccontate nella mostra "I fiori del male" che vi consiglio di recuperare. Dopo la legge Basaglia, gli internati sopravvissuti o ancora giovani furono lasciati liberi e senza assistenza, vagavano per le strade, barcollando, proprio come Liborio, fra gli insulti e il dileggio, diventando allo stesso tempo miti e Golem, una sorta di genius loci, patrimonio di città sonnolente e poco attrattive. Questa è una vergogna con la quale noi abruzzesi dobbiamo fare i conti, dobbiamo tutti ricordare la poca sensibilità, la mancanza di immedesimazione che abbiamo avuto verso lo "scemo del villaggio". Oggi si avrebbe una sensibilità diversa o forse "li Cocciamatte" sarebbero ripresi con i telefonini e sputati viralmente nell'oceano social attraverso un reel a ritmo di Jerusalema.
"Un’altra botta brutta mi è successa quando a Berlino della Germania tedesca è caduto un muro lungo un sacco di chilometri, ma non c’era scappato manco un morto anzi dicevano che era stata come una specie di festa che tutti si abbracciavano e che da allora il comunismo dei lavoratori, che io ci facevo pure i cartelli per gli scioperi, non ci stava più, che forse non c’era mai stato alla terra, che era tutto finito e io per molti giorni non sono uscito perché avevo paura che incontravo, se non si era già morto, quel bottacazzo che mi rideva in faccia e mi diceva Libbò hai perso un’altra volta, e io che mi credevo che il comunismo doveva ancora venire e invece si era morto per strada come un malato di cuore e che era uno scherzo brutto pure quello, un altro segno nero, che io mi veniva in mente il mio amico Palmiro, che forse era parente alla lontana di Togliatti..."
Ho provato una grande tenerezza verso questo incredibile personaggio. Un semplice dal cuore grande, lo scemo del villaggio, che poi tanto scemo non è. Liborio ci racconta in prima persona la storia della sua vita, dal momento in cui è venuto al mondo, nel 1926, a quando questo mondo si appresta a lasciarlo, nel 2010; ci racconta delle persone speciali che ha incontrato, come il maestro Cianfarra Romeo, che gli ha regalato il libro Cuore, il libro che lo accompagnerà per tutta la vita, o il suo amore di gioventù Giordani Teresa, che a lui ha preferito un altro, e via via fino al dottore del manicomio Alvise Mattolini. Questa ricca rete di personaggi è affiancata dai fatti che hanno macchiato la sua vita con un segno nero, come un marchio indelebile. Primo tra tutti i suoi segni neri è suo padre, che Liborio non ha mai conosciuto e che vorrebbe cercare in Argentina, dove pensa di trovarlo e riconoscerlo dagli occhi, perché Liborio ha gli occhi come suo padre. Questo viaggio non lo farà mai. Ci si mette di mezzo la vita: la guerra, l’immigrazione al nord, il lavoro in fabbrica, la prigione, perfino il manicomio. Con il racconto di Liborio attraversiamo gli eventi piccoli e grandi del Novecento. La sua piccola storia si fa Storia, con un linguaggio originale, ripetitivo, come in una ballata il suo ritornello. La dolcezza che traspare dalla genuinità. La sua spiazzante umanità. L’ingenuità dei buoni e dei giusti. Tutto questo mi ha regalato la voce di Liborio, che tengo caro nel cuore, come un parente a cui voglio un mondo di bene. Non riesco a pensare di dargli meno di 5 stelle.
Caro Libò cocciamatta, vorrei trovare assieme a te il numero più grande del mondo, confrontarci sul Libro Cuore che tanto ami e dirti che anche la mia parte preferita è "Dagli Appennini alle Ande" e che anche se Marco la mamma alla fine la trova non sempre e non per tutti è una cosa buona ritrovare un genitore che li ha ignorati tutta la vita, ma se proprio ti mangia dentro la curiosità di sapere se veramente tuo padre ha gli occhi uguali ai tuoi ti accompagno volentieri nella ricerca anche se, Liborio, non credo affatto sia così perché tu gli occhi li hai di certo buoni, quegli occhi innocenti e puliti che solo le anime più pure hanno. Vorrei mostrarti le mie di pietre e dirti che tutti si aggrappano a qualcosa di solido e pesante per non volare via, non solo tu, e che le ferite che hai addosso, i dolori che hai patito non sono segni neri perché nessuno è segnato a quel modo, ma la cattiveria della gente, quella sì, quella è il segno più nero che hai dovuto vivere. Quante cose la storia e la vita ti hanno insegnato e tu hai imparato come un bravo studente, diligente e attento, e soprattutto una cosa alla fine hai dovuto constatare, che di matti in giro ne abbiamo a bizzeffe e principalmente tra i sani di mente. Mi mancherai molto Libò, ti abbraccio.
"... che bisogna volersi bene al mondo che ci stiamo sopra da vivi, che poi da morti si può vedere quello che succede solo dall'altro mondo, seppure c'è."
Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio Remo Rapino Editore: Minimum Fax Pag: 265 Audiolibro: Storyside Letto da Fabrizio Gifuni Voto: 5/5
Recensione dal mio blog www.librimaniaci.com Il memoriale di un folle raccontato da lui stesso. Cosa ha capito della vita a 80 anni?
Remo Rapino, docente di filosofia di Lanciano, paese in provincia di Chieti, protagonista e narratore del libro, ci racconta la storia di Bonfiglio Liborio, il pazzo del paese che vive la sua singolare follia, in un contesto storico difficile come quello dello spaccato 900.
Il libro si aggiudica il Premio Campiello nel 2020 e si candida anche al Premio Strega. Meritatamente.
Bonfiglio Liborio ha 80 anni, e inizia a raccontare la sua storia dalla nascita, è il periodo che intercorre tra il 1926 e il 2010. Lo fa in un modo tutto suo, con un linguaggio che è proprio della sua terra, e con il quale si entra subito in empatia. Come in ogni paese che si rispetti e che tende ad etichettare, anche a lui avevano affibbiato un soprannome e lo chiamavano con aria canzonatoria “il Cocciamatte”. Lui se ne va in giro per un Paese che non nomina mai, e ascolta durante il periodo della seconda guerra mondiale, prima l’esaltazione fascista, poi la sua denigrazione. Non comprende, non capisce, vive stupito ogni cosa di riflesso…
Le parole di Liborio, così serrate e attaccate alla vita, come se quella stessa vita volessero mangiarsela a morsi per dimostrare che lui è più di un outsider, di un cocciamatte deriso da tutti, accompagnano chi legge in un viaggio letterario in cui si soffre, si ride, si bestemmia e ci si commuove. Momenti estremamente realistici danno il cambio ad altri estremamente lirici e in entrambi i casi non ci si può fare altro che affidarsi alla narrazione di Remo Rampino per scoprirla finalmente questa Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio e ripercorrerla tutta, in ogni suo singolo anno dal lontano 1926 fino al 2010. Il primo romanzo di Remo Rapino, già scrittore di racconti e poesie, quest’anno è stato nella dozzina al Premio Strega ed è attualmente in lizza nella cinquina del Premio Campiello. A prescindere dai premi, alla storia di Bonfiglio Liborio voglio augurare tutta la fortuna del mondo.
Una meraviglia, un libro che sicuramente mi resterà nel cuore, una scrittura molto, molto particolare. Periodi così lunghi che ti senti costretta (con molto piacere) a inseguire per non perdere il filo del racconto di questo povero cristiano, nato senza camicia, inseguito senza sosta dalla miseria e dalla sfortuna. E in tutta questa povertà, la sua vita è stata ricca, ma non di quella ricchezza che ti sazia e ti veste, di quella che ti riempie l'anima.