Quando l’ho scartato, regalo di Natale da parte di una cara amica, ho fatto i salti di gioia. Perché adoro quando mi regalano libri, soprattutto quando sono libri che avrei voluto comprare (o prendere in biblioteca), e dunque il regalo è doppiamente apprezzato. E poi avevo una voglia matta di riscoprire Donato Carrisi, del quale in passato avevo letto due romanzi, “Il suggeritore” e “Il tribunale delle anime” (per i miei gusti buono il primo, nì il secondo) ma che, come noto con piacere, è andato avanti a scrivere e con successo, soprattutto proprio con titoli come questo, dal quale è stato tratto un film con Tony Servillo e Dustin Hoffman. Insomma, mica pizza e fichi!
Ebbene, ho letto il romanzo con entusiasmo quasi fino alla fine, constatando quando il Carrisi di “Il Suggeritore” sia cresciuto come narratore, abilissimo nel tessere una trama tesa, una caccia al mostro cupa, claustrofobica, senza sosta. Un thriller psicologico ad alta tensione, degno di un grande scrittore, labirintico e con una storia di fondo che è capace di attirare e mantenere la nostra attenzione.
Tuttavia, arrivati alla fine..….puff, si cade!
Perché, Donato, perché? Perché, dopo un thriller bellissimo, cadere in un finale simile, confuso, inconcludente, spiazzante in negativo? Perché ribaltare tutto (o tentare di farlo), magari con lo scopo di spettacolarizzare il lettore con un inutile colpo di scena? Alla fine di un romanzo del genere il lettore, che ha seguito la vicenda col fiato sospeso, ha bisogno di una sola cosa: di capire che cosa è successo e come la storia va a finire, in maniera chiara e inequivocabile. Il romanzo non è un escape room dove, se non trovi la soluzione che ti consente di uscire dall’ultima stanza, ti viene fornita…sei tu, solo, col libro in mano, e le tue considerazioni. Il colpo di scena riserviamolo per altro, o meglio, giochiamocelo in altro modo, non così. Il finale di “L’uomo del labirinto” resta incomprensibile e mi ha lasciata delusa e arrabbiata. Chi è Samantha? Chi è l’Uomo del Labirinto? Possiamo solo fare supposizioni, ma è come se ogni strada rendesse vana ciò che abbiamo letto! E poi, perché tirare ancora in ballo Mila Vasquez (in maniera tra l’altro del tutto inutile ed evitabile!), personaggio sconosciuto a chi non ha letto i precedenti romanzi?
Quattro stelle per questo finale decadente e insoddisfacente: se al suo posto Carrisi avesse giocato la carta della semplicità, nel punto più delicato del romanzo, quello in cui si tirano le somme, ne sarebbe uscito un thriller coi fiocchi.
Che peccato!