Annalisa Ambrosio vive a Torino, dove dirige Academy, corso di laurea in scrittura della Scuola Holden. Laureata in filosofia, per Zanichelli con Scuola Holden ha curato l’antologia La seconda luna (2018) e Gli anni del sole (2023). Ha pubblicato Platone. Storia di un dolore che cambia il mondo (Bompiani, 2019).
Provate a immaginare un dolore totale, devastante. Alla morte di Socrate, avvenuta come tutti sappiamo dopo una condanna inflitta alla fine di un processo farsa (“Socrate è un libero pensatore sotto una dittatura, quindi è il nemico pubblico perfetto”), Platone perde il suo maestro, il suo mentore, il suo unico amico, il suo amante, l’unica persona che riusciva a dare un senso alle sue giornate. L’unica persona che lo capiva.
L’unica persona che non lo faceva sentire solo.
Come si sopravvive a una perdita così? Come si riesce se quella persona, per di più, non ha lasciato nulla?
Platone ha saputo trasformare il suo dolore in forza. Ecco perché la sua è “una storia di dolore che cambia il mondo”.
Il giorno dopo la morte di Socrate, decide che lo terrà in vita scrivendo, ne farà il suo personaggio, racconterà il maestro e le sue idee riportandone le parole esatte, prestandogli la voce. Da lì in avanti non smetterà un attimo di scrivere. Per continuare a stare con lui.
Lo fa per curarsi di quel dolore, ma soprattutto per tenere in vita Socrate. Nei dialoghi c’è, ancora oggi, “un Socrate vivo e vegeto che continua a tormentare tutti con le sue domande”.
Socrate è un critico inflessibile del pressapochismo, ti costringe a riflettere su ogni cosa che dici. Se poi la dici con una certa dose di supponenza, allora sei fritto. Socrate non aspetta altro che smontare pezzo a pezzo le tue argomentazioni. Non hai più mezza certezza.
Dopo la morte del suo maestro, Platone va in esilio. Passerà undici anni (undici! Riuscite a immaginarlo?) a viaggiare e a scrivere, intuendo che “le parole disposte una dopo l’altra possono fare grandi cose, possono cambiare il mondo o almeno il destino di chi si è messo a dargli una forma”.
Platone userà le storie per fare filosofia, per fare riflettere e ragionare i suoi lettori, per rendere la verità accessibile a tutti. Per riaccreditare Socrate, per lasciarne memoria. Per “difendersi dalla solitudine moltiplicando la sua voca per quella di Socrate”. Per non sentirti solo.
La forza di questo libro sta, secondo me, nello stile dell’autrice. Quando si parla di filosofia si associa sempre a qualcosa di “alto”, a cui non ci si può avvicinare, mentre Annalisa Ambrosio ci racconta la storia di Platone in modo diretto, con esempi della vita di tutti i giorni (alcuni parallelismi mi hanno anche fatto sorridere), con intelligente ironia, con quella praticità che rende meno ostica la teoria.
Platone educa. Educa nel vero senso etimologico del termine, “ex-dūcĕre”, “condurre fuori”. A distanza di secoli continua ad avere lo straordinario potere di risvegliarci l’anima, di trascinarci, con la forza, fuori dalla nostra bolla di superficialità, di metterci davanti al fatto che viviamo nell’illusione, che la realtà è ben altro rispetto a ciò che ci ostiniamo a considerare “vero” solo perché lo troviamo a portata di mano. L’autrice, con questo libro, ha fatto un lavoro magistrale nel sottolineare come Platone ha avuto, ha e avrà sempre qualcosa da dare a ogni singolo essere umano che sarà disposto ad ascoltare.
In terza superiore, come tutti, ho avuto il mio primo approccio alla filosofia. Eraclito, per cui tutto scorre, un po’ come la canzone dei Negramaro. Parmenide e il suo essere che è e non può non essere. Epicuro che è lontanissimo a tutto quello che abbiamo associato noi profani ad epicureo. I primi filosofi, ovviamente greci, fino ad arrivare al più grande di tutti. Platone.
Partivo con molte aspettative, lo ammetto. Ma forse i libri di testo con il loro nozionismo, forse i rigidi programmi ministeriali, ma il mito della caverna, l’Iperuranio e tutto le altre parti fondamentali della sua filosofia non riuscivano ad appassionarmi. Non era sbocciato nulla, neanche un tentativo di amore platonico.
Poi, con l’università, si è sbloccato qualcosa. Un esame di filosofia del linguaggio, la lettura di uno dei dialoghi forse meno conosciuti, il Cratilo. Sì, perché Platone scrive sostanzialmente questo, dialoghi, un genere che non esisteva e che riporta sulla pagina i modi e lo stile del suo grande maestro, Socrate. Ero andato alla fonte, certo, ma allo stesso tempo capivo quanto c’era di incredibilmente umano attorno a quel mondo di idee e astrazioni perfette.
Platone – Storia di un dolore che cambia il mondo, edito da Bompiani, ha sconvolto di nuovo le carte in tavola. Almeno le mie. Annalisa Ambrosio ha preso tutti i punti, i cavalli di battaglia, le nozioni di base sul filosofo ateniese e ne ha riempito i vuoti, i silenzi, ciò che abbiamo perso di un’era lontana e che un manuale scolastico non può restituire. Lo fa rischiando, fin dalle prime pagine. Collegando presente e futuro, escogitando ipotesi narrative, individuando gli snodi e i cambiamenti di rotta. Senza la pretesa di un vero impossibile, ma con l’ostinata voglia di comprendere, noi e lei.
Molto pieno e profondo, libro complesso ma non in senso di scrittura, piuttosto di concetti che richiede a mio parere un minimo di “base” di sapere riguardo ciò che si sta leggendo. Parla di dolore e parla di dolore in una maniera incredibile, cruda, viva ma sopratutto vera.