Horra, un'italiana di nemmeno quarant'anni, figlia di giordani musulmani, vive a Milano con il marito che la adora e le due figlie adolescenti che più diverse l'una dall'altra non potrebbero essere. La sua non si può proprio definire una vita noiosa, anzi. Come potrebbe, visto che, da perfetta equilibrista, divide le sue giornate tra la famiglia, il lavoro come segretaria in uno studio di avvocati, l'università, che è a un passo dal terminare, il volontariato, le preghiere e le discussioni in moschea, e il suo variopinto ed eterogeneo gruppo di amiche? Eppure, nonostante la fatica e i piccoli problemi quotidiani, nonostante la malinconia per la parte di famiglia che vive lontana, Horra non può che sentirsi serena, felice persino. Ma un giorno, un fatto apparentemente di poco conto ha su di lei l'effetto di uno tsunami. Perché quando, come lei, sfuggi alle classificazioni, quando vivi al confine tra due mondi, quello occidentale e quello orientale, che faticano a riconoscersi tra loro e a riconoscerti, facendoti sentire marziana, estranea, galleggiante, allora inizi a chiederti che cosa significhi davvero essere "liberi". A maggior ragione se il tuo stesso nome in italiano significa proprio questo, "Libera". E così, nei mesi che vengono raccontati in questa storia, tra gioie quotidiane e piccole sconfitte, incontri fortunati e discussioni accese, Horra cercherà di trovare una risposta ai suoi tanti dubbi per riuscire a sentirsi, forse per la prima volta in vita sua, davvero fedele a se stessa. Un romanzo lieve che racconta una realtà di cui tutti parlano ma che pochissimi conoscono profondamente, un ritratto vivido e realistico di un'Italia contemporanea che non possiamo più permetterci di ignorare.
Allora, è un romanzo interessante e fa davvero riflettere su quanti pregiudizi si possano nei confronti di una persona o di una cultura intera, a causa di un semplice e innocuo velo. Purtroppo, però, è scritto davvero male.
Sarebbe un 3.5, ma mi fa troppo male dargli un tre, perché dopo tutto non se lo merita. Insomma. Più o meno. Ha parecchi difetti, ma l'ho letto in pochissimo tempo e avevo una sensazione positiva nel mentre, anche se alcuni dialoghi non erano sempre realistici o spontanei e che il finale sembra un "e vissero tutti felici e contenti" disneyano, che stona con il realismo del resto. Però arrotondiamo per eccesso, oggi, perché comunque il tre non mi fa sentire a posto con la coscienza.
Uno spaccato interessante sulla vita quotidiana e le continue lotte contro il razzismo delle donne musulmane in Italia. La scrittura non e' delle migliori, ma la storia scorre da se' ed e' a alto impatto emotivo.
Quanto poco conosciamo la religione musulmana? E quanti pregiudizi abbiamo? In questo libro molto scorrevole, che si fa leggere anche se non scritto benissimo, Sumaya racconta la storia di Horra, italiana musulmana. Da leggere per aprire un po' la nostra mente ed avere un punto di vista diverso.
Horra è una donna di origine giordana che vive a Milano, città che riconosce a tutti gli effetti come propria. Attraverso i suoi occhi, seguiamo la storia di una vita a cavallo tra due mondi, né bianca né nera, ma probabilmente proprio per questo motivo unica e preziosa. Quando due o più culture si incontrano e si fondono nascono mille possibilità diverse da cui possiamo solo imparare.
Ma come si fa a vivere a cavallo tra due mondi, quando apparentemente, sia da una parte che dall'altra, tutti tendono ad etichettarci come parte di qualcosa? Horra ce lo racconta aprendoci il suo cuore e raccontandoci della sua quotidianità: la famiglia, il lavoro presso lo studio legale, l'associazione di volontariato e lui, il pezzo di stoffa della discordia, quello che agli occhi di tutti appare come una gabbia ma che per Horra, come per tante altre donne, è simbolo di libertà. Non a caso, il nome Horra, tradotto, significa LIBERA.
Partendo dall'idea di raccontare una vita come tante, Sumaya Abdel Qader ci racconta in realtà la vita di tante donne che non vogliono rinunciare alla loro pluralità, talvolta rappresentata dal velo ma anche semplicemente dal desiderio di sentirsi liberi di bere tè alla menta al pomeriggio senza dover rinunciare all'espresso all'italiana al mattino. La molteplicità che caratterizza ciascuno di noi è un dono prezioso che bisogna imparare a difendere partendo dall'amore per sé stessi fino ad arrivare al rispetto nei confronti degli altri. Ogni storia ha le sue condizioni, ma non è detto che ciò che appare sia ciò che effettivamente è. Bisogna essere capaci di vedere cosa abbiamo in testa, primo di vedere quello che la avvolge.
oggi è tempo di un’altra collaborazione che avevo iniziato già da un po’ e di cui finalmente (e sottolineo FINALMENTE) riesco a parlarvene in questa mia recensione.
Ho iniziato questo libro ad occhi chiusi, senza leggere la trama, ma ero molto curiosa:
la copertina e il titolo mi hanno stregata. Forse però l’ho letto con delle aspettative troppo alte ed alla fine sono rimasta un po’ delusa.
Horra è la protagonista di questo romanzo ambientato a Milano, il suo nome vuol dire libertà, e come lei stessa dice, un nome non facile da portare e ancor meno da rappresentare, perché non sempre la parola libertà vuol dire essere davvero liberi; perché a volte porta con sé anche limiti e contraddizioni dovuti alle persone che siamo, ai luoghi in cui viviamo.
Da tempo non mi capitava di restare sveglia fino a tardi per finire un libro. E "Quello che abbiamo in testa ci è riuscito". Visto per caso in libreria, ha attirato subito il mio occhio e il mio interesse: lo stile non è quello di Gadda o D'Annunzio, ma adatto al pubblico a cui si rivolge l'autrice, ovvero i ragazzi. È attuale e di facile comprensione: ma soprattutto, scorre. Come scorre la storia che mi ha emozionata e conquistata. Come negli USA è necessario ascoltare la voce della comunità afroamericana, in Italia è fondamentale ascoltare la voce degli italiani (io li chiamo così) che però, nella maggioranza dei casi, la legge si rifiuta di riconoscere come tali. E sono figli di migranti, i cosiddetti "italiani di prima generazione" che sono nati sul suolo italiano o ci si sono trasferiti talmente piccoli che hanno acquisito l'accento del dialetto locale. Per questo, di fronte ai miei occhi, loro sono italiani quanto me. In conclusione, sì consiglio questo libro.
Questo libro è stato una grandissima delusione. Do due stelle solo per premiare il tema e la testimonianza della comunità italiana di donne islamiche di cui si parla pochissimo e sulla quale esistono pochissimi libri. Il libro è scritto in forma di romanzo ma ha una trama assente e un linguaggio molto colloquiale e poco scorrevole. Forse l'autrice ha optato per questa forma per non scrivere un saggio e raggiungere così un pubblico più vasto e giovane. Pur capendo l'intento, la forma è alquanto scadente e avrebbe potuto essere più incisiva e lanciare un messaggio più chiaro attraverso forse racconti di donne diverse della comunità se voleva porsi come "lettura leggera". Altrimenti l'autrice avrebbe potuto optare per un'autobiografia (quello che in effetti alla fine è) e aggiungere delle parti più informative. Così il libro mi sembra una via di mezzo davvero poco efficace. Un vero peccato.
Nel libro di recente pubblicazione, la protagonista – una donna musulmana madre di due figlie adolescenti – parla in prima persona della sua vita a Milano, delle sue amiche, della famiglia, del marito, della Moschea e della sua scelta consapevole di indossare il velo. Una storia comune, ma che di comune non ha nulla visti i pregiudizi e la chiusura che spesso dilagano nella nostra società. “Quello che abbiamo in testa” non è un velo ma, come per ogni donna, quello in cui crediamo, per cui ci alziamo ogni giorno dal letto e per cui ci facciamo strada nel mondo, qualunque sia il background culturale in cui ci troviamo a vivere e da cui proveniamo. Questo è un libro contro il pregiudizio e a favore della conoscenza di una parte integrante della nostra popolazione: le donne di confessione musulmana.
I tacchi alti possono essere paragonati al velo? La libertà è assoluta o relativa? È complesso accettare che una persona scelga liberamente (probabilmente per via dell'influenza del contesto sociale in cui è cresciuta) di indossare qualcosa di scomodo o dipende solo dal legame di questo capo con un credo religioso? In questo libro Sumaya Abdel Qader ci pone implicitamente queste domande e ci porta a esplorare i confini del nostro pregiudizio e della nostra tolleranza circa le differenti "influenze" che condizionano l'aspetto delle persone che incrociamo, in questo modo ci induce a chiederci perché siamo portati a legittimarne alcune a discapito di altre.
"Contrastare e scardinare l'intolleranza crescente nella società. Che a volte puzza di razzismo. Società che non sempre le riconosce parte di se, mentre le riduce all'immagine di povere sottomesse. Questa non rende giustizia alle tante che invece vivono liberamente una propria emancipazione. Ci è stato cucito addosso a tutte noi uno stigma senza distinguo. "
Frase che racchiude la lettura in se! Strabiliante e illuminante. Consiglio molto sia ad adulti che ragazzi, ti fa osservare il tutto da un altro punto di vista racchiudendo il bello e il brutto.
“Il matrimonio è permesso solo tra una musulmana è un musulmano, ma per l’uomo è concesso anche il matrimonio con una ebrea o cristiana” “Si accetta che una donna voglia e possa essere libera di mettersi un costume quasi invisibile, mentre non si accetta che un’altra donna voglia e possa essere libera di indossare un burkini “
Spesso (o ogni volta) i media associano il velo islamico all'estremismo; e se invece indossare il velo fosse un atto ribelle e femminista? Questa è la provocazione - ma neanche più di tanto - da cui parte Sumaya Abdel QADeR per parlare di diversità, libertà e autodeterminazione, sottolineando l'importanza di combattere contro ogni imposizione. Una lettura che scatena tante riflessioni.
Libro fondamentale per comprendere meglio la vita quotidiana di una donna musulmana che indossa il velo. Lontano dall'ideale medio di donna sottomessa, apre gli occhi ai lettori sulle difficoltà e bellezze di essere una donna italiana musulmana. Lettura consigliata per le menti aperte.
Con questo libro Sumaya Abdel Qader da finalmente voce a tantissime donne che scelgono di indossare il velo e che vivono la propria religione senza alcuna costrizione, dando risposte precise a chi, pieno di preconcetti, le vede sempre e solo come donne sottomesse da salvare.