Ci sono libri che non dovrebbero mai esser scritti – e forse è questo che più amiamo di loro. Il fatto che siano pugnalate allo stomaco. Il fatto che finiamo per portarceli dietro per anni, in cicatrici.
“Il filo di mezzogiorno” racconta l’esperienza psicoanalitica della stessa Sapienza, affetta da un disturbo depressivo che la condusse, in più di un’occasione, a tentare di togliersi la vita. Nel racconto, le sedute insieme allo psicanalista di Goliarda si alternano ai ricordi della donna e ai suoi sogni, senza che sia mai tracciato un confine netto tra i due; in questo modo, presente, passato ed esperienza onirica si fondono ed amalgamano, divengono una cosa soltanto, divengono la mente di Goliarda. Ed è questo che permette al lettore di penetrare il malessere psichico della protagonista, che gli concede spazio all’interno degli attimi di follia di quest’ultima – se di follia possiamo parlare. Il concetto stesso è smantellato dalla scrittrice.
Lo stile narrativo di Sapienza, quasi illogico e surreale, reca in sé paradossalmente talmente tanto realismo da avermi costretta a rabbrividire quasi ad ogni pagina. Il transfert amoroso di Goliarda nei riguardi dell’uomo che la ha in cura mi ha intristita fin nelle viscere; le diagnosi a tratti manualistiche e sbrigative prodotte da lui hanno gettato ulteriore benzina su un fuoco che aveva iniziato ad ardere, in me, da che era stato menzionato l’uso dell’elettroshock; i dialoghi in merito alla sindrome dell’abbandono di Goliarda, invece, mi hanno solo fatto sentire il bisogno di venire inghiottita dal letto.
Forse, per alcuni di voi, una serie infinita di sentimenti sgradevoli nel corso della lettura può solo decretare l’insuccesso di un libro, ma (dall’alto del mio masochismo) il mio giudizio è più che positivo. Una lettura poco piacevole è per me unicamente quella che non lascia impronta alcuna nella persona che sono, nelle mie giornate, nella mia visione delle cose. E questo, indubbiamente, non è stato il caso.