Da circa un decennio la questione libica divide profondamente l'opinione pubblica italiana. Da un lato chi è stato favorevole all'intervento armato nel 2011, dall'altro i contrari. Da un lato - soprattutto - chi pensa che il flusso dei migranti verso le nostre coste vada fermato con ogni mezzo, e che i centri di detenzione "legali" e illegali in Libia siano una soluzione, dall'altro chi ritiene che i migranti imprigionati in Libia abbiano il diritto di fuggire ed essere salvati da trafficanti e sfruttatori.
Bianco o nero; pieno o vuoto; tutto o niente. Ma come sempre la realtà è più complessa. Occorre conoscerla. Questo volume dà notizia di una Libia diversa da quella dei telegiornali e dei post sui social. È la Libia dei libici, la Libia delle code fuori dalle banche per procurarsi una moneta che non ha più valore. La Libia dei ragazzi che hanno combattuto il regime di Gheddafi e ora lo rimpiangono perché almeno, "quando c'era lui", si sentivano sicuri; e non mancavano soldi, corrente elettrica, benzina.
La Libia delle madri ferme alla finestra in attesa di figli che non torneranno. La Libia degli anziani che hanno attraversato decenni di dittatura e si guardano sempre le spalle. La Libia della gente comune che subisce ogni giorno ricatti dei militari, abusi, rapimenti, e vive perennemente nel terrore.
Le parole di Francesca Mannocchi e i disegni di Gianluca Costantini ci affidano una storia terribile che interroga la nostra stessa coscienza. E tuttavia, fra queste pagine, dimora ancora la speranza.
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Francesca Mannocchi, giornalista d'inchiesta, ha lavorato in Libia, Iraq, Tunisia, Libano, Siria, Egitto, dedicandosi soprattutto alle questioni dei migranti e alle zone di guerra. Ha scritto per importanti testate internazionali («L'Espresso», «Al Jazeera», «Middle East Eye», «Stern») e diretto documentari per Rai3, la7, Sky News. Isis, Tomorrow, diretto con Alessio Romenzi, è stato presentato alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia nel 2018. Ha pubblicato Se chiudo gli occhi… La guerra in Siria nella voce dei bambini (2018), Porti ciascuno la sua colpa (2019) e Io Khaled vendo uomini e sono innocente (2019). Tra i molti riconoscimenti che ha ricevuto, il Premio Franco Giustolisi per i suoi reportage sul traffico di migranti e le carceri libiche e il prestigioso Premiolino.
Gianluca Costantini, attivista per i diritti umani, ha messo il suo talento grafico al servizio di importanti cause umanitarie, collaborando tra gli altri con ActionAid, Amnesty, Cesvi, ARCI ed Emergency. Censurato dal governo turco, ha pubblicato le sue storie su importanti testate italiane, francesi, statunitensi e turche. I suoi disegni hanno accompagnato prestigiose manifestazioni come l'HRW Film Festival di Londra, il FIFDH Human Rights Festival di Ginevra, il Festival dei Diritti Umani di Milano e il Festival Internazionale a Ferrara. Ha vinto numerosi premi per la sua opera artistica e umanitaria, tra cui il premio Arte e diritti umani di Amnesty International. Nel 2017 è stato candidato agli European Citizenship Awards.
Francesca Mannocchi scrive per «L'Espresso» e collabora da anni con numerose testate, italiane e internazionali, e televisioni. Ha realizzato reportage da Iraq, Libia, Libano, Siria, Tunisia, Egitto, Afghanistan. Ha vinto vari premi giornalistici tra cui il Premio Ischia, il Premio Giustolisi e il Premiolino 2016.
an extra star..for the insider's view (from the pov of the inhabitants) as well as the reltless eyes of both Francesca as well as the mond altering 'open end'panels of the drawings...in this 'longer than anticipated ' comic format of the current state of Libya
La Libia, questa sconosciuta, è raccontata attraverso le storie che passano sul suo territorio raccolte dalla giornalista Francesca Mannocchi. Sono storie di ex prigionieri politici, storie di migranti, storie di persone che si adattano e di persone che cercano di rendere la Libia un posto più libero e giusto. Noi italiani, che la Libia dovremmo conoscerla, in realtà ignoriamo la realtà di questo paese. Vediamo solo barconi di migranti arrivare dalle sue coste e ci costruiamo attorno la narrazione più semplice e conveniente. Quello che mi colpisce del macro-racconto che viene fuori da questo libro è il frequente scarico di responsabilità, in cui ognuno si sente meno colpevole di qualcun altro. A pagarne il prezzo sono sempre gli ultimi, i più diseredati, i migranti che non hanno alternative se non andare avanti, inseguendo una speranza, un sogno. Oltre alla storia scritta ci sono, poi, i disegni. Ne ho apprezzato la bellezza e il tratto; li ho trovati molto efficaci, rendendo le storie più incisive. Alcune pagine sono forse troppo piene e ricche di dettagli, facendo perdere un po' di prospettiva al disegno.
È davvero difficile mettersi davanti al pc e riuscire a scrivere qualcosa su questa Graphic Novel, anche perché smuove rabbia. Non verso di "loro", ma verso di "noi", in particolare verso chi si prende diritto di parola davanti una delle situazioni più assurde e drammatiche (e complesse) degli ultimi anni, con la faccia tosta di criticare sempre e solo i più deboli. Perché è più facile, ammettiamolo. Informarsi e prendersela con chi ha creato tutto questo, è davvero troppo per queste "persone".
Questo insieme di storie si legge in pochissimo, ma lascia dentro dubbi e domande che vanno oltre quelle pagine, già comunque ricche e che riescono ad instillare molte cose diverse ad una semplice e veloce lettura. Chi ne sa qualcosa, si troverà ad approfondire qualche argomento. Chi, non avendo mai avuto tempo e/o voglia di scavare per trovare la verità fra mille testate "giornalistiche", potrà scoprire ancora di più ed iniziare ad avere un occhio più critico, per distinguere realtà da...altro.
In linea molto generale, sappiamo dove si trova la Libia. Cosa succede lì. Banalmente, tutti noi italiani, sappiamo che è legata ai clandestini. Ai barconi che affrontano il mare. Gente disperata che rischia la vita per una speranza, un sogno. C'è chi li definisce così, come (ahimè) ci sono molti che indirizzano solo odio verso queste persone che hanno avuto la sfortuna di esser nati lì. Perché è sfortuna, nessuno può scegliere.
Se ne parla spesso e di nuovo aggiungo un enorme purtroppo, poiché c'è tantissima disinformazione intorno alla vicenda mentre viene raccontata. Si strumentalizzano le persone, indirizzando un enorme odio senza motivo che parte dalla politica più becera che sfrutta ignoranza e che scende fino al cittadino (analfabeta) comune. Si, analfabeta, perché (per mia esperienza) crede ad ogni bufala e prova un risentimento assurdo, senza però aver mai riflettuto sul perché odia "loro" e non altri. Anche se non gli cambia molto. L'importante è odiare. Chi, non importa. Non migliora la loro vita, ma non comprendono. Sto divagando, scusate...
Si divide in sei racconti. Parte dal massacro di Abu Salim (1996). Nasce tutto da una rivolta carceraria, dove i prigionieri chiedevano il cambiamento della situazione disumana in cui erano costretti a vivere. Ci fu un breve negoziato, che però non andò a buon fine. Seppur i carcerati tornarono nelle loro celle volontariamente, vennero poi mandati in un cortile ed ammazzati a colpi d'arma da fuoco. 1270 morti. Solo molto più tardi si scoprì tutto. (Mai pretese indagini. Mai avuta giustizia). Ci parla di questo uno dei sopravvissuti, rinchiuso per più di vent'anni, solo per aver avuto una fede diversa. Attraverso i suoi occhi vediamo la vergogna, la voglia di dimenticare, quasi di lasciarsi sopraffare purché con ciò possa esser lasciato in pace. La rassegnazione (e distruzione) di un uomo. Come tanti altri.
Si passa ad accennare alle migrazioni, finendo in un centro di detenzione. Era il 2014 ed erano "ospitate" 1200 persone a Zwiya, dove Francesca riesce ad entrare e ce ne parla. Condizioni disumane, sovraffollamento, niente cibo né aria,...e tanta puzza. La giornalista fa una riflessione estremamente potente partendo da questo dettaglio:
Ma come si fa? In un gesto a dire loro: Tu puzzi.
Perché le consigliano di mettere una mascherina per coprire l'odore, ma lei ne è inorridita. Gente che scappa dalla fame, dalla guerra, dal terrorismo,...arrestata senza motivo e rinchiusa in un posto del genere, senza dignità ne rispetto. Una mascherina sarebbe l'ennesimo affronto. E ci introduce ad uno dei problemi centrali della Libia: le forze armate. Che torneranno più avanti.
Si passa a parlare del traffico di esseri umani. Di come la Guardia Costiera di Garabulli (sessanta chilometri ad est di Tripoli), dove moltissimi barconi partono, non ha nessun mezzo né per fermare, né per aiutare chi parte. Vediamo la drammaticità di uno Stato a cui non importa. Vediamo le forze armate che minacciano chi tenta di fermare e/o soccorrere, perché il traffico di esseri umani porta loro soldi. Scopriamo un pezzetto in più riguardo la rete che mette insieme la gente, organizza i viaggi, e manda in mare i disperati. Una catena difficile da spezzare. Si parla della figura dello scafista. Che non esiste. Chi organizza questi viaggi sa benissimo cosa rischia e non mette la sua vita in pericolo. "Addestra" una delle persone che salirà a bordo e stop. Gente che non si sente colpevole, perché è così che ha scelto di vivere. Attribuendo colpa ai nostri governi che non guardano, perché non fa comodo. Un indifferenza generale che fa rabbrividire.
Ci viene presentata Wered, una ragazzina di sedici anni, eritrea, poverissima, a cui la famiglia da i soldi per andarsene, per lasciare l'Africa e poterli aiutare economicamente. E lei parte. Affronta il deserto, sofferenze atroci, un viaggio terribile. E finisce nelle mani dell'ISIS. Violenza e soprusi. Liberata dai libici, torna in carcere. Vuole uscire, ma non ha dove andare. L'unica via sarà il mare, sperando di non morire. Viene mostrata parzialmente la condizione delle donne, prigioniere di guerra e strumenti di sfogo per i carcerieri. Di come lo stupro stia tornando come metodo punitivo verso avversarie e/o prigioniere (già affrontato in alcuni articoli quando si parla delle donne Curde che combattono l'ISIS).
Si parla di soldi. Di come uno Stato ricchissimo, abbia in realtà pochissimo denaro per i cittadini. Spesso minacciati dalle milizie, che "chiedono" una parte dei soldi per poter velocizzare i prelievi alle banche. Qui viene affrontato e spiegato, almeno in parte, questo problema che è un po' il fulcro di tutto. Senza un Governo forte abbastanza da distruggere le milizie, hanno preso il controllo e nessuno vuole fermarle. E fra i cittadini non c'è voglia di ribellarsi, visto che dall'ultima volta che lo hanno fatto la situazione è precipitata e si chiedono se possa ancora andare peggio. Un tema delicato e davvero complicato, che non ho proprio la facoltà di saper riassumere.
E per ultimo si torna a riaffrontare la vergogna di chi ormai ha abbassato la testa. La rassegnazione che ha avvolto molti fra quelli che si erano ribellati e che non sono riusciti a trasmettere questa voglia di libertà ai figli. Per paura e rassegnazione, un misto che non può che far riflettere chi legge: se fossimo noi al loro posto?
Ed in un certo senso, "lo siamo". Sicuramente non abbiamo milizie armate fuori dalle porte, ma abbiamo già gente che inneggia alla violenza quotidianamente su troppi fronti per citarli brevemente, che la usa come metodo per affrontare i problemi, che distrugge il "nemico" quando questo vuole solo giustizia. Che pretende di avere ragione e alza il pugno per ottenerla, spesso solo in casa o verso i deboli, e/o fa gruppo ed assalisce in massa l'avversario, perché la frustrazione viene da chi poi non sa affrontare nessuno nella vita comune in modo civile e maturo. Qualunque siano le sue idee.
Siamo anche noi parte del problema. Siamo stati zitti troppo a lungo. Siamo anestetizzati alla violenza. Siamo stati "educati" a guardare chi sono vittima e carnefice, prima di emettere opinione. Siamo circondati da bestie che esultano quando muore della gente innocente. Siamo in un paese di incivili ed ignoranti, che continuano ad aumentare e credere che il numero sia indice di aver l'idea giusta.
Sarà banale, ma possiamo nel nostro piccolo cambiare le cose anche solamente informandoci e diffondendo le notizie corrette. Questo è un piccolo volume, ma può fare tanto. Semplice, ben creato e con idee interessanti da analizzare, permette di capire almeno "qualcosa" per iniziare a spiegarlo a chi vorrà ascoltare. O per tentare di spiegarlo a chi crede di aver l'unica verità in tasca, ma (ahimè) ennesimi articoli "clickbait". Se vi incuriosisce, compratelo!
Se vi va, fatemi sapere se lo avete letto o pensate di farlo. Se conoscete altre letture per approfondire il tema (leggère, non riesco proprio a star dietro a saggi; più forte di me e me ne vergogno). O semplicemente se vi va di parlarne... Scrivetemi pure.
e volete un bel pugno nello stomaco che vi guarda negli occhi con sguardo di piuma questo è il libro giusto specialmente grazie al tratto delicato e preciso di Gianluca Costantini, che grazie a una matita sottile ci mostra la vita libica, la normalità delle piazze di Tripoli con i bambini che giocano, le giostre le gomme da masticare. non so infatti se fa più male per quello che dice o per quello che non dice, per la realtà che racconta o per il futuro che ci fa presagire, delle frasi mi sono rimaste in mente per giorni, come ferire una persona con il linguaggio del corpo. Nel mio piccolo banale borghese milanese prendo spesso la 90 di giorno e di sera. E i milanesi che leggono sanno che cos'è. come tutti mi sono interrogata sulla puzza che c'è lì sopra, come reagire, come comportarmi, come difendermi senza ferire il prossimo. Ci sono intere pagine su questo, sul buttare in faccia a una persona che ha attraversato l'inferno la sua puzza, come ultima umiliazione. Diversi capitoli sono dedicati al traffico di esseri umani, scacciati dall'europa da una parte ma foraggiati dall'altra, in un business di denaro armi e ipocrisia sulla pelle dei migranti. leggendolo di domandavo perché perché perché è così? e cosa si può fare per dipanare almeno un pochino questo casino? Sicuramente non continuare a finanziare le milizie per evitare le partenze, perché non sembra che questa strategia abbia successo e alimenti solo i grandi giri di soldi e criminalità
"Lo scafista non esiste. Voi europei avete un'dea distorta di quello che succede qui. Lo scafista non è uno di noi... Nessuno di noi salirebbe mai su un gommone come quelli che facciamo partire adesso. Lo scafista é uno dei clandestini che viene istruito prima di partire e magari non paga i 1500 dollari come gli altri. "
La Libia è appena al di là del nostro mare. Un luogo di cui sappiamo poco, anzi pochissimo. Sappiamo di aver contribuito a far cadere un regime, e che da lì si imbarcano migliaia di persone che cercano di raggiungere le nostre coste. Persone che arrivano dall'Africa sub sahariana, entrano in Libia e poi riappaiono nei nostri mari. Vivi se riescono, morti troppo spesso, a volte non ricompaiono neanche più, persi tra gli abissi. Ma cosa accade tra questi due momenti, tra l'ingresso in Libia e il mare? Di ciò sappiamo poco o nulla, come se un buco nero ne oscurasse la vista. Ma tra questi due momenti accadono cose terribili.
Francesca Mannocchi conosce bene la Libia, conosce la gente e la cultura, ne conosce la storia travagliata e sopratutto la complicata situazione ai giorni nostri. E in questo, come in altre importanti testimonianze come il libro 'Io Khaled vendo uomini e sono innocente', prova a raccontarci cosa la Libia sia diventata oggi e come. Quali tragedie hanno colpito il popolo libico dai tempi di Gheddafi a quelli odierni, come il traffico di uomini verso il Mediterraneo generi oggi come sempre orrori senza fine, come la lotta per il potere abbia travolto la prosperità di una terra ricca, di come anche il mondo occidentale sia responsabile di questo dramma.
Lo fa raccontando storie personali e significative. Storie di vittime e anche di carnefici, di persone reali che in quel buco nero vivono, o meglio sopravvivono. Storie importanti che ci aiutano a capire almeno un poco. E stavolta lo fa con l'aiuto dello strumento della graphic novel grazie al prezioso lavoro di Gianluca Costantini che riesce a farci vivere queste storie con la loro drammaticità. Provate voi a immaginare il caos di una città colma di milizie, la puzza e il degrado di un campo di raccolta profughi che poi è un carcere, provare a far rivivere un naufragio o uno stupro. Gianluca ci racconta tutto ciò, e arriva oltre le parole. Direttamente al cuore.
Uno splendido esempio di graphic journalism che consiglio a tutt* vivamente di leggere, arricchito di testimonianze che provengono da persone libiche che vivono situazioni differenti ma accomunate dalla sofferenza di aver perso tutto e di non avere un futuro certo davanti agli occhi. In questo reportage si parla di dittatura (di dittature anzi), di denaro, di traffico di migranti, di stupri, di censura, di stragi e rivoluzioni e del dolore di avere dinnanzi un'Europa sorda, risvegliata solo dal tintinnio del denaro, o dallo sdegno e l'imbecille rabbia di vedere dei migranti arrivare sulle nostre coste, invece di riuscire a cogliere cosa c'è veramente dietro. Quante volte sentiamo dire "Ah, non è un problema dell'Italia", oh no, è problema anche dell'Italia eccome, e quindi vi consiglio di leggere questo reportage, per smontare alcuni pregiudizi e razzismo o per sapere smontare quelli delle persone che ci circondano, ma anche perché è fondamentale sapere la verità omessa dai titoli di giornale cartacei e televisivi.
Fumetto molto crudo, che racconta, tramite le interviste della Mannocchi, le varie fasi della dittatura della Libia, da Gheddafi, alla rivoluzione, alla nuova dittatura delle milizie militari. Il tutto è ovviamente molto essenziale, ridotto all'osso, ma comunque molto potente. I bellissimi disegni poi aggiungono ulteriore forza e potenza alle parole. Tutte le storie sono molto crude e disilluse, ma la più straziante per me è stata la parte dedicata a Wered.
"Chi siamo noi che guardiamo questa vera guerra e questa finta pace alla finestra con le madri di Libia? ... Quando si ascolta la vita degli altri bisogna fare un passo indietro: ogni vita ha qualcosa da insegnare. E la strada delle guerre è fatta di denaro: sul denaro si costruiscono eserciti e si distruggono paesi. E in piedi alla finestra come una madre la Libia insegna che la dittatura toglie perché dà"
Meraviglioso. Un racconto crudo, limpido e disincantato della Libia e delle condizioni di vita dei suoi abitanti dal 2011 in poi. Attraverso gli occhi e le parole di Francesca Mannocchi, e con gli splendidi disegni di Gianluca Costantini, ci immergiamo in un flusso di pensieri, interviste e racconti di una Libia che lotta tra milizie, terroristi, lager, sesso, denaro e potere; dove i flussi migratori incontrano la brutalità della guerra civile e dove gli occhi dei governi occidentali passano indifferenti. L'odore nauseante della morte, il fetore degli escrementi nei campi di concentramento, l'umidità delle lacrime dei familiari delle vittime. Tutto scorre davanti ai nostri occhi, la lettura richiede frequenti interruzioni per pensare, riflettere, piangere per il dolore. E sfogliare le pagine diventa un'agonia: sembra quasi di sentire il bruciore di pugni nello stomaco.
Reportage sulla Libia ben scritto ben disegnato, che parte da inchieste sul campo che attraversano vari anni e periodi, cercando di dare un senso alla Libia attuale e ai suoi mille paradossi e alle mille sfaccettature. Consiglio vivamente la lettura.
Avevo l'opportunità di leggere questo libro di graphic journalism italiano in grazia della biblioteca universitaria pubblica californiana. È un modalità giornalistica efficace rendendo una verità complessa più accessibile, più concreta.
Molto intenso, in poche pagine riesce a raccontare la Libia che in molti abbiamo bisogno di comprendere. Ottima lettura anche per chi è al primo approccio con il graphic journalism.
Riesce nell’impresa quasi impossibile: fare uscire almeno un po’ dalla sua indifferenza una borghesotta bianca privilegiata. È diretto e chiaro, senza mancare di sensibilità.
Une série de témoignages en bande dessinée sur la Libye entre la révolution et aujourd’hui.
S’ouvrant sur le massacre de la prison de Abou Salim où 1270 détenus furent exécutés, ce livre apporte des témoignages sur la Libye aujourd’hui. Corruption, migrants, milices, non-droit, peur, restrictions et pauvreté sous le regard détourné de la communauté européenne.
Témoignages d'une Libye post guerre civile. Très intéressant et instructif mais même si non voulu, je ne peux m'empêcher de trouver gênant certaines scènes où on voit la narratrice, une femme blanche type occidental, apparaissant au côté des personnages ou du chaos d'un pays. Même si cela veut renforcer le recit, les personnages se suffisant à eux-mêmes, j'ai du mal à en saisir la plua value.