La tragica fine a Valsinni della giovane poetessa lucana Isabella Morra, seguita da quella del presunto amante, Diego Sandoval de Castro, ha attraversato i secoli e alimentato l’immaginario collettivo. Da quando Benedetto Croce ha focalizzato l’attenzione sulla scrittrice e sulla sua produzione letteraria, non sporadici sono stati gli approfondimenti critici su questa figura sospesa tra adesione al codice petrarchista, necessità della scrittura e programmatica aspirazione alla gloria letteraria. Questa edizione si ripropone l’obiettivo di inquadrare il mito di Isabella nel caleidoscopico avvicendarsi delle interpretazioni, con uno sguardo aggiornato alla fortuna della scrittrice. I testi delle Rime, corredati di note esegetiche e di puntuale rinvio alle fonti, si offrono ai lettori rivelando ancora una volta tutta la loro freschezza e novità.
La storia di Isabella Morra è tragica. E ciò che è peggio è che, nelle sue rime acerbe, Morra poteva sbocciare come una grande poetessa del Cinquecento: le sue poesie, influenzate dalla tendenza petrarchista tipica dell’epoca, si imperniano su un’analisi filosofica specifica, quella sull’autodeterminazione. È evidente che questa tematica le era cara per motivi biografici: ciò detto, il modo in cui è trattata lascia intendere anche la presenza di interrogativi sottintesi legati al ruolo della donna nell’epoca. C’è troppo poco, purtroppo, per poter approfondire: Isabella Morra morì come vittima di femminicidio per mano dei suoi familiari che la reclusero in casa. E la bassezza dei suoi parenti comprendeva l’averla tenuta reclusa per impedirle di contatti con l’esterno (probabilmente per motivi politici): leggerla, perciò, è un dovere per non dimenticare né Isabella Morra né la sua storia né i motivi che resero tale la sua biografia.